L’economia
Qual è il sistema economico più congeniale alla democrazia, e quale il sistema politico più congeniale al capitalismo? E il socialismo? È definitivamente tramontato o è ancora attuale? In risposta a questi interrogativi, le opinioni degli studiosi cambiano a seconda dei tempi e delle mode. Fino al 1989 a contendersi il campo erano tre teorie: la prima vedeva nel capitalismo il naturale partner della democrazia, la seconda affermava invece che alla democrazia si addice più il socialismo, la terza sosteneva che non c’è un legame di necessità tra capitalismo, socialismo e democrazia. Dopo la caduta del comunismo sono rimasti sul campo il capitalismo e la DR e il loro connubio sembra armonioso. Tuttavia, almeno in teoria, i princìpi della democrazia dovrebbero collidere con quelli del capitalismo, perché alla concezione egalitaria della democrazia, il capitalismo oppone il valore etico della disuguaglianza. “Democrazia e capitalismo hanno una visione molto diversa della ripartizione del potere. L’una crede in una distribuzione egualitaria del potere politico, «un uomo, un voto», mentre l’altro ritiene che sia dovere dell’individuo economicamente più adatto espellere dal mercato quello inadatto e condannarlo all’estinzione economica” (THUROW 1997: 265). In realtà, oggi, DR e capitalismo vengono visti oggi come l’accoppiata vincente e sono talmente inseparabili da essere considerati quasi un tutt’uno. “Il capitalismo e la democrazia stanno vivendo un momento unico nella loro storia, in cui di fatto si ritrovano senza concorrenti” (THUROW 1997: 70). Allora, come stanno le cose? Democrazia e capitalismo sono compatibili o no?
L’economia DD
A mio parere, la DD si concilia abbastanza bene con l’economia capitalistica e il libero mercato, ma almeno a tre condizioni: che siano rispettate l’uguaglianza d’opportunità fra tutti i cittadini e che siano fatti salvi i diritti incondizionati ad un reddito minimo garantito (RMG) e le naturali differenze fra gli individui,. Per quel che concerne il fattore «uguaglianza» rimando all’apposita voce. Qui mi soffermerò brevemente sugli altri due fattori, e cioè il RMG e le naturali differenze individuali.
Il reddito minimo garantito costituisce l’essenza stessa dello Stato DD, perché garantisce l’effettivo esercizio dei diritti fondamentali (sussistenza, libertà, salute e istruzione), che costituiscono la condizione minima perché una persona sia messa in grado di partecipare proficuamente alla politica. Grazie al RMG, i cittadini possono anche esprimere liberamente il loro spirito d’iniziativa ed accettare fattori di rischio, che altrimenti rifuggirebbero, perché sanno che, anche in caso di fallimento, potrebbero sempre contare sul RMG. La piena libertà d’iniziativa dovrebbe comportare un incremento della produttività e della ricchezza generale, così come dei consumi, che sono favoriti dall’inutilità di accantonare risorse per tutelarsi di fronte agli imprevisti dell’esistenza. Nello stesso tempo, aumenterebbero i posti di lavoro, l’occupazione e l’agiatezza economica delle persone. Per quanto alto possa essere, il costo del RMG è, secondo Ferrajoli, sicuramente preferibile “agli sperperi prodotti dagli enormi apparati burocratici e parassitari che oggi amministrano l’assistenza sociale” (2001: 350).
Per quel che riguarda la questione delle naturali differenze fra gli individui, diciamo subito che essa è importante perché ci consente di quantificare le differenze reddituali fra i lavoratori ammissibili per legge. A tal proposito ci si appellerà alla scienza, procedendo nel modo seguente. Si seleziona un campione rappresentativo dell’intera popolazione in età lavorativa e in buone condizioni di salute, che vengono sottoposti a test scientifici sufficienti a misurare le doti di intelligenza, di abilità e di capacità produttive di ciascuno. Se dai test emergerà che il primo classificato è «n» volte più capace dell’ultimo, allora «n» sarà il coefficiente di differenza riconosciuto dalla legge, il che vuol dire che il reddito da lavoro potrà oscillare di «n» volte rispetto al livello più basso. Il principio è che i redditi da lavoro potranno cambiare entro i limiti delle naturali differenze individuali, come risulta dalle nostre conoscenze scientifiche. Riguardo invece ai lavori di categoria diversa, si applicherà il coefficiente stabilito dalla Commissione per le Attività Produttive e i Servizi (CAPS), come verrà spiegato nel capitolo sul Governo DD. Il principio è che i redditi da lavoro potranno variare in base al coefficiente di difficoltà del lavoro stesso.
Questo sistema economico ricorda vagamente quello descritto da Dahl nell’ipotetico paese di Frequalia, così chiamato da free (libero) ed equality (eguaglianza), che è fondato sulla promozione dell’individuo, sulla responsabilità personale, sulla giustizia e sull’efficienza, ma soprattutto su imprese autogestite, cui è data facoltà di fissare liberamente l’ammontare dei compensi per i propri lavoratori-membri. Secondo Dahl, esse decideranno che il rapporto fra il compenso più alto e quello più basso sarà molto inferiore di dieci a uno (1996: 65), ma non specifica quanto. Ciò significa che, posto mille euro il compenso minimo, quello massimo ammonterà a molto meno di diecimila euro. Questo, ovviamente secondo Dahl, ma, nel nostro sistema DD, lo ripeto, ci affideremmo alle opinioni degli esperti e ai criteri di valutazione della scienza e della CAPS.
L’economia DR
In linea generale, possiamo affermare che i paesi DR fondano le loro politiche economiche e sociali sui supremi valori del capitalismo, ossia sul consumo e sul profitto, che sono considerati fini a se stessi e privi di limiti predeterminati. “La vita organizzata intorno al consumo […] è priva di norme: è guidata dalla seduzione, da desideri sempre maggiori e da capricci volubili, non più da una regolamentazione normativa. Non esistono vicini di casa a fare da punto di riferimento per la propria vita; una società di consumatori è una società di raffronto universale e il cielo è il suo unico limite” (BAUMAN 2002: 80). Tutta la nostra vita, il nostro lavoro, le nostre abitudini, i nostri affetti, sono subordinati al consumo, così che viene da chiederci “se si abbia bisogno di consumare per vivere o se si viva per consumare” (BAUMAN 1999: 91). Consumi e profitti illimitati costituiscono l’essenza dell’economia capitalistica. Ora, in teoria, il gioco fra consumi e profitti dovrebbe svolgersi in una cornice di liberismo estremo, ossia, dovrebbe soggiacere unicamente alle regole del mercato. In pratica, non si conosce un solo paese DR che sia governato secondo una logica esclusivamente di tipo liberista, mentre esistono solo sistemi economici di tipo misto, dove lo Stato interviene in varia misura nelle iniziative private. Ciò vuol dire che il liberismo puro non può funzionare ed ha bisogno dello Stato. Ma lo Stato da solo può funzionare?
A tavolino, con oltre tre milioni di dipendenti pubblici e il 48% del Pil, la pubblica amministrazione dello Stato avrebbe i mezzi per fare tutto da sé, ma non è così. A causa della sua persistente inefficienza, infatti, essa ha bisogno di appoggiarsi al privato, il quale, dovendo badare solo a curare i propri interessi, si rivela più funzionale rispetto ad un sistema pubblico, che invece deve fare i conti con le politiche di welfare e il clientelismo, ma anche con una logica pervasiva di irresponsabilità. “La logica del discorso economico –scrive Sartori– è che l’economia lasciata ai privati è gestita da ciascuno per sé: bene per lui se fa bene, e male per lui se fa male. Invece l’economia pubblica è un’economia gestita da qualcuno per altri, per terzi generalizzati e ignoti, e per ciò stesso un sistema economico irresponsabilizzato: chi lo controlla –il burocrate o il politico di panza– non paga mai di tasca propria, non perde il suo. Nel contesto dell’economia privata chi perde sparisce (e per ciò stesso finisce anche di nuocere); nel contesto dell’economia pubblica chi perde può tranquillamente continuare a perdere (e anche a nuocere) visto che mai è lui che ci rimette” (1993: 308). Le conclusioni che possiamo trarre sono chiare: il mercato lasciato a sé non funziona, lo Stato da solo non funziona. Rimane il sistema misto. Almeno esso funziona?
Fra i tratti più evidenti del capitalismo «misto» ne dobbiamo menzionare almeno due, che sono di grande rilevanza per l’andamento dell’economia: il primo è che la retribuzione economica del lavoro non è commisurata alle reali capacità produttive individuali, in quanto manca uno strumento serio di valutazione del merito individuale; il secondo è che è tollerata una forbice reddituale, tra il primo e l’ultimo dei cittadini, che è di migliaia di volte. In altri termini, non solo non viene premiato il merito, ma si consente che vi siano persone che percepiscono in un mese 500 euro, altre un milione di euro, sanzionando una differenza che non tiene in minimo conto il fatto che “tra gli esseri umani il talento non è distribuito in modo così dissimile da giustificare l’ineguaglianza che caratterizza la distribuzione dei redditi da lavoro” (THUROW 1997: 193). Così, il capitalismo DR genera “una ripartizione della ricchezza in cui le differenze sono molto più accentuate che in qualsiasi ripartizione misurabile del talento o di altre caratteristiche umane conosciute” (THUROW 1997: 266). Il risultato si staglia chiaro dinanzi ai nostro occhi “l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza netta totale, ma non possiede certo il 40% del quoziente d’intelligenza totale. Non esistono individui che abbiano un quoziente d’intelligenza migliaia di volte più alto di altri (basta il 36% in più della media per avere un QI classificabile nella fascia dell’1% superiore)” (THUROW 1997: 266).
Concludo questo paragrafo affermando che lo Stato DR non pone limiti ai consumi e ai profitti, accetta differenze reddituali che non rispecchiano le naturali differenze fra gli individui, sperpera molto denaro pubblico per tenere in piedi una pubblica amministrazione inefficiente, non retribuisce il merito, non valorizza adeguatamente il capitale umano. Il deficit di bilancio che caratterizza quasi tutti i paesi DR dimostra che, oltre ad essere iniquo, lo Stato DR ha anche evidenti limiti di redditività e produttività.

