L’informazione
Viviamo nell’era della globalizzazione, di Internet e della televisione e siamo sommersi da informazioni di ogni tipo, che circolano da un capo all’altro del pianeta alla velocità della luce. È talmente evidente e pervasivo questo fenomeno, che qualcuno ha visto in esso la “base” della nostra cultura (DAHRENDORF 2005: 269). Sennonché, quando l’informazione assume l’aspetto di una valanga o di un ginepraio, diventa davvero arduo districarvisi, così che ci si a fatica e solo se si è molto ben preparati. È difficile, insomma, distinguere l’informazione seria da quella faziosa e si corre il rischio di essere plagiati da imbonitori, demagoghi e ciarlatani, che, a vario titolo, potrebbero condurci là dove non vorremmo andare. È noto, infatti, che “l’informazione possiede la capacità di influenzare e condizionare le convinzioni e i comportamenti dei cittadini, operando quindi con tutte le caratteristiche sostanziali di un potere” (COSTANZO 2004: 9). Oggi essa può essere usata come una formidabile arma nel bene e nel male, potendo servire tanto alla crescita culturale e alla ricerca scientifica quanto per scopi meno nobili, come non era mai avvenuto in passato.
La qualità dell’i. cambia a seconda delle persone che la diffondono e del sistema politico vigente. Se è controllata da persone ambiziose e senza scrupoli, o da regimi autoritari, essa può avere l’effetto di ipnotizzare le masse e assoggettarle alla volontà dei potenti, se invece è aperta a tutti, essa può costituire un formidabile strumento di crescita personale e di democrazia. Il modo in cui l’i. viene gestita ci consente di distinguere non solo un regime autoritario da uno democratico, ma anche una democrazia da un’altra. “Si può ben dire – osserva Stefano Rodotà – che il grado di democraticità di un sistema si misura anche in base alla quantità e alla qualità delle informazioni rilevanti che circolano al suo interno, e all’ampiezza della platea dei soggetti che ad esse possono accedere” (1997: 83-9).
L’informazione DD
“Conoscenza significa avere gli strumenti per comprendere le cose e per potere agire consapevolmente, perché la libertà è libertà in quanto è azione consapevole” (BALDASSARRE 2002: 122). Ora, non si possono comprendere le cose se non si ricevono su di esse informazioni corrette e illimitate o se si è costretti a districarsi in un’infinità di informazioni di parte. “Non posso essere libero – osserva Baldassarre – se l’informazione che ricevo è manipolata” (2002: 122). Insomma, un libero pensiero personale e una pubblica opinione democratica possono scaturire solo da una libera informazione. In un sistema DD i cittadini sono ben consapevoli di tutto ciò. Essi sanno che la democrazia ha bisogno di uomini liberi e informati, sanno che la democrazia non può attecchire in un popolo di analfabeti o dove non c’è informazione libera e imparziale, e sanno anche che conoscenza e informazioni non reticenti e veritiere sono imprescindibili strumenti di libertà e di democrazia. Di conseguenza, la DD investe molto in questo settore. In concreto, essa consente a tutti i cittadini il libero accesso ad ogni tipo di informazione, fatta eccezione di quella che riguarda la vita privata delle persone e quella per la quale la legge prevede il segreto, e assicura “concretamente la disponibilità di una «massa critica» di informazioni che permetta di dare ai cittadini voce e potere” (RODOTÀ 1999: 47).
In un sistema DD, “gli unici –o perlomeno i principali– produttori di ricchezza sono l’informazione e la conoscenza” (DRUCKER 1993: 199). In linea con questa logica, la DD impone a tutti i lavoratori e a tutte le imprese produttive del paese il dovere di raccogliere informazioni sul proprio operato, secondo le direttive impartite dalla Commissione per le Attività Produttive e i Servizi (CAPS), che vigila sulla correttezza dei dati e provvede ad elaborarne una sintesi, che poi ritrasmette al popolo sotto forma di nuove informazioni.
In DD non esistono giornalisti di professione, essendo riconosciuto a tutti il diritto di rendere pubbliche le proprie idee e di diffondere informazioni di cui si sia in possesso, in modo responsabile e nel rispetto di norme etiche prestabilite e valide per tutti, le più importanti delle quali sono quelle di non arrecare danno ad altri e non dichiarare il falso. Responsabili degli articoli sono gli autori medesimi, e non il direttore, il quale non è insediato sulla sua poltrona dai vertici politici o economici del paese, ma dal basso, e il suo compito è quello di amministrare le risorse economiche e umane del suo giornale, oltre che far rispettare la deontologia professionale.
In DD, l’informazione è libera e indipendente da ogni potere, compreso quello economico e commerciale, e quindi dev’essere interamente pagata dai cittadini che vi accedono. La pubblicità commerciale nei giornali è bandita, mentre alle aziende è data facoltà di fornire informazioni imparziali sui loro prodotti, di cui si assumono la responsabilità.
Abbiamo già avuto modo di osservare che ogni individuo è un «assoluto» in sé e un «relativo» nei confronti di ogni altro. Ciò vuol dire che, nel momento in cui il pensiero di uno venga rivolto ad altri, esso diventa una semplice opinione. “Non esistono fondamenti (certezze, valori assoluti, fini essenziali) nella vita degli uomini; ogni presunto «immutabile» si rivela contingente, ogni progettualità illusoria” (VOLPE 2000: 259). In democrazia la verità non è mai data una volta per sempre, ma è in perenne divenire, tutto è opinione e merita il medesimo rispetto, anche se ciò non impedisce a ciascuno di costruirsi la propria scaletta di verità e di crearsi le proprie certezze, che potrà sostenere nei termini e nei modi che riterrà più opportuni, sempre, beninteso, nel rispetto delle regole democratiche. “Perciò il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone” (KELSEN 1995: 149). In democrazia tutto è relativo. “Il relativismo [...] è anch’esso relativo” (BOBBIO 1992: 10). In sostanza, la democrazia è il regno della ricerca continua, non del dogma, del laicismo, non della religione, perché la democrazia è necessariamente relativa e, in quanto tale, laica.
Poiché mi rendo conto che le suddette affermazioni potrebbero sembrare troppo forti, ritengo sia il caso di soffermarmi ancora un momento sulla questione, prendendo spunto da un interessante lavoro di Giovanni Jervis, dal titolo eloquente Contro il relativismo (2005), dove l’autore attacca il relativismo a 360 gradi. Certo, il libro di Jervis meriterebbe un altro libro in risposta, ma in questa sede posso solo dedicargli poche righe. Prendo due critiche a caso: “Il relativista non crede nella scienza” (p. 43); “il relativismo diffida della razionalità umana” e non fa distinzione fra una verità e l’altra (p. 47). Da queste affermazioni risulta evidente che Jervis ha un’idea singolare di relativismo e devo confessare che anch’io sarei antirelativista se credessi in un relativismo che è contrario alla scienza e alla ragione umana e che rifiuta di prendere posizione nei confronti di due verità alternative. Il mio relativismo invece ama la scienza, crede nel progresso scientifico ed esalta la ragione umana, sa ben distinguere le cose migliori da quelle peggiori ed è anche perfettamente in grado di comprendere che la conoscenza è meglio dell’ignoranza, la tecnologia moderna meglio di quella dell’età della pietra, la democrazia meglio del dispotismo, e così via. La sua specificità è, tuttavia, quella di non fissare limiti pregiudiziali al processo della conoscenza e di ritenere che la verità assoluta non è una prerogativa umana. Il relativista afferma semplicemente che non possiamo mettere punti fermi a nessuna delle nostre teorie scientifiche e a nessuno dei nostri enunciati razionali, che non c’è alcun capolinea, che siamo esseri imperfetti e il nostro destino è quello di essere sempre in cammino.
L’informazione DR
Anche nei paesi a regime DR non mancano le proclamazioni di principio a favore della piena libertà di trasmettere informazioni plurali, corrette e veritiere. Ci aspetteremmo allora di trovarvi “le condizioni che rendano effettiva una realtà informativa libera e democratica” (COSTANZO 2004: 8). In realtà, spesso, nei nostri paesi «democratici», non si mette in pratica di ciò che si declama, ma l’informazione viene trattata alla stessa stregua di un prodotto commerciale e segue una logica di mercato, in cui quello che conta non è la veridicità di ciò che si racconta, ma la sua vendibilità.
Il 20 maggio 2000 ho partecipato al convegno “Etica dell’informazione in sanità”, che si è tenuto ad Udine, e ho trovato particolarmente interessanti gli interventi di due giornalisti, la dott. Alessandra Beltrame e il dott. Piero Villotta. La prima ha sottolineato le forti pressioni cui è sottoposto il giornalista da parte delle aziende commerciali che pubblicano regolarmente sul suo giornale le loro inserzioni pubblicitarie, con le quali coprono circa il 50% delle spese (l’altro 50% proverrebbe dalle vendite), dei partiti politici e degli azionisti del giornale. Il risultato ultimo è che le notizie pubblicate sono quasi sempre faziose e difendono o promuovono interessi di parte. Il dott. Villotta ha aggiunto che l’informazione seria costa e oggi, ha osservato, pochi sono disposti a pagare per essere informati. Voglio segnalare almeno tre conseguenze: la prima è che non c’è informazione seria; la seconda è che i media sono strumenti nelle mani dei potenti, i quali si limitano a fornire “ciò che massimizza i profitti” (THUROW 1997: 93); la terza è che i cittadini sono trattati come semplici consumatori, e non come protagonisti politici.
In DR, capita di rado che il direttore di un giornale venga perseguito dalla giustizia o sia sottoposto ad una qualche sanzione per avere pubblicato notizie false o tendenziose. Ecco un esempio. Sfogliando la rivista Panorama (non ricordo il numero preciso, ma doveva collocarsi tra aprile e maggio del 2000) rimasi colpito da due pagine di pubblicità. Nella prima (p. 82) Infostrada presentava una tabella, nella quale, cifre alla mano, dimostrava la convenienza delle proprie tariffe nei confronti di altre aziende, tra cui Tele 2. Nella seconda (p. 92) era Tele 2 che presentava la sua tabella e le sue cifre, che però dimostravano esattamente il contrario, e cioè la maggiore economicità di Tele 2 nei confronti di Infostrada. È del tutto evidente che almeno una delle due informazioni era falsa. Ora, se una rivista può pubblicare falsità in ambito matematico, che sono facili da smascherare, chi può assicurare il lettore che la stessa rivista non contenga altre falsità in ambito ideologico, che sono più difficili da individuare e quindi più insidiose? Se è possibile manipolare i numeri, figuriamoci i concetti! In ogni caso, fatte salve le consuete eccezioni, così come il direttore di Panorama non è stato chiamato a rispondere della falsità delle cifre pubblicate sul suo giornale, a maggior ragione egli non è chiamato a rendere conto sulle idee. E quello che vale per Panorama vale anche per tutti gli altri mezzi di informazione di massa, compresa la televisione.
In ultima analisi, il cittadino paga il costo delle riviste e del canone tv, senza avere in cambio alcuna garanzia di imparzialità delle informazioni che gli vengono fornite. Perché allora deve pagare? Nell’estate 2000 Tiscali.net faceva una pubblicità rivoluzionaria, che diceva: “hai avuto internet gratis – hai avuto internet più che gratis – adesso cosa vuoi, il costo della telefonata? Okay”. Il messaggio di Tiscali era chiaro: se tu, cittadino, accetti di essere raggiunto da informazioni di parte, io in cambio ti offro gratis il servizio. Bene, perché questa logica non dovrebbe valere anche nel caso delle riviste e della Tv, visto che forniscono informazioni di parte? Ma, a questo punto, che senso avrebbe informarsi?
Oggi, nelle nostre società DR, osserviamo uno strano fenomeno. A giudicare dall’enorme numero di pubblicazioni (non solo cartacee), di servizi televisivi e radiofonici, corsi, conferenze, incontri, dibattiti di ogni tipo, dovremmo ammettere che l’informazione è più che adeguata. Se consideriamo, invece, che pressoché tutte le principali fonti di informazione sono controllate da gruppi di potere e che non sempre i cittadini dispongono delle necessarie risorse economiche per accedere a pubblicazioni alternative, oltre che del tempo e delle necessarie capacità critiche per fruirne, comprendiamo bene che il sistema dell’informazione non è impeccabile. Insomma, nonostante si voglia far credere che ciascuno di noi è ugualmente libero di diffondere informazioni, in realtà, il grosso dell’i. è gestito dalla «casta» dei giornalisti e da coloro che controllano i giornalisti, ossia da poche persone appartenenti al mondo politico, imprenditoriale e finanziario, e c’è il sospetto che queste se ne servano per i propri interessi. Una conferma autorevole di quanto appena detto ci viene da Joseph E. Stiglitz, secondo il quale, “Il governo tratta l’informazione che ha come se fosse qualcosa di sua proprietà, e non invece un patrimonio della collettività” (2001: 18).
Il fatto che suscita maggiori preoccupazioni non è l’eccessiva quantità di informazioni partigiane, ma il basso livello di giudizio di molti cittadini, che non dispongono degli strumenti culturali necessari per orientarsi nella selva di messaggi da cui vengono raggiunti. Non essendo educati ad usare la propria testa, a confrontare informazioni diverse e ad elaborare sintesi personali, ed essendo invece abituati ai brevi e incisivi messaggi di tipo commerciale o propagandistico della televisione e dei giornali, questi cittadini sono piuttosto indotti all’omologazione e al conformismo, non crescono e, benché divengano adulti nell’aspetto e nell’età, spesso fanno fatica a ritrovare se stessi. Di fronte al fiume di messaggi contrastanti che rischia di travolgerli, essi finiscono col ritrarsi impauriti, mettendosi al seguito di un leader o cercando il conforto di una qualche comunità, una confraternita, una setta, un partito, una chiesa, dove sentirsi protetti e al sicuro. Senza l’autonomia di pensiero degli individui, l’i. si riduce a mero strumento di potere.

