Il principio di maggioranza
“Il principio di maggioranza non nasce con la democrazia, né la sua storia coincide con quella della democrazia come forma di governo” (CASSESE 1995: 36).
Il principio di maggioranza DD
Per la DD, il principio di m. è solo uno strumento prezioso allorché si voglia chiudere una controversa questione di natura tecnico-scientifica, che richiede adeguate conoscenze e sulla quale gli studiosi non trovano un accordo unanime. Per esempio, se avvertiamo la necessità di costruire una centrale nucleare e vogliamo appurare che essa non comporti rischi per le persone, interpelleremo i massimi esperti e, in caso di invincibili discordanze, potremo seguire le indicazioni fornite dalla maggioranza di essi.
Il principio di m. si applica bene anche in tutte le decisioni di natura politica. Per esempio, una volta stabilito che la centrale nucleare comporta un certo rischio, oltre che un certo costo, dobbiamo decidere se farla costruite lo stesso o se è meglio orientarci verso altre possibili alternative, sulle quali si sono precedentemente espressi i relativi esperti. Questo tipo di decisione è di natura politica e, dunque, alla portata di qualunque cittadino. Ebbene, nel caso in cui i cittadini che si sentono competenti nella fattispecie non dovessero esprimere un’opinione condivisa, in questo caso il principio di m. si rivelerebbe funzionale.
Il principio di m. non si deve applicare alle questioni etiche, come l’uso di anticoncezionali, il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita, le coppie di fatto, i matrimoni fra gay, e via dicendo, e meno che mai alle questioni di fede. Qui ognuno dev’essere lasciato libero di pensarla come gli pare.
Il principio di maggioranza DR
Il principio di maggioranza entra nella storia moderna con Locke (prima di lui valeva l’unanimità) e viene acquisito in tutti i sistemi DR come la migliore soluzione possibile. L’onnicrazia –osserva Bobbio– è solo “un ideale-limite”, mentre “la regola fondamentale della democrazia è la regola della maggioranza” (1991: 5). D’altra parte, come sottolinea Sartori, “se i conflitti non vengono risolti a maggioranza, quale è l’alternativa? Il ricorso alla forza? La sottomissione a un despota? Dunque, anche volendone dire male, il criterio maggioritario è il male minore” (1993: 97). Il principio di maggioranza è così importante in DR da indurre taluno ad identificarlo con la democrazia tout court. “Una democrazia che cerchi di affermarsi contro la volontà della maggioranza ha cessato di essere una democrazia” (KELSEN 1995: 27). Lo stesso principio “legittima il potere politico” (LUTTWAK, CREPERIO VERRATTI 1996: 57). Che dire di fronte a questo coro concorde di testimonianze autorevoli? Se guardiamo con attenzione, potremo notare che, in realtà, il principio di m. presenta limiti di ordine metodologico e pratico, che sono legate in parte alla definizione stessa del termine “maggioranza” e in parte alla sua concreta applicazione.
In teoria, la maggioranza assoluta consiste nel 50% più uno di tutti gli aventi diritto al voto (in un paese come l’Italia, che conta circa 50 milioni di aventi diritto, 25 milioni più uno). In pratica, però, non si tiene mai conto di tutto l’elettorato, ma solo di coloro che effettivamente votano, il cui numero può variare in modo considerevole, così che, di fatto, il più delle volte, il potere politico è nelle mani di una minoranza. In pratica, “Si sommano gli effetti di due paradossi, che, espressi in forma numerica, possono presentarsi così: 35=51, 51=100, dunque 35=100” (CASSESE 1995: 39). Ciò vuol dire che il 35% degli aventi diritto finisce per assumere l’intero potere politico! Facciamo un esempio concreto: nel marzo 1994, “su 48 milioni 235 mila cittadini aventi diritto al voto sono stati 9 milioni 697 mila quelli che si sono emarginati per astensione, schede bianche o errate. Un elettore su cinque non ha contribuito a scegliere il futuro personale e del Paese” (CALVI, VANNUCCI 1995: 149). Ne consegue che i rappresentanti sono stati eletti dall’80% degli aventi diritto. Ora, il 50% + 1 dell’80%, corrisponde a poco più del 40%, è cioè una minoranza dell’intera popolazione con diritto di voto. In un sistema DR, dunque, può accadere, anzi capita spesso, che una minoranza governi sulla maggioranza, esattamente il contrario di quanto vorrebbe la regola democratica. Non è vero, perciò, che tutte le decisioni vengono prese a maggioranza. Questa è l’impietosa realtà dei numeri, della quale Giovanni Sartori si dichiara perfettamente consapevole e, per quanto possa sembrare strano, non vi trova nulla di male. Per lui, quello che conta è che la «regola maggioritaria» sia stata comunque rispettata, anche se poi, in realtà, il governo viene esercitato da una minoranza, che diviene sempre più piccola, a mano a mano che si va su nella piramide delle istituzioni: “quel che sembra un paradosso, se non addirittura una contraddizione, e cioè che la democrazia dovrebbe essere un governo di maggioranza e invece viene governata da una piccolissima minoranza, in verità non è tale” (2008: 27). Sarà, ma questa argomentazione non sembra molto convincente.
Oltre ad essere «irreale», il principio di m. presenta importanti limiti intrinseci, che sono stati magistralmente così riassunti da Norberto Bobbio (1999): è antidemocratico, nella misura in cui esso viene imposto a coloro che lo rifiutano (p. 397); è incompatibile col principio dell’inviolabilità dei diritti dell’uomo (p. 399); è inidoneo a prendere posizioni vincolanti su questioni scientifiche e tecniche (p. 400); è impotente nei cosiddetti casi di coscienza (p. 401); è incapace di cambiare la storia e la tradizione di un popolo, o di tutelare le differenze etniche interne in uno stesso popolo (p. 402); in ogni caso si tratta di un principio che rientra nella sfera dell’opinabile e non dà garanzie di giustizia e di verità (p. 400). Quest’ultimo punto merita particolare attenzione: l’opinione della maggioranza è pur sempre un’opinione, che oggi può sembrare condivisibile, domani non più. “Può accadere che sia giusta l’opinione della minoranza e non quella della maggioranza” (KELSEN 1995: 269). Come correttamente osserva Hayek, “il concetto di giustizia non ha senso se si definisce giusta qualsiasi misura approvata dalla maggioranza” (HAYEK 1994: 380).
Non è detto, dunque, che affidarsi alla maggioranza sia sempre la soluzione più saggia, anche perché accade spesso che molti cittadini decidono su questioni sulle quali non hanno competenza. “La maggioranza schiacciante di non agricoltori sarebbe chiamata a decidere degli interessi di un milione e mezzo di agricoltori; la maggioranza schiacciante di non laureati dovrebbe decidere quali risorse sono destinate alla formazione e alla ricerca; la maggioranza cattolica potrebbe decidere delle scelte morali di chi cattolico non è” (BIN 1998: 74). In tal modo, la volontà dei più s’impone su quella di minoranze qualificate e il principio di forza (la forza del numero) prevale su quello della competenza.
Inoltre il sistema maggioritario tende a sovra-rappresentare i partiti maggiori e a sotto-rappresentare i partiti minori. Per tale motivo, secondo Lijphart, esso “si rivela non solo non democratico, ma anche pericoloso [... perché ...] porta alla dittatura della maggioranza e alla guerra civile” (1988: 32-3). Infatti, molti governi liberamente eletti si appellano a detto principio “per perseguitare minoranze etniche o determinati gruppi sociali” (ARCHIBUGI, BEETHAM 1998: 20).
C’è ancora un importante limite del maggioritario che merita di essere ricordato: esso non tiene conto che “colui che vota con la maggioranza può cambiare opinione” (CASSESE 1995: 39).
Rimane infine una questione irrisolta, e cioè la penalizzazione delle minoranze. “Il problema di fondo è rimasto sempre uno: come si può essere governati da una maggioranza di popolo, senza essere da questa oppressi o limitati” (CASSESE 1995: 44).

