La sicurezza
Anticamente si tendeva ad identificare la s. con l’adeguata protezione dei confini dello Stato da eventuali attacchi esterni. Con la diffusione della democrazia liberale e la proclamazione dei diritti dell’uomo si è andato affermando un nuovo significato di s., che non si riferisce più solo allo Stato, bensì anche alle persone, così che, all’originario significato politico e oggettivo, se ne aggiunge uno psicologico e soggettivo. Oggi la s. ha assunto un significato ancora più sottile, riducendosi ad una semplice sensazione della persona, la sensazione di essere insidiata nei propri diritti, nella propria integrità psico-fisica e nei propri beni. I fattori di insicurezza sono numerosi e vanno dalla criminalità alla precarietà del lavoro, dal fenomeno dell’immigrazione all’inquinamento dell’aria, del suolo e dei cibi, dal terrorismo all’inflazione, dall’instabilità della borsa alla difficoltà di giungere a fine mese, e via elencando. Tra i fattori generatori di insicurezza un posto rilevante è occupato dal lavoro, dove, sempre più spesso, si registrano episodi di sfruttamento, molestie sessuali e mobbing, soprattutto a danno dei soggetti più deboli o che oppongono resistenza al loro asservimento (HIRIGOYEN 2000: 56). Se questi fattori, che possiamo definire «esterni» sono relativamente facili da quantificare, meno facile è valutare l’insicurezza che origina nell’ambiente domestico e all’interno delle famiglie. “La violenza perversa nelle famiglie costituisce un ingranaggio infernale difficile da arginare, perché tende a trasmettersi da una generazione all’altra. Siamo qui nel registro del maltrattamento psicologico, che sfugge spesso alla vigilanza dell’ambiente circostante, ma che provoca sempre più danni” (HIRIGOYEN 2000: 34). Ebbene, sotto questo nuovo aspetto, la sensazione d’insicurezza è un tratto comune a molti paesi democratici ed è alla base di una forte domanda di s., che è percepita come un bisogno fondamentale e perciò un buon governo se ne dovrà occupare in modo prioritario. L’Italia ovviamente non fa eccezione: “Abbiamo una diffusa percezione di insicurezza, che è aumentata in questi ultimi anni” (FASSINO 2001: 4). Come rispondono DD e DR a questo bisogno di sicurezza?
La sicurezza DD
Alla DD non basta che sia rispettata la legge o che siano sicuri i confini dello Stato. La DD vuole che nessun individuo sia, o si senta, minacciato, schiacciato, oppresso e che sia al sicuro e rispettata ogni singola persona, perché, se è al sicuro il singolo, è anche al sicuro il collettivo e lo Stato e, se è rispettata la persona, ciò testimonia la bontà e l’osservanza della legge. Per la DD, sicurezza vuol dire creare le condizioni affinché ciascuna persona possa attuare l’effettivo esercizio dei suoi diritti fondamentali e portare avanti serenamente il proprio progetto di vita.
La sicurezza DR
Nei paesi a regime DR, dove non c’è il rischio di guerre, il termine «sicurezza», anziché riferirsi alla difesa dei confini dello Stato, si riferisce essenzialmente alla difesa delle istituzioni, delle culture locali e della proprietà privata, ma soprattutto al rispetto della legge. Il postulato DR è che, se è rispettata la legge, sono anche sicure la popolazione, le famiglie e le persone. La conseguenza di questa logica è che i progetti di vita individuali vengono posti in secondo ordine e i diritti universali dell’uomo sono spesso disattesi. I soggetti individuali sono lasciati indifesi all’interno delle loro comunità e delle loro famiglie, dove molti subiscono maltrattamenti e violenze, fisiche e psicologiche. Basti pensare ai bambini poveri, che non possono esercitare il diritto a sviluppare le proprie potenzialità e che vengono avviati al lavoro e/o alla prostituzione, o ai bambini condannati a vivere con genitori e/o fratelli alcolizzati, drogati, caratteriali, psicopatici, violenti, divorziati, oppure a certi sfortunati orfani. Molti di questi bambini finiscono per diventare vittime delle loro stesse famiglie e capri espiatori di un modello culturale che non prevede validi succedanei alla famiglia.
Non rientra nelle mie intenzioni addentrarmi in un argomento di cui credo ci sia abbastanza consapevolezza e su cui peraltro c’è abbondanza di bibliografia. Mi limito perciò a citare la conclusione di uno studio eseguito da Michele M. Correra e Pierpaolo Martulli, che, benché sia stato condotto una ventina di anni fa, fotografa una situazione che, a quanto mi risulta, non è mutata in questi ultimi anni: “il rischio di subire violenza da parte di un altro membro della famiglia è mediamente assai più elevato rispetto a quello di essere aggredito per strada da sconosciuti” (1988: 17). Più precisamente, episodi di violenza fisica avverrebbero nel 30% delle famiglie e ne sono vittime milioni, dico milioni, di soggetti deboli, specialmente donne e bambini. Le conseguenze di questo «disagio» familiare sono descritte dagli stessi autori in modo crudo, ma realistico: “Una famiglia inadeguata e violenta, soprattutto quando maltratta o trascura i fanciulli, non solo viene meno alla sua funzione, ma addirittura la perverte, generando sofferenza, disadattamento e devianza” (CORRERA, MARTULLI 1988: 185).
I confini dello Stato saranno pure al sicuro, la proprietà sarà tutelata, si potrà uscire per strada senza pericolo, ma questo non impedirà che vengano perpetrate innumerevoli atti di violenza, sia sui bambini, che sulle donne e gli anziani, all’interno delle mura domestiche, dove la DR non interviene come se si trattasse di un luogo sacro e inviolabile.

