Il federalismo
Sulla terra coesistono circa tremila gruppi etnici e tribali, che generalmente sono così legati alla propria identità e alle proprie tradizioni, da non esitare a ricorrere alle armi qualora si sentissero minacciati da qualcuno. “Da sempre gli uomini hanno difeso la loro indipendenza, e hanno garantito la loro sicurezza, con le armi” (ALBERTINI 1999: 183). Ma, a partire dalla guerra di indipendenza americana, si è scoperto che c’è un altro modo per far convivere pacificamente le diverse popolazioni che occupano il pianeta, il f. Da quando le armi nucleari hanno reso estremamente pericoloso per tutti il costume di appellarsi alla guerra come arbitro ultimo nelle controversie fra i gruppi umani, il f. “risponde al bisogno dei popoli e delle comunità politiche di unirsi per perseguire fini comuni, restando tuttavia separati per conservare le rispettive integrità” (ELAZAR 1998: 28]. È un modo di conciliare l’esigenza di conservare i propri valori locali con l’esigenza di far parte di una comunità tanto ampia da soddisfare al meglio i bisogni dell’individuo e assicurare condizioni di sicurezza, di pace e di prosperità.
In senso politico, il termine Federalismo (dal latino foedus: patto, contratto, alleanza) indica un «contratto» fra Stati sovrani, che rinunciano ad una parte della propria sovranità e si associano in modo da formare un unico organismo politico, allo scopo, dichiarato o meno, di incrementare la propria forza e garantirsi condizioni di pace interna e favorevoli opportunità in campo economico. Il f. si fonda su due princìpi: il decentramento e la sussidiarietà. Decentramento significa trasferire quote di potere decisionale dal centro alla periferia, dallo Stato alle regioni o ad altri enti locali. Attraverso la divisione e la compartecipazione dei poteri, lo Stato si avvicina ai cittadini e li motiva ad un maggior consenso e ad una maggiore partecipazione politica (GROPPI 2004: 53-5). Secondo Luttwak e Creperio Verratti, “soltanto con il decentramento si può realizzare la democrazia in senso attivo, cioè come vera partecipazione dei cittadini alla vita politica” (1996: 75). L’altra caratteristica del f., la sussidiarietà, “prevede che le funzioni siano attribuite al livello più basso possibile, ma riconosce, al tempo stesso, se necessario, l’intervento di quelli superiori in un ruolo d’integrazione” (2002: 119). In altri termini, questo principio stabilisce che lo Stato interverrà nella vita delle istituzioni solo quando queste non dovessero riuscire a sbrigarsela da sole. Il f. non è né di desta né di sinistra, né progressista né conservatore. Esso è semplicemente “l’antidoto più efficace contro i rischi di concentrazione del potere, finanziario, mediatico e politico che minacciano alla base le fondamenta della democrazia moderna” (MARIUCCI 1996: 18). Tutti questi principi si sposano bene con la democrazia e, anzi, possono trovare reale applicazione solo all’interno di sistemi democratici. Possiamo dunque affermare che “Tra federalismo e democrazia esiste un legame stretto” (GROPPI 2004: 54).
Lo spirito federativo è attuato in modi diversi e assume diverse forme nei singoli paesi. In Italia esso trova applicazione nel sistema regionale. Pur nella diversità, tutte le forme di f. si somigliano. Un aspetto che accomuna gli Stati federali è la devoluzione (devolution, in inglese), ossia la delega a livelli inferiori di governo di poteri che prima appartenevano allo Stato. Oggi in Italia si parla molto di federalismo fiscale. Che vuol dire? Vuol dire che dovrebbe esservi corrispondenza tra chi raccoglie i tributi e chi li spende, e che ogni livello di governo dovrebbe procurarsi “in modo autonomo, attraverso tributi propri, le risorse necessarie allo svolgimento dei propri compiti, fatta salva la facoltà dello Stato di attuare interventi redistributivi e perequativi tra le diverse realtà” (VENTURA 2002: 30). Lo Stato federale garantisce che i diritti dei cittadini siano rispettati nei singoli Stati; da parte loro, i cittadini partecipano alla scelta del governo federale, secondo il principio «un cittadino, un voto».
Il f. è un modello di organizzazione politica di successo e, secondo alcuni, potrebbe imporsi come l’unico strumento idoneo a realizzare un Mondo Unito Democratico. “Esso può essere istituito a livello delle unità statali, ma anche in un ambito più ampio, internazionale o addirittura mondiale, quale strumento di pacifica convivenza tra i popoli” (VENTURA 2002: 7), come già era stato preconizzato da Kant nel suo scritto giustamente famoso Per la pace perpetua. Ciò premesso, ci aspettiamo che il f. trovi buona accoglienza tanto nella DD che nella DR. E così, infatti, è. C’è, tuttavia, almeno un’importante differenza.
Il Federalismo DD
La DD guarda ai principi di decentramento e sussidiarietà con tale favore da esprimerli al massimo grado e realizzare un federalismo individuale. In pratica, lo Stato federale democratico non si sostituisce alle persone, ma semplicemente le soccorre quando esse non ce la fanno con le proprie forze. Non solo lo Stato non si intromette in ciò che l’individuo è in grado di fare da solo, ma fa di tutto per metterlo in grado di fare autonomamente sempre più cose. Il f. individualista si sposa perfettamente con i seguenti principi democratici: tutti i cittadini devono partecipare in egual misura al potere politico e devono poter esercitare la loro sovranità in condizioni di pari opportunità e parità d’accesso all’informazione e di controllo dell’ordine del giorno.
L’esempio dell’Italia ci può aiutare a comprendere meglio il modello di f. di cui stiamo parlando. I federalisti dicono: “Non è bene che il potere rimanga concentrato a Roma; è bene che venga partecipato dalla periferia”. Ma che cos’è la periferia? Innanzitutto le regioni. Bene, secondo il progetto federalista, ogni regione dovrebbe diventare un mini-stato sovrano, inserito in uno Stato più grande, che è l’Italia. Viene da chiedersi: “Perché la logica federalista non dovrebbe essere applicata anche all’interno di una singola regione?” Prendiamo la Sicilia. Perché il potere dovrebbe rimanere concentrato a Palermo, e non invece diviso fra le province? Poi però anche i comuni potrebbero osservare: “Perché non dovremmo partecipare anche noi al potere?” I comuni, tuttavia, non sono entità semplici: al loro interno possiamo riconoscere le circoscrizioni, le imprese produttive, le unità commerciali, i servizi, i condomini, le famiglie. C’è qualche ragione perché la logica federalista non debba essere applicata anche a queste realtà? Perché esse non potrebbero legittimamente richiedere il riconoscimento del diritto all’autonomia e all’autogoverno? E così, seguendo questo percorso, a cascata, si giunge al singolo individuo. Perché negare al singolo individuo il diritto a candidarsi come il più piccolo e fondamentale centro del potere politico? Ma, a questo punto, che cosa sarebbe il federalismo se non una DD? L’unico federalismo credibile è quello che è disposto a condurre i propri princìpi fino agli estremi limiti, quello cioè che non si accontenta di fermarsi, come aveva fatto Proudhon, al capo-famiglia, che pure è già da considerare un limite coraggioso, ma che vorrà giungere fino all’individuo sovrano.
Il Federalismo DR
La caratteristica del federalismo DR è quella di riferirsi agli Stati o ad altre entità comunitarie (Regioni, Comuni, Istituzioni), mai alle persone, di muoversi cioè in una logica di gruppo e non individuale. Lo possiamo chiamare «statalista» e rappresenta l’unica forma esistente di federalismo. La DR si guarda bene dall’estendere la logica federalista ai singoli individui e, abitualmente, si ferma alle regioni, anche se non esclude la possibilità di includere le province e perfino i comuni, ma mai pensa che si possa andare oltre. Così facendo, il federalismo finisce col moltiplicare le istituzioni dotate di potere politico, ma continua ad escludere i cittadini dalla partecipazione politica. Il risultato è che la società rimane di tipo duale, con una classe dominante minoritaria e la maggioranza dei cittadini sottomessi, il cui unico potere riconosciuto è quello di eleggere liberamente i propri rappresentanti.
Chi ci guadagna in un siffatto ordinamento politico? Certamente gli uomini che hanno aspirazioni di potere: un sistema federale ne può accontentare un numero maggiore che qualsiasi altra forma di governo. Certo, i signori di Roma dovrebbero dividere il potere con quelli della periferia, quindi vedrebbero ridotto il proprio potere, ma in compenso la loro posizione risulterebbe più stabile. Globalmente considerato, il potere risulterà più esteso e livellato, ma anche più sicuro, sia a causa delle condizioni di pace garantite dal federalismo, sia perché tutti i più temibili concorrenti, avendo già la propria fetta di potere, sono poco motivati ad agitare le acque. Semmai ci si potrebbe aspettare qualche rimpasto, qualche scambio di ruoli, ma la classe dominante rimarrebbe comunque ben salda al comando. Oltre agli uomini di potere, a guadagnarci col federalismo saranno i centri più ricchi di risorse, che potranno avere la meglio nella competizione con gli altri centri meno fortunati, e diventare sempre più ricchi. Non per niente il federalismo è caldeggiato prevalentemente dalle regioni più benestanti e dai personaggi medio-borghesi con ambizione di potere. Per la stessa ragione, il federalismo prospera laddove sono diffusi i valori del libero mercato, del libero scambio, della libera competizione, della libera iniziativa, valori tipici del capitalismo, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
E i cittadini comuni? Per loro cambierà poco o nulla. Il potere non sarà mai nelle loro mani. Essi continueranno ad eleggere i propri rappresentanti con delega apparentemente soggetta a verifica, ma in realtà in bianco, e il loro voto sarà conteso a suon di spot pubblicitari e di campagne propagandistiche da parte di chi detiene il potere economico e controlla i mezzi di informazione di massa. Molti cittadini probabilmente capiranno il sottile gioco di cui sono vittime e si ritireranno dalla politica. Così a governare il Paese resteranno solo quanti avranno grossi interessi privati da difendere, che verranno sostenuti dalla massa di cittadini ignari di essere solo uno strumento. In pratica, il Paese sarebbe governato da potentissimi gruppi, società, compagnie e lobby e all’insegna dei loro interessi: gli Stati Uniti insegnano. Anche se dovesse essere concessa ai cittadini la facoltà di prendere una qualche decisione attraverso il voto referendario, in realtà, fintantoché il potere sarà nelle mani dei rappresentanti, questi troveranno mille espedienti per impedire che prevalga la volontà del popolo. Così, il governo del Paese sarà appannaggio dei cittadini dalla classe media in su, i quali governeranno a proprio vantaggio, con la conseguenza che una larga fascia della popolazione dovrà confrontarsi quotidianamente con problemi di mera sopravvivenza, nel rispetto del tipico modello capitalista: chi è ricco diventa sempre più ricco, chi è povero sempre più povero.

