31. Una Teoria della DD - I partiti

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pietromuni
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31. Una Teoria della DD - I partiti

I partiti
Il partito politico moderno origina dalla diffusione dei fermenti rivoluzionari del XVIII secolo, che decretano il tramonto dei regimi autocratici e la trasformazione dei sudditi in cittadini, e si afferma nel momento in cui al ricco signore aristocratico, il cui potere poggia su un vasto seguito di servitori e clienti, subentra il politico di professione, il cui potere poggia sul consenso elettorale. Ciò accade per la prima volta negli Stati Uniti d’America sotto la presidenza Jackson, nella prima metà dell’Ottocento, proprio mentre il governo repubblicano va a prendere il posto delle monarchie.
Il partito moderno è tipicamente composto da due ordini di cittadini: i leader e i seguaci. Sono i primi che fondano il partito e, dopo essersi candidati a rappresentare il popolo, elaborano le strategie del consenso. I secondi invece si limitano a votare per questo o per quello, più o meno come fa il giocatore al casinò quando punta su un colore o su un numero sperando che sia quello vincente.
Come ha correttamente osservato Kelsen, “la moderna democrazia si fonda interamente sui partiti politici” (1995: 62). Anche il sistema politico italiano ruota intorno ai partiti (IGNAZI 2002). Ma che cosa sono esattamente i partiti? “Per partiti –scrive Weber– si debbono intendere le associazioni fondate su una adesione (formalmente) libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale, e ai propri militanti attivi possibilità (ideali o materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per il raggiungimento di vantaggi personali, o per entrambi gli scopi” (1999 I: 282). Più semplicemente, secondo Held, i partiti non sono altro che “macchine costruite al fine di vincere la lotta competitiva per il potere” (1997: 264). Anche Giuseppe Schiavone associa il p. al potere e parla di “gruppi in lotta per la conquista del potere” (2001: 280). Detto con parole mie, i p. sono associazioni private, che diventano centri di potere politico e curano interessi di parte. In altri termini, l’idea di p. è inseparabile dall’idea di potere.
La forza contrattuale dei partiti dipende dal numero dei loro elettori, e questa è la ragione per la quale, come osserva Norberto Bobbio, essi sono “organizzati in primo luogo per procacciarsi i voti, per procurarsene il maggior numero possibile” (1991: 148). Nel suo complesso, possiamo immaginare la politica partitica come un’industria che produce voti e per la quale valgono le stesse regole del mercato; “i modi in cui i problemi e la volontà popolare in merito ad essi vengono manipolati corrispondono esattamente ai modi della pubblicità commerciale” (SCHUMPETER 1994: 251). Quello che conta sono i voti conquistati e le leggi di parte che si è riusciti ad approvare nel corso della legislatura. In fondo, è una questione di business, di affari, un gioco spietato, dove ciascuno pensa per sé e dove prevale una logica di forza. Mancano obiettivi di giustizia ed equità sociale, manca l’attenzione per la singola persona, mancano i nobili ideali della DD, manca la voglia di rendere il mondo migliore. Lo scopo primario del candidato è quello di convincere i cittadini a votarlo, e perciò egli ricorre a lusinghe e promesse di ogni tipo e, anche se sa che poi non le potrà mantenere, si riserva di trovare poi il modo di giustificarsi o di lasciar credere che tutto è andato come previsto e che egli è meritevole di conferma. Il suo scopo, infatti, non è quello di far seguire i fatti alle parole, ma quello di convincere in qualche modo i cittadini a rieleggerlo. Da parte sua, chi si reca alle urne lo fa per sostenere un partito nei confronti del quale ritiene di avere affinità di intenti e di programmi e perché spera nelle promesse e nella buona fede dei leader.
Cosa fanno concretamente i partiti? Sostanzialmente, cercano di selezionare candidati e “scegliere programmi in grado di conquistare i voti di una maggioranza di elettori” (MARTELLI 1999: 126). Il messaggio che il candidato di partito invia ad ogni potenziale elettore è di questo tono: più voti otterrò, più sarò forte e più facilmente potrò fare i tuoi interessi. Gli elettori ascoltano i candidati dei diversi partiti e giudicano. Devono capire da che parte stare. Alla fine, essi “votano per l’interesse personale” (MARTELLI 1999: 175). Ecco allora che la campagna elettorale diventa un gigantesco gioco di interessi, regolato da norme e procedure. Questo sistema potrebbe funzionare se i cittadini fossero avvezzi a usare la propria testa e fossero capaci di farlo in modo autonomo e responsabile, ma così non è. Di norma, i cittadini sono poco informati e votano più sulla spinta emotiva del momento o per interessi contingenti che pensando al bene comune e, per conseguenza, sono poco inclini a formare fronti compatti e solidali, il che concede ai leader un vantaggio incolmabile con conseguente creazione di un sistema politico sbilanciato a favore dei rappresentanti e di un sistema di potere di tipo oligarchico. Il sistema funziona così: i voti trasformano il candidato in rappresentante eletto e lo investono dell’autorità legislativa; il rappresentante eletto procura di emanare leggi che piacciano ai cittadini, affinché questi continuino a votarlo. In questo gioco d’interessi, che è la politica, chi ha più da guadagnare è l’eletto.
Secondo l’apparenza, i partiti sono espressi dai cittadini a garanzia dei propri interessi; in realtà, essi sono strutture verticistiche. “Mentre le dottrine classiche e neoclassiche immaginano che il consenso democratico fluisca, entro i circuiti organizzativi dei partiti, dalla base verso i vertici, i flussi della legittimazione politica seguono in realtà una direzione inversa” (ZOLO 1992: 151). In quanto strutture verticistiche, i partiti rispondono più agli interessi degli eletti che a quelli degli elettori, come se non fossero gli eletti al servizio degli elettori, ma gli elettori al servizio degli eletti. Pensiamo ai disoccupati, ai sotto occupati, ai precari, ai percettori di pensioni minime, a chi non riesce a pagare il mutuo della casa o le bollette dei servizi, ma anche a chi perde il posto di lavoro per colpa non sua, come nel caso Alitalia. Ci dicono che in Italia un venti per cento della popolazione versa in condizioni di povertà. È un esercito di cittadini sfortunati che farebbe i salti mortali pur di stare meglio e, infatti, molti di loro votano questo o quel partito nella speranza di migliorare il proprio stato. Ma invano: una quota di povertà è considerata fisiologica in tutti i paesi a regime DR e, pertanto, non meritevole di eccessive attenzioni. Questa situazione di squilibrio non cambierebbe nemmeno se si concedesse ai cittadini la facoltà di revocare la loro delega. Infatti, se, per esempio, i dipendenti dell’Alitalia che hanno perso il posto di lavoro potessero riprendersi il proprio voto, cosa cambierebbe?
Ben diversa è la situazione se la osserviamo dal punto di vista degli eletti, ossia dei parlamentari, i quali, grazie ai voti, si assicurano, indipendentemente da come andranno le cose, una serie di privilegi di natura economica (indennità parlamentare, diaria per il soggiorno a Roma, rimborso spese, assegno di fine mandato, assegno vitalizio), che sono stabiliti da leggi emanate o conservate dagli stessi parlamentari. Ai privilegi economici bisogna aggiungere i vantaggi indiretti che derivano dalla posizione di potere dei parlamentari, che sta alla base dei fenomeni della corruzione e del nepotismo, oltre che della facoltà di emanare leggi ad personam finalizzate a tutelare interessi aziendali oppure a procurare un’immunità giudiziaria, come dimostra il caso di Berlusconi, il quale, tutte le volte che è indagato dalla giustizia, tira in ballo il fatto di godere di un vasto consenso popolare e dice sostanzialmente ai giudici: non potete procedere contro di me, non potete intralciare la mia azione di governo, perché è voluta da popolo.
Ma c’è un altro vantaggio per il rappresentante, che non è meno importante di quelli menzionati, il vantaggio di non essere vincolato da un mandato specifico e godere di una quasi piena libertà decisionale. Il leader eletto non ha nessun obbligo di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, né deve rendere conto agli elettori del suo operato, ma rimane “padrone del proprio atteggiamento” (WEBER 1999: I, 291). “Il giudizio degli elettori è retrospettivo” (PASQUINO 1995: 57), può essere espresso cioè solo alla fine del mandato e, nella peggiore delle ipotesi, il candidato eletto rischia di non essere confermato alla scadenza del mandato. La legge prevede comunque condizioni di privilegio anche per chi sia rimasto in carica una sola legislatura. Così, di solito, avviene che anche i parlamentari più lavativi e opportunisti, alla fine del loro mandato, vengono comunque premiati. Io la chiamo «irresponsabilità».
Se adesso ci chiediamo perché sono necessari i partiti, possiamo trovare una chiara risposta nelle parole di Joseph A. Schumpeter: “partito e uomini politici di partito sono semplicemente la risposta all’incapacità della massa elettorale di agire di propria iniziativa” (1994: 269-70). Dunque, i partiti sono necessari perché i cittadini sono incapaci. E non si tratta di incapacità temporanea e contingente: i cittadini sono incapaci per principio e irrimediabilmente. Non solo si stabilisce che il cittadino non è all’altezza di assumersi responsabilità di tipo politico, ma non gli si attribuisce nemmeno la capacità di esprimere un voto responsabile. “Sappiamo che gli elettori non dispongono delle conoscenze necessarie a un voto informato, e d’altra parte quelle disponibili superano le capacità individuali di valutarle e confrontarle, tenuto conto che essi generalmente non possono dedicare alla decisione di voto che una piccola parte del proprio tempo” (MARTELLI 1999: 181). Siamo di fronte ad un giudizio categorico e definitivo, che degrada il cittadino comune ad un livello infantile perenne o ad un ruolo di marionetta. È la teoria elitista che, come sappiamo, è fondata sulla radicale sfiducia nel cittadino e sta alla base del partitismo, ma, poiché dove manca questa fiducia manca anche la democrazia, ne ricaviamo che i partiti sono la negazione della democrazia stessa.
Oggi si parla di “crisi del partito politico”, anche se rimane del tutto incerta “la cura da adottare o la soluzione da scegliere in una eventuale fase post-partitica” (BARTOLINI 1996: 531). Certamente una delle cause di questa crisi è da ricercare nella tendenza dei partiti nel degenerare in strutture verticistiche e di potere, allontanandosi ed estraniandosi dai bisogni dei cittadini. Il fenomeno era già noto a Robert Michels un secolo fa. Secondo Michels, tutti i partiti, al loro sorgere, dichiarano di ispirarsi ai più nobili ideali democratici, ma, alla fine, il potere si concentra inevitabilmente nelle mani di pochi leader. “Ogni organizzazione di partito – afferma Michels – rappresenta una potente oligarchia che poggia su piedi democratici” (in DELLA PORTA 2001: 85). È naturale che i cittadini si allontanino da strutture, che vedono sempre più lontane e dalle quali si vedono rappresentati sempre meno. Fatto sta che solo il 16% degli elettori italiani dichiarano di fidarsi dei partiti (DELLA PORTA 2001: 85). Secondo Mauro Calise, è finita l’era della partitocrazia e bisogna pensare al dopo-partiti, dobbiamo dare al nostro paese un nuovo assetto istituzionale, capace di dare più voce ai cittadini e di restituire la sovranità al popolo. “Ligi all’imperativo costituzionale che recita che ogni volere individuale è sovrano assoluto di se stesso, aspettiamo che la ragione e i numeri producano ciò che la nostra identità nazionale ci ha negato per il passato. Sulle ceneri della partitocrazia siamo pronti a festeggiare il trionfo dell’individuo ma pretendiamo che ciò sia a salvaguardia della sovranità popolare” (CALISE 1994: 146). Ma che cos’è questa crisi dei partiti se non il riflesso di una sfiducia ricambiata da parte dei cittadini?
Una delle principali ragioni di questa sfiducia è certamente rappresentata dai limiti propri degli uomini politici, molti dei quali, non avendo esercitato alcun mestiere o professione, potrebbero avere una conoscenza inadeguata delle reali condizioni di vita dei loro elettori (PASQUINO 1999: 51). Inoltre, la facilità con cui ricoprono “una pluralità di cariche eterogenee” induce a sospettare che lo facciano senza possedere adeguate competenze specifiche, dato che non si può essere competenti in tutto (PASQUINO 1999: 52). Il fatto è che le carriere degli uomini politici sono decise dai dirigenti del partito e non sempre sulla base di capacità obiettive (PASQUINO 1999: 54). Un’altra causa della sfiducia dei cittadini può essere individuata nel fatto che il parlamento non è rappresentativo del popolo, essendo formato prevalentemente da persone istruite e benestanti, mentre il popolo è formato prevalentemente da persone con titoli di studi e redditi modesti (PASQUINO 1999: 55). A queste condizioni, è difficile che gli uomini politici possano pensare al bene comune, mentre è più facile che essi si servano del partito per i propri interessi e per le proprie carriere.
Non bisogna poi dimenticare che la logica partitica e clientelare dello Stato ha un riverbero nel modo di funzionare di tutte le altre strutture del paese. Così, associazioni, organizzazioni, gruppi di potere e lobby, spesso traggono i loro benefici più ricercando concessioni politiche che attraverso un continuo miglioramento dei loro prodotti. Così facendo, essi curano sì i propri interessi, ma impoveriscono il paese. Infatti, “Quanto più i centri di decisione statali saranno dominati da lobbies che hanno un incentivo a favorire politiche rivolte alla redistribuzione del reddito a proprio favore, tanto più l’attività statale produrrà effetti negativi nei confronti delle performances economiche e, comunque, li produrrà in misura incomparabilmente più grande di quel che si avrebbe in uno Stato privo di lobbies” (OLSON 1996: 44).
E veniamo all’ultima questione: chi finanzia il costo dei partiti? I casi possibili sono due (o tre): o si lascia che siano gli stessi partiti a provvedere da sé medesimi, reperendo i fondi necessari nel privato, sotto forma di quote associative o di sponsorizzazioni da parte di lobby e gruppi interessati, oppure vengono finanziati dallo Stato (il terzo caso sarebbe un vario mix di questi due). In Italia, secondo Enrico Melchionda, “hanno fatto fallimento entrambi i modelli di finanziamento della politica oggi predominanti, tanto quello basato sul mercato e sulle donazioni private quanto quello basato sulle sovvenzioni pubbliche” (1997: 203-4), com’è dimostrato dallo scandalo di Tangentopoli. La corruzione politica non costituisce un tratto esclusivo del nostro paese, ma è presente, sia pure in forme e gradi diversi, anche in altre democrazie mature (DELLA PORTA, MÉNY, 1995). Insomma, da dovunque provenga, il denaro costituisce una tentazione pressoché irresistibile per i detentori del potere politico, e questo, a mio avviso, è da ritenere un ulteriore limite strutturale delle nostre democrazie partitiche.

Didì