DR: luci e ombre
Prima le luci. Il fatto che il sistema DR si sia affermato in molti paesi del mondo e sia operativo presso cinque civilissimi paesi del Nord Europa (Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia), nei quali peraltro, con l’eccezione della Danimarca, le iniziative popolari e le consultazioni referendarie sono scarsamente praticate e dunque i processi decisionali sono “quasi esclusivamente fondati sul principio di rappresentanza” (SUKSI, in CACIAGLI, ULERI 1994: 133), prova la sua intrinseca validità. La DR è sicuramente preferibile ai governi autocratici, rispetto ai quali riconosce maggiori diritti (anche se spesso si tratta di diritti più apparenti che effettivi) e più numerosi centri di potere, tanto da meritare l’appellativo di Poliarchia.
Accanto alle luci ci sono le ombre, che riassumo qui di seguito:
1. La DR è un sistema politico non pienamente democratico, perché non riconosce la sovranità dell’individuo. Diceva Montesquieu nello Spirito delle leggi: “il popolo, ciò che non può fare da solo, lo rimette ai suoi ministri (II,2). Ma soltanto ciò che non può fare da solo. Oggi noi diciamo il contrario: il popolo non può fare niente da solo, ma deve rimettere tutto ai suoi «ministri», ovvero ai suoi rappresentanti” (BOBBIO 1999: 375). Questo tipo di democrazia, osserva Bobbio, si potrebbe chiamare “aristocrazia elettiva” o “elitismo democratico” (1999: 375), o in qualsiasi altro modo, ma non democrazia.
2. Le liste dei candidati politici vengono stilate e imposte dall’alto.
3. Il cittadino può scegliere solo tra i candidati del proprio territorio. Se un cittadino, per esempio, si identifica col candidato Rossi, che si presenta in una sede diversa dalla sua, non può votarlo.
4. L’inclusione nella lista dei candidati non avviene per meriti personali, dei quali non esiste un metodo obiettivo e condiviso di valutazione, ma per ragioni di strategie e interessi di partito. Ciò vuol dire che i candidati non sono sicuramente i «migliori». Per di più, dovendo sottostare a logiche di partito, essi sono impediti dal perseguire liberamente una propria linea politica, ammesso che l’abbiano.
5. La DR tollera la disuguaglianza di opportunità e consente la concentrazione del potere economico, politico e informazionale nelle mani di una sola persona (il caso Berlusconi insegna).
6. Durante il periodo del mandato, che dura cinque anni, il cittadino non può ritirare il suo voto e dovrà continuare ad essere rappresentato anche se non lo vuole.
7. Anche i cittadini che non votano vengono ugualmente rappresentati: non è loro riconosciuta la libertà di non essere rappresentati e, pertanto, la loro astensione non ha alcun significato pratico e alcun effetto politico.
8. Le leggi vengono discusse e approvate in parlamento, la giustizia è amministrata dalla magistratura, l’informazione è gestita dal corpo dei giornalisti, l’economia è controllata dalle grandi industrie e dai grandi gruppi commerciali e finanziari, la religione è monopolizzata dal magistero della chiesa. Tutti questi gruppi funzionano come caste, da cui il popolo è escluso per principio oppure perché è ritenuto pregiudizialmente incapace o indegno di farne parte.
9. Se adesso guardiamo da vicino una qualsiasi di queste caste, noteremo che il potere non è diviso in parti uguali fra tutti i suoi membri, ma che c’è una casta nella casta. Per esempio, nel parlamento, la gran parte del potere è effettivamente esercitato dal 5-10% dei membri, non di più, ossia da meno di cento persone, che rappresentano il potere politico supremo, e con costoro il popolo non ha alcun contatto diretto. Sono due mondi lontanissimi.
10. La tipica società DR è di tipo duale e genera un duplice livello di cittadinanza: cittadini di serie A e di serie B. Secondo Nagel, “la stratificazione della società in classi è chiaramente un male: come potrebbe non essere un male il fatto che fin dalla nascita certe persone abbiano prospettive di vita radicalmente inferiori a quelle degli altri?” (1998: 39).
In pratica, i cittadini comuni sono liberi solo di stare al seguito di qualcuno. Prima c’era il re e il duce, e il popolo li acclamava. Caduto il fascismo, mentre soffiava forte il vento americano (e anche sovietico), i demagoghi dell’epoca convincevano il popolo che era tramontato il tempo delle monarchie, e iniziava la storia della repubblica, che è una storia di partiti. Il partito più forte fu per molti anni la Democrazia Cristiana, e non poteva essere altrimenti in un paese, come l’Italia, dove dominava la chiesa, che, in linea con gli americani, vedeva nel comunismo il pericolo numero uno (la DC era il partito della chiesa e si appoggiava agli USA in funzione anticomunista). Poi venne Tangentopoli, un vero e proprio «gioco» di potere, forse messo in atto dalle élite politiche di secondo livello, le quali, denunciando la corruzione diffusa in tutta la classe politica di governo, riuscivano ad abbattere i gruppi dominanti e insediarsi al loro posto. Cosa fece il popolo? Semplice: abbandonò i vecchi leader (gli Andreotti, i Forlani, i De Mita e i Craxi) e cominciò a seguire e a sostenere i nuovi (i Prodi, i Bossi, i Fini e i Berlusconi). Il popolo semplicemente si è adeguato alla nuova situazione, facendo quello che è abituato a fare da sempre: seguire e sostenere i leader del momento. Dopo Tangentopoli cos’è cambiato? Solo i nomi dei leader.
Il sistema DR è come il gioco del poker: quattro giocatori si alzano dal tavolo e vi si siedono altri quattro, ma il gioco non cambia. Le regole del gioco della Seconda Repubblica sono quelle della Prima, e sono regole imposte dalle élite dominanti. I giochi di potere si fanno in alto. Il popolo è tagliato fuori, s’intravede appena sullo sfondo, ma non partecipa al gioco, il che conferma che non c’è vera democrazia. E allora viene da chiedersi: perché non cambiare? “Certamente, la democrazia pur formale e oligarchica delle nostre società è migliore delle barbariche strutture statali fondate sul partito unico. Ma chiediamoci sinceramente: è indispensabile continuare a friggere in padella per non cadere nella brace? Perché non cominciare a pensare con la nostra testa, a dissacrare, non la democrazia, ma questa democrazia che certamente non lavora per la nostra felicità?... Perché non cominciamo a chiederci se non può esistere una democrazia senza partiti, o senza dei partiti così organizzati?” (ACQUAVIVA 1994: 92-3).
Da più parti si avverte l’esigenza di un cambiamento e le proposte di «Terze vie» sono lì a dimostrarlo. Ciò che le accomuna è l’introduzione di elementi di DD, che però non sono tali da superare il sistema DR. Bene, io credo che dobbiamo avere il coraggio di abbandonare totalmente la DR e sostituirla con la DD, che è l’unica alternativa politica valida, l’unica in grado di affrontare con successo le attuali sfide economiche, demografiche e ambientali, anche a livello mondiale. Il suo più importante limite è che pochi la conoscono. La DD è poco nota non solo perché i mass media non ne parlano, ma anche perché quei pochi che ne potrebbero parlare si lasciano poi sopraffare dalla falsa convinzione che il sistema politico DD non sia praticabile e si conformano alla DR. A costoro dico che è finalmente giunto il momento di crederci. La DD non è solo l’unica vera forma di democrazia, non è solo la migliore forma di governo immaginabile, è anche un sistema politico possibile, tanto per le piccole comunità, quanto per i grandi Stati e perfino per il mondo intero. In che cosa consista esattamente questo modello e come potrebbe effettivamente operare è quello che mi propongo di illustrare nel prossimo capitolo.
36. Una Teoria della DD - DR: luci e ombre
10 novembre 2008 - 11:12
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36. Una Teoria della DD - DR: luci e ombre

