La DD è innanzitutto un’idea e, come tutte le idee, chi ritenga che sia inattuabile la accantona, non ne parla più, pensa ad altro, ma se invece ci crede e gli piace, la porta avanti, ne parla con gli amici, la vuol realizzare ad ogni costo. Non avrebbe alcun senso illustrare e caldeggiare il modello DD se fossimo convinti che esso sia un male per noi o anche semplicemente se lo ritenessimo pura utopia. Se dunque noi siamo qui a parlare di DD è perché ci crediamo, crediamo che essa sia un bene per i più, e soprattutto crediamo che sia attuabile. Perciò, il nostro primo obiettivo dev’essere quello di sfatare i due miti che finora hanno impedito a questo modello di prendere forma. Il primo è che la DD si addice solo a piccole comunità; il secondo è che il popolo non sa, o non è degno, di autogovernarsi.
La DD si addice solo alle piccole comunità?
Cominciamo col chiederci se coloro che hanno sostenuto la tesi che la DD sia praticabile solo all’interno di piccole comunità, da Rousseau a Madison, da Hamilton a Constant, resterebbero fermi nella loro posizione se vivessero oggi, nell’era della rivoluzione informatica. Per poter rispondere a questo interrogativo ci conviene partire da quello che viene considerato il migliore esempio di DD della storia: il governo che si affermò nell’Atene di Pericle, in un’epoca in cui non c’era la tecnologia odierna, la gente si spostava a piedi o a dorso di cavallo, non c’erano telefoni e nemmeno network televisivi o telematici. Era ancora questo il mondo di Rousseau e compagni e, rispetto ad oggi, era tutto un altro mondo. Oggi abbiamo mezzi di trasporto che possono portarci da un capo all’altro dell’Italia in un tempo minore di quanto impiegava un antico ateniese a recarsi dalla periferia dell’Attica alla sede dell’assemblea cittadina. Inoltre, grazie al telefono e al telefax, possiamo comunicare in tempo reale con chiunque senza spostarci da casa. Possiamo anche contare su un’alfabetizzazione generalizzata e su un gran numero di mezzi di informazione, primi fra i quali la carta stampata e la tv. Ma questo è niente se consideriamo le possibilità che ci vengono offerte dalla tecnologia telematica e Internet, che hanno rivoluzionato il modo di incontrare e dialogare con gente nuova, e far circolare l’informazione.
Coniato nella prima metà degli anni ‘70, il termine Internet è una sorta di abbreviazione di Inter-Networking e indica la possibilità di collegare in un’unica rete i sistemi informatici di tutto il mondo attraverso la linea telefonica, con la differenza, rispetto al telefono tradizionale, che il segnale trasmesso non è più analogico, bensì digitale, ossia il linguaggio del computer. Con questo nuovo strumento è ora possibile tradurre in bit tutti i segnali da noi percepibili: suoni, testi e immagini. Viaggiando, via etere o via cavo, i messaggi telematici possono raggiungere ciascun essere umano alla velocità della luce, creando così un nuovo spazio di comunicazione e di informazione, il cosiddetto cyberspazio.
Perché parliamo di rivoluzione? Almeno per due ragioni. La prima è che, da quando è stata inventata la scrittura, l’informazione è stata controllata dalle classi dominanti ed ha proceduto in senso unidirezionale (pochi la producevano, i più la ricevevano). Ebbene, Internet inaugura una nuova era, l’era dell’informazione elettronica, ed “è unico nell’offrire interattività e quindi nel permettere al visitatore di cercare in autonomia le informazioni che più lo interessano” (VACIAGO 2001: 116). La seconda ragione è che Internet è uno strumento di massa in costante espansione. Si calcola che, in Italia, nel 2001, venti milioni di utenti abbiano navigato nella Rete e quasi il 90% delle medie aziende abbia usato la via telematica per comunicare e si sia servita della posta elettronica in modo sistematico. Il risultato è che oggi è diffusa la consapevolezza di vivere in una civiltà assai più avanzata di ogni altra e di poter fare cose che in passato non erano neppure immaginabili. Oggi la telematica offre spazi pressoché infiniti alla libera discussione e sembra in grado di cambiare profondamente il nostro modo di vivere, per la verità, non solo in senso democratico (attraverso la facilitazione dei rapporti fra i cittadini di tutto il mondo), ma anche in senso autoritario (qualora fosse controllata dal potere). Di sicuro, la telematica è in grado di trattare una mole impressionante di informazioni assolutamente inconcepibile in precedenza e oggi sono in molti a credere che il futuro dell’umanità dipenda anche dal modo in cui sapremo sviluppare e gestire questo potere.
La tecnologia odierna è tale da consentire non solo la fruibilità dell’informazione e la costituzione di gruppi di discussione, ma anche lo svolgimento di attività, più o meno importanti, come effettuare pagamenti, fare la spesa, acquistare o vendere immobili, presentare la dichiarazione dei redditi, scaricare musica, film e altro ancora, stando comodamente seduti a casa propria. “È tecnicamente possibile consentire ai cittadini di accedere direttamente a banche dati locali e nazionali che diano loro informazioni sui bilanci dello Stato, di enti territoriali, di enti pubblici; su delibere e proposte, e sul loro stato di avanzamento; su gare d’appalto, appalti concessi, bandi di concorso e relativi svolgimenti, piani regolatori e concessioni edilizie, finanziamenti a imprese e associazioni [...]. Diventa possibile seguire l’iter di una decisione e controllare la correttezza di atti e procedure amministrative” (RODOTÀ 1999: 262). Teleacquisti, telebanca, telelavoro, teleconferenze, pay-tv, posta elettronica, e-shopping, gruppi di discussione virtuali, stanno modificando le nostre abitudini di vita e la nostra società. Lo stesso apparato burocratico, che siamo abituati a vedere greve, pachidermico, lento e dispendioso, grazie anche alla tecnologia digitale, può divenire più funzionale, agile e molto meno pletorico e costoso. Per esempio, il fatto di poter “seguire da casa propria qualsiasi evento sportivo con costi finanziari e fisici enormemente minori rispetto a quelli imposti dall’obbligo di recarsi là dove l’evento avviene” (RODOTÀ 1997: 127) può condurre allo svuotamento degli stadi. Tutto ciò è sufficiente a cambiare radicalmente i nostri stili di vita e ad inaugurare una nuova era di civiltà.
Sebbene oggi la pay-tv offra prevalentemente programmi d’intrattenimento (film ed eventi sportivi), nulla vieta che essa possa trasmettere anche programmi di più elevato livello culturale (rappresentazioni teatrali, concerti musicali, corsi scolastici e parascolastici) o mettere a disposizione dei cittadini i principali strumenti della DD, ossia spazi per dibattiti interattivi, scambi di opinione e di informazioni, banche dati di ogni tipo.
Ormai si parla di piazze telematiche, agorà informatiche, comuni elettronici, città cablate, telecittà, megalopoli, ecumenopoli, villaggi globali, per dire che il mondo intero è diventato così piccolo da poter essere percorso da un punto all’altro da messaggi multimediali grazie allo strumento elettronico. Il computer è in grado di mettere in collegamento diretto gli uomini di tutto il mondo, a prescindere dalla razza e dalla classe sociale, e di cambiare il modo d’intendere e praticare la politica. Almeno da un punto di vista tecnico, l’agorà telematica, anche su larga scala, è assai più semplice da frequentare rispetto all’agorà ateniese. “Nelle amministrazioni locali –scrive Rodotà– sono ormai largamente diffuse tecnologie assai semplici, che si basano su sportelli automatici ai quali i cittadini possono accedere con una carta magnetica, che permette loro di ottenere informazioni, documenti dello stato civile, servizi (ad esempio, prenotazioni per visite mediche). E questa tecnologia può facilmente essere sviluppata trasformando gli sportelli in cabine elettorali, nelle quali i cittadini potrebbero votare con la loro carta magnetica, rendendo le consultazioni elettorali più facili e frequenti” (1997: 36). Secondo Rodotà, oggi esistono le condizioni per quella che lui chiama Democrazia Continua. “La nostra –aggiunge Grossman– è la prima generazione di cittadini capaci di vedere, ascoltare e giudicare simultaneamente i loro leader, ma è anche la prima generazione di politici che hanno la possibilità di rivolgersi all’intera popolazione registrando immediatamente le reazioni dell’opinione pubblica” (1997: 8).
È così diverso e lontano questo mondo da quello che avevano di fronte Rousseau e compagni da indurci a credere che, se vivessero oggi, questi pensatori non sarebbero più tanto sicuri che la DD sia praticabile solo nelle piccole comunità. La tecnologia digitale offre ai cittadini prospettive che ai tempi di Rousseau non erano neppure all’orizzonte. “I cittadini non solo saranno capaci di scegliere chi li governa, come hanno sempre fatto, ma potranno anche partecipare maggiormente e in modo più diretto alla politica determinando essi stessi le leggi e le strategie di governo” (GROSSMAN 1997: 8). Se il cittadino comune può inserirsi nel dibattito politico, “la stessa figura del Parlamento sembra destinata a sbiadire, sostituita da un sistema di governo che non ha più bisogno del luogo rappresentativo di un popolo che, in qualsiasi momento, può essere chiamato ad esprimersi attraverso strumenti come il referendum elettronico” (RODOTÀ 1997: 11). Perfino Sartori, che, come sappiamo, è contrario alla DD, ammette che tecnologicamente la democrazia elettronica è fattibilissima (1993: 84).
Che l’attuale tecnologia digitale renda possibili nuove forme di democrazia su larga scala sembra assodato. Ciò su cui potrebbero rimanere dubbi sono i limiti demografici di una singola agorà telematica, ossia sul numero massimo di persone che possono riunirsi in assemblea nella stessa agorà. Io penso ad una comunità compresa fra 5 e 15 mila abitanti, in pratica, una comunità municipale di media grandezza (più avanti la chiamerò Negozio Civico) e credo che una comunità siffatta possa consentire un valido e funzionale assemblearismo e costituire l’unità fondamentale di un sistema politico democratico che, attraverso i gradi intermedi delle entità regionali e statali, potrà abbracciare l’intero mondo.

