Il principio di uguaglianza
Vanno fatte due premesse. La prima è che «eguale» non significa «identico» (GIANFORMAGGIO 2005: 37). Due esseri viventi possono essere eguali, perché appartengono alla stessa specie, hanno la stessa struttura corporea e la stessa fisiologia, ma quasi mai sono identici. La seconda premessa è che la specificità individuale aumenta man mano che si sale nella scala zoologica ed è massima nell’uomo. In altri termini, pur essendo eguale ai suoi cospecifici, ogni essere umano è unico e irripetibile. Il principio di u. non può non tener conto di questa realtà. Tutti gli uomini sono eguali, perché appartengono alla stessa specie, hanno la stessa struttura corporea e la stessa fisiologia, ma ciascuno di loro è diverso, perché ha capacità diverse, una diversa volontà e un diverso modo di interpretare il proprio progetto di vita. Tutti gli uomini sono eguali nella loro dimensione sociale, ma ciascuno di loro si sente diverso dagli altri ed è orgoglioso di esserlo.
L’idea che gli uomini sono uguali, ossia che hanno gli stessi diritti, risale all’antichità. Basti pensare alla concezione biblica della creazione (gli uomini sono tutti figli di Dio e, dunque, fratelli) o alla democrazia ateniese del V-IV secolo a.C. (tutti i cittadini sono uguali nei loro diritti). Gli ebrei derivano la loro idea di uguaglianza da una legge divina, i greci da una “legge naturale”: in entrambi i casi, ci si appella ad una volontà esterna e superiore. Gli uomini sono e devono essere uguali perché così vuole il dio o la natura: tale è la concezione dell’uguaglianza presso gli antichi.
L’idea moderna di eguaglianza fra gli uomini si afferma col giusnaturalismo e scaturisce dalla convinzione che “ci sono prima gli individui e poi lo Stato: si comprende lo Stato a partire dagli individui; lo Stato è un aggregato di individui” (ZANETTI in BARBERA 1997: 52). Secondo Hobbes, fatta eccezione del monarca, “la differenza fra uomo e uomo non è così considerevole, da permettere a un uomo di rivendicare un vantaggio, cui un altro non possa a pari titolo pretendere” (1998: I, 13) e, pertanto, “come in presenza del padrone tutti i servi sono eguali, e privi di ogni onore, così i sudditi in presenza del sovrano” (1998: II, 18). Secondo altri pensatori, il diritto d’uguaglianza si deve fondare nella qualità razionale, che accomuna gli uomini. “La ragione è ciò che gli uomini hanno tutti ed è ciò che li rende identici. Attraverso la ragione essi pensano, ragionano nello stesso modo, arrivano alle stesse conclusioni” (ALBERONI, VECA 1992: 56).
Comunque lo si giustifichi, il principio d’uguaglianza proclamato dai moderni ha la peculiarità di non invocare cause esterne: gli uomini sono e devono essere uguali perché è bene e giusto che sia così, per loro stessa volontà, non per volontà esterna. D’ora in poi, si potrà parlare di diritti fondamentali dell’uomo, come caratteristica inerente all’uomo stesso o, se vogliamo, come principio di giustizia o come valore culturale, tutt’al più come volontà divina, ma non più come fatto di natura. “È falso che l’eguaglianza sia una legge di natura. La natura non ha fatto nulla di uguale. La sua legge sovrana è la subordinazione e la dipendenza” (VAUVENARGUES 1989: 227).
Una volta esclusa la sua origine naturale, il principio di uguaglianza può essere ricondotto o ad una causa divina, ma solo per i credenti, o ad una causa culturale, cosa che vale per i laici oltre che per molti credenti e che, dunque, possiamo ritenere come prevalente. Secondo Kant, l’unico diritto innato dell’uomo è la libertà e la sola forma di uguaglianza giustificabile è quella che riconosce a ciascuno il diritto di costruire e sviluppare “liberamente” il proprio progetto di vita, ossia un’uguaglianza di partenza, non di arrivo. Sotto tale aspetto, Kant è da considerare ancora attuale. Del resto, l’intera storia dell’umanità non ci offre alcun esempio di Stato improntato dal principio di eguaglianza assoluta fra tutti i suoi membri. Da un paio di secoli il principio di eguaglianza è sbandierato, a parole, da tutti i paesi DR, ma nella pratica esso è ampiamente disatteso. Il comunismo ha provato a realizzare un’eguaglianza di fatto di tutti i cittadini, ma questo progetto è fallito.
Ancora oggi, ogni qualvolta ci addentriamo nella pur cara questione dell’uguaglianza, ci sembra di muoverci in un terreno paludoso e nebbioso, tanto che la domanda «perché l’ignoranza? » “rimane in fondo senza una risposta soddisfacente” (SOMAINI 2002: 45). Di fronte ad un tema così fascinoso e impenetrabile non possiamo far altro che dichiarare la nostra impotenza e ammettere con Dworkin che “L’uguaglianza è un ideale politico ampiamente diffuso e tuttavia misterioso” (2002: 1). Dobbiamo allora concludere che l’eguaglianza non si confà alla natura umana? Credo di poter dare una risposta affermativa: gli individui non sono eguali e forse nemmeno vogliono esserlo. Perciò “il perseguimento di un’uguaglianza di portata generale risulta eticamente indesiderabile ancor prima che praticamente impossibile” (SOMAINI 2002: 509).
Il principio di uguaglianza DD
La DD fa derivare il principio di u. da quello di sovranità: ci riconosciamo uguali, perché ci riconosciamo sovrani. È solo in virtù di questo riconoscimento che ogni individuo “è necessariamente di principio eguale a ogni altro” (SANTAMBROGIO 1998: 55) ed ha il diritto di elaborare un proprio progetto di vita e di trovare da sé il modo di essere felice, partendo da condizioni di pari opportunità con tutti gli altri. Cosa significhi uguaglianza di opportunità, ce lo spiega Friedman: “Nessun ostacolo arbitrario dovrebbe impedire agli individui di raggiungere le posizioni per le quali sono dotati e che essi sono spinti dai loro valori a ricercare. Né la nascita, il colore della pelle, la religione, il sesso, né qualsiasi altra caratteristica irrilevante dovrebbero determinare le opportunità offerte a una persona; ma solo le sue capacità” (1981: 133). L’uguaglianza di opportunità implica l’eliminazione dei privilegi di nascita e, quindi, l’abolizione della famiglia, come fonte di status. Secondo Somaini, “l’approccio delle opportunità parte da un’interpretazione dell’esistenza come una gara e considera compito essenziale (e in fondo esclusivo) della giustizia il garantire che la gara sia equa” (2002: 513). In realtà ciò non è del tutto esatto, perché nulla vieta che uno possa rinunciare alla gara, oppure di gareggiare solo fino ad un certo punto e poi decidere di ritirarsi dalla competizione, in entrambi i casi accontentandosi del Minimo.
Altro è l’uguaglianza di risultato. La volontà, l’impegno e il genio non sono frutti che maturano spontaneamente: essi vanno coltivati anche con il riconoscimento e il premio da parte degli altri. In democrazia, è bene ciò che afferma Dworkin, e cioè che “in linea di principio, gli individui dovrebbero essere sollevati dalla responsabilità consequenziale per gli aspetti della loro situazione che sono dovuti a malasorte bruta, ma non per gli aspetti che dovrebbero essere visti come il risultato delle loro scelte. Se una persona nasce cieca e senza le doti di altre, allora è vittima della malasorte e, per quanto possibile, una società giusta la compenserà per quella malasorte. Ma se possiede meno risorse di altre perché ne ha spese di più per acquistare beni di lusso, o perché ha scelto di non lavorare o di svolgere lavori meno rimunerativi di quelli scelti da altre, allora la sua situazione è il risultato di una scelta e non una questione di sorte, per cui non ha diritto ad alcuna compensazione per colmare il suo deficit attuale” (2002: 315-6).
Non è contrario allo spirito democratico il ripagare le persone secondo i loro meriti. Chi lavora di più e affronta con successo situazioni problematiche e rischiose non può essere trattato allo stesso modo di chi è indolente e dissennato, perché ciò costituirebbe non solo iniquità, ma anche autolesionismo. Senza premio, infatti, la motivazione individuale si spegne e l’intera collettività si impoverisce. Ha ragione, dunque, Friedman quando dice che l’uguaglianza si oppone alla libertà e va evitata. “Una società che ponga l’uguaglianza –nel senso di uguaglianza di risultato– al di sopra della libertà, finirà per non avere né l’uguaglianza né la libertà” (1981: 149). La DD concorda col pensiero di Friedman e accetta la disuguaglianza di risultato nel rispetto del principio “a ciascuno secondo i suoi meriti”.
Il principio di uguaglianza DR
L’uguaglianza di opportunità è riconosciuta dall’art. 3 della nostra Costituzione, che recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Si tratta di un enunciato tipicamente democratico ed è sorprendente leggerlo in una Costituzione DR. In realtà, questo articolo è ampiamente disatteso. La stessa proclamazione dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è solo un enunciato di comodo, che non trova effettivo riscontro nella quotidianità. Il fatto è che, per sua radicata convinzione, il sistema DR è incompatibile con l’uguaglianza di partenza, non desidera questo tipo di uguaglianza e, anche se affermasse di desiderarla, in realtà non offre spazio per una sua eventuale realizzazione. “Questo eguagliamento dei punti di partenza incontra limiti nella struttura sociale complessiva, perché non può eliminare vantaggi comuni alla tradizione familiare, alle relazioni sociali e quant’altro, senza scardinare, in nome dell’eguaglianza, valori e principi solidissimi nella nostra coscienza. Ma, prima ancora, ove portato all’estremo, produce ulteriori inconvenienti, perché mette più a nudo la diversa capacità delle persone, rende più crudo e duro il fallimento di chi si è dovuto accontentare di mansioni più modeste…” (CERRI 2005: 131).
Nella realtà, la DR tollera la disuguaglianza, sia di partenza che d’arrivo, e, così facendo, genera quel sistema capitalistico liberale, per non dire liberistico, che conosciamo e che è ha nell’austriaco Friedrich August von Hayek uno dei suoi massimi teorici. Per Hayek è sbagliato retribuire un individuo in base al merito o fare studiare i più intelligenti, è meglio affidarsi al caso e lasciare che il successo sia “solo una questione di fortuna” (1999: 477). È sbagliato anche prendere posizione contro la concentrazione della ricchezza. “Se, spinti dall’invidia, rendiamo impossibili alcune forme di vita eccezionali, tutti noi alla fine risentiremo di un impoverimento materiale e spirituale” (1999: 179). E il principio delle pari opportunità? No, dice Hayek, meglio privilegiare un’élite e trascurare le masse (1999: 471). Anche per Nozick, la vita non è una corsa a premi ed è insensato pretendere che tutti i concorrenti inizino a muoversi dalla stessa linea di partenza; l’eguaglianza di opportunità è qualcosa che ha a che fare con l’invidia, con quel sentimento cioè proprio di chi, non riuscendo ad ottenere qualcosa, desidera che nemmeno gli altri vi riescano (2000: 244-7).
Dati questi presupposti, per la DR non è auspicabile né che venga rimosso lo status familiare e nemmeno che vi sia parità di condizioni alla nascita, perché questo comporterebbe una competizione estenuante con dispendio eccessivo di energie (MOSCA 1994: 213). Così facendo, il sistema DR opera una distinzione dei cittadini per nascita e genera una disparità di prospettive di vita a seconda della famiglia d’appartenenza. I poveri non lottano, non partecipano, non rivendicano: possono solo sognare e sperare, anche se spesso non fanno neanche questo. “Politicamente, il sottoproletariato non conta niente. Non fa rivoluzioni; è inerte” (THUROW 1997: 38). Solo chi ha qualcosa può partecipare alla politica e lottare per i propri interessi. In pratica la politica è un affare dei ricchi, che possono governare a proprio vantaggio e diventare sempre più ricchi.

