18. Una Teoria della DD - Il fisco

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pietromuni
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18. Una Teoria della DD - Il fisco

Il fisco
A cosa servono le tasse? Servono a pagare servizi pubblici necessari per la comunità, come la difesa, la salute, l’istruzione, la giustizia, la viabilità, l’illuminazione, l’energia, e via dicendo. Senza tasse non ci sono servizi e senza servizi non c’è Stato. E allora, a chi ci chiedesse «Ma perché mai dovremmo impegnarci in una lotta senza quartiere all’evasione fiscale? », dovremmo rispondere: «Semplice, perché gli evasori danneggiano i cittadini onesti e vanno contro l’interesse generale».
Evasione non significa solo appropriazione indebita di denaro e arricchimento truffaldino; significa anche disposizione d’animo in senso egoistico e antisociale e inclinazione allo sfruttamento, al raggiro e all’inganno. Un cittadino che cerca in tutti i modi di evadere le tasse non è né democratico, né intelligente; è un furbo che pensa solo a se stesso. Chi evade carica sugli «altri» il costo dei servizi, di cui egli stesso beneficia, è un incivile, un mantenuto, un uomo scaltro e senza scrupoli, un approfittatore, un compendio di parassitismo, latrocinio, malvagità e protervia.
L’evasione innesca una serie di reazioni a catena, che alla fine nocciono alla collettività e costituiscono un pericolo per la democrazia stessa: si oppone all’equità sociale e al riconoscimento della pari dignità dei cittadini, lede l’interesse generale e il bene comune, favorisce i traffici illeciti, la corruzione e la costituzione di gruppi di potere, caste, massonerie, associazioni a delinquere e criminalità organizzate, induce i cittadini a conquistare posizioni di forza, a darsi da fare, a coltivare le conoscenze che servono, ad entrare nel «giro giusto», a salire sul carro vincente, a cercare le migliori opportunità per sé. Dove c’è evasione il cittadino onesto si sente fuori posto, snobbato, emarginato, e si perde ogni motivazione alla partecipazione politica e alla solidarietà sociale. In questo terreno la democrazia non alligna. La democrazia, infatti, ha bisogno del rispetto delle persone, di regole trasparenti, di legalità, di equità e giustizia. L’evasione è, come il peccato originale, la fonte primaria dell’ingiustizia sociale, una ruggine che corrode, un malessere profondo che disintegra, un morbo che destruttura. In poche parole, essa è la causa prima di molti mali sociali. Una pandemia, una guerra mondiale, la più catastrofica calamità naturale o la più micidiale bomba atomica possono fare milioni di vittime e, tuttavia, producono meno danno di un’evasione fiscale metodica e generalizzata, che, come un cancro, è in grado di minare subdolamente la nazione intera, fino a distruggerla nei suoi princìpi morali fondamentali. Per tutte queste ragioni, l’evasione va considerata il problema numero uno, il «male» per eccellenza, almeno in un sistema che voglia definirsi democratico.
Uno Stato si può valutare da come spende i soldi delle tasse e da come si comporta nei confronti dell’evasione fiscale. Diremo che uno Stato è efficiente se spende bene i soldi che riceve dai cittadini e se vigila affinché tutti paghino il dovuto. In questo campo, le differenze fra DD e DR appaiono particolarmente sensibili.

Il fisco DD
In un sistema DD, s’insegna già nella scuola dell’obbligo che le tasse sono destinate a diventare servizi pubblici e che il cittadino evasore è contro il popolo. “A rigor di logica, più aumenta il numero e la qualità dei servizi e più aumentano i costi. La regola dovrebbe essere: più pago e più ricevo. Perciò, i cittadini dovrebbero avere interesse a pagare il più possibile, salvo poi pretendere di avere servizi adeguati” (MUNI 2007: 37). In altri termini, lo Stato DD cerca di far capire ai cittadini che è nel loro interesse avere i migliori servizi possibili, pagando il giusto, e si adopera per realizzare condizioni che favoriscano lo sviluppo delle virtù civiche nei cittadini. In particolare, esso suggerisce l’uso esclusivo di denaro elettronico, così che il prelievo fiscale venga eseguito in modo automatico e non sia più possibile l’evasione. L’apparato tributario dello Stato è ridotto all’osso, con conseguente sensibile riduzione della spesa pubblica. Una parte del denaro così risparmiato viene impiegato nella ricerca, nella creazione di nuovi posti di lavoro e per migliorare i servizi. Inoltre, dato che tutti pagano il dovuto, l’imposizione fiscale cala, mentre aumenta il potere d’acquisto dei cittadini.

Il fisco DR
Prendiamo il caso dell’Italia. L’apparato fiscale è molto esteso, elaborato e dispendioso. Le numerose agenzie delle entrate traboccano di carte e anche i cittadini sono obbligati a tenere nelle proprie abitazioni dei piccoli archivi pieni di documenti, che dovranno essere esibiti in caso di controllo. Il sistema è così complesso che molti contribuenti, per poter pagare le imposte in modo da non avere noie col fisco, sono costretti a rivolgersi a personale esperto, facendosi carico delle relative spese. Lo scopo ultimo del fisco non è quello di far pagare le tasse a tutti, ma quello di far affluire all’erario una quantità di denaro che i politici ritengono sufficiente, così come il dovere del contribuente non è quello di pagare il dovuto, ma quello di operare nel rispetto formale della procedura, in modo da poter superare indenne eventuali controlli. Se poi, il contribuente riesce a trovare il modo di evadere, meglio per lui. È in quest’ottica che si muovono i cosiddetti studi di settore e i concordati fiscali. I risultati sono evidenti: nonostante il massiccio impiego di personale e di mezzi, l’evasione fiscale rimane elevata e, dunque, continuano ad esserci cittadini che pagano e altri no.
Tutto ciò può contribuire a spiegare il tipo di rapporto che si viene a stabilire fra il contribuente e lo Stato, che non è né virtuoso né trasparente, ma opportunista e subdolo. Nei confronti del fisco, “gli italiani si mostrano, a dir poco, perplessi, e non tanto perché non ne intuiscano l’importanza, quanto piuttosto perché notano che, spesso, gli evasori vengono premiati o, comunque, non sono adeguatamente puniti, e anche perché non si fidano dello Stato, che spenderebbe male il loro denaro. Se paghi, nessuno ti apprezza e i servizi che ricevi in cambio non sempre sono all’altezza delle tue aspettative; se non paghi, nessuno ti biasima ed hai gli stessi servizi. Allora, meglio essere «furbi» e lasciare che a pagare siano gli altri. Questa è la realistica, e certo amara, conclusione alla quale giungono gli italiani. Ne deriva una cultura pro-evasione, dove chi paga le tasse non pensa ai servizi che potrà avere in cambio, ma le paga o perché non riesce, materialmente, ad evaderle o eluderle, o per paura delle sanzioni previste dalla legge. La massima aspirazione per un italiano è di essere «più furbo» o «meno fesso» degli altri, di pagare il minimo per avere il massimo, di evadere il più possibile senza farsi scoprire” (MUNI 2007: 38).
In caso di errore da parte del fisco, a rimetterci è quasi sempre il cittadino e non i funzionari dello Stato, che godono di una sorta di immunità e non rispondono delle loro manchevolezze. Possiamo concludere dicendo che il sistema fiscale italiano favorisce alcuni e penalizza altri, premia i furbi e castiga gli onesti. In una parola, è iniquo.

Quattro casi personali
Primo caso. Nel 2004 l’agenzia delle entrate di Udine mi notifica che non ho dichiarato l’affitto di un appartamento nella Dichiarazione del 1998 e mi chiede il pagamento delle imposte non versate e degli oneri accessori. Per mia fortuna ho la documentazione attestante che il proprietario dell’appartamento è mio figlio e che il contratto di locazione è stato da me sottoscritto in qualità di tutore, essendo il figlio, all’epoca, minorenne. Mi reco allora presso l’ufficio competente ed esibisco il documento, ma mi dicono che non va bene: devo rispettare la procedura, che consiste nella compilazione di un modulo, che poi dovrò consegnare, insieme al documento, presso l’ufficio Protocollo. Eseguo e mi va bene: il problema è risolto. Costo per me: cinque ore del mio tempo e un po’ di nervoso. Costo per l’impiegato: nulla. Costo per lo Stato, cioè, per tutti noi: mantenere in essere un apparato inefficiente e irresponsabile.
Secondo caso. Nel 2005, lo stesso ufficio mi notifica che non ho dichiarato l’affitto dello stesso appartamento nella Dichiarazione del 1999 e, come al solito, mi chiede il pagamento delle imposte non versate e degli oneri accessori. Stessa storia (nel 1999 mio figlio aveva 15 anni e io esercitavo su di lui la patria potestà). Memore della precedente esperienza, mi reco direttamente presso l’ufficio Protocollo, dove consegno la documentazione di rito. Alcuni mesi dopo, ricevo una nuova ingiunzione di pagamento, da effettuare entro sessanta giorni. A questo punto sento il bisogno di aiuto e mi rivolgo al mio commercialista, il quale, appellandosi ad un diritto di «autotutela» previsto dalla legge, prepara un’istanza di annullamento del provvedimento. Dopo aver pagato e ringraziato, ritorno all’ufficio Protocollo e consegno l’istanza. È il 23.2.06. Se entro la fine di marzo, mi spiega il commercialista, non avrò ricevuto alcuna comunicazione dal parte dell’ufficio competente, dovrò avviare una procedura di ricorso, che sarà più complessa e costosa. Chiedo: alla fine, quando sarà accertata la mia ragione, l’agenzia delle entrate mi risarcirà le spese sostenute e il tempo perso? Risposta secca del commercialista: No! Per fortuna, la vertenza si conclude positivamente per me.
Terzo caso. Nel giugno scorso, lo stesso ufficio notifica questa volta a mia moglie, perché è stata lei a firmare in mia assenza, che non ha dichiarato l’affitto dello stesso appartamento nella Dichiarazione del 2003 e, come di consueto, chiede il pagamento delle imposte non versate e degli oneri accessori. Avrei potuto recarmi presso l’ufficio e spiegare che mia moglie aveva firmato in qualità di tutrice del figlio, ma c’è qualcuno disposto a credere che sarei stato compreso? Allo scopo di evitare lungaggini e dispiaceri, ho preferito rivolgermi nuovamente alla mia commercialista, che ha provveduto ad inoltrare una nuova istanza in autotutela, che è stata accolta. Costo dell’istanza a mio carico: 48 € e un paio di ore di tempo.
Quarto caso. Qualche mese fa (aprile 2008), la commercialista mi ha informato che mia moglie e mio figlio, che sono a mio carico e che finora, come semplici proprietari della casa in cui abitano, erano inclusi nella «no-tax area» e ignorati dal fisco, con quest’anno hanno l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi e dovranno pagare allo Stato poco meno di 200 € complessivamente, cui bisognerà aggiungere 180 € per il commercialista. Premetto che io non ho alcuna intenzione di contestare la tassa in sé. Voglio solo far notare che la mia sola famiglia porterà nei già affollati uffici delle agenzie delle entrate due nuovi fascicoli, che, a livello nazionale, diventeranno milioni di fascicoli, che dovranno essere controllati, con conseguente maggior carico di lavoro e verosimile necessità di nuove assunzioni di personale e una lievitazione della spesa pubblica, ma anche col rischio di mandare in tilt il nostro sistema tributario, ormai divenuto troppo complesso. Siamo di fronte ad una politica fiscale dissennata. Basta fare due conti. Se ipotizziamo che un quarto dei 200 € versati da me al fisco venga assorbito dall’incremento della spesa pubblica (lavoro straordinario, nuove assunzioni, ecc.), il bilancio finale di questa operazione è il seguente: 380 € sono sottratti al consumo e deviati in gran parte alla burocrazia (230 €) e in minor misura ai servizi (150 €). In altri termini, si sottrae denaro al settore produttivo e lo si dirotta in quello improduttivo, in un modo del tutto improvvido e ingiustificato. Infatti, se lo Stato aveva bisogno che versassi nelle sue casse 150 €, avrebbe potuto ritoccare una delle tante imposte che già pago (irpef, iva, bollo auto, ecc.), senza però coinvolgere e appesantire la burocrazia, la quale, semmai, andrebbe snellita.
Considerazioni conclusive. Poche centinaia di euro potrebbero sembrare una bazzecola, ma occorre tener presente che quel che accade ad una famiglia può accadere a milioni di altre famiglie e che poche centinaia di euro diventano, su scala nazionale, centinaia di milioni di euro, che vengono sottratti al consumo e spesi in burocrazia, per di più ingenerando spesso nel cittadino la sensazione di essere vessato da uno Stato sprecone, che sperpera il pubblico denaro per mantenere una pletora di dipendenti che non rispondono dei propri errori. Mi chiedo: ma perché noi cittadini dobbiamo mantenere una classe politica così inetta? Non è meglio che ci governiamo da soli e spendiamo i nostri soldi in modo più produttivo?

Didì