Il principio di libertà
Che cos’è la libertà? Possiamo definirla come la facoltà del soggetto sovrano di fare ciò che desidera senza danneggiare se stesso e, nella misura in cui questo soggetto è sociale, senza danneggiare altri. Abitualmente vengono distinguere due tipi di libertà: una negativa, l’altra positiva. “La libertà negativa è una qualifica dell’azione, la libertà positiva è una qualifica della volontà. Quando dico che sono libero nel primo senso voglio dire che una certa mia azione non è ostacolata, e quindi posso compierla; quando dico che sono libero nel secondo senso voglio dire che il mio volere è libero, cioè non è determinato dal volere altrui, o più in generale da forze estranee al mio stesso volere” (BOBBIO 1995: 50). La differenza fra le due concezioni è sostanziale. Secondo il principio di libertà negativa, una persona individuale non dovrebbe essere impedita nel perseguimento dei suoi scopi né da altre persone individuali, né da alcuna autorità, politica, religiosa, economica o militare che sia, e nemmeno dallo Stato. Philip Pettit dice che la persona dev’essere libera sia dal potere privato o dominium che da quello pubblico o imperium (2005: 157). Per inciso, mi piace segnalare il fatto che lo stesso studioso osserva giustamente che questo tipo di libertà è perseguibile solo in uno Stato democratico, l’unico “che può ambire a proteggere le persone dal dominio senza diventare a sua volta uno strumento di dominio” (2005: 179).
La libertà positiva invece altro non è che lo strumento di cui si serve l’uomo per soddisfare i suoi bisogni e dare una risposta ai suoi desideri. Essa è costituita di «capacità», ossia di abilità da parte dell’individuo di trovare la risposta più appropriata e più economica alle sue necessità: le capacità di procurarsi il cibo, di allontanarsi dai pericoli, di associarsi, di riprodursi e via dicendo. Queste capacità non sono innate, ma devono essere apprese, ed ecco allora che libertà diventa anche un fine. In quanto fine, l’individuo deve lottare per conseguirla. Più un soggetto sarà libero, meglio riuscirà a soddisfare i suoi bisogni. A nulla servirebbe rimuovere ogni impedimento ad un individuo che sia incapace di fare buon uso della libertà che gli viene concessa. Infatti, perché sia veramente libero, un individuo deve sapersi comportare in modo eticamente responsabile, in modo cioè da poter meritare un giudizio morale da parte di se stesso o di altri. Nelle parole di Pettit: “Si è un libero agente e la propria azione è libera nella misura in cui si può essere ritenuti responsabili per la scelta in questione” (2005: 7).
Il limite alla libertà conseguibile dipende dalla propria natura. Nel caso dell’uomo, questo limite è particolarmente vasto, potendo giungere alla completa autonomia e responsabilità morale. In altri termini, un uomo opportunamente educato, può essere in grado di valutare e di moderare i suoi bisogni in base alla situazione contingente, tenendo anche conto degli analoghi bisogni dei suoi simili, e può decidere se acquisire un’abilità piuttosto che un’altra, se agire da solo o cercare la collaborazione di altri, se agire tempestivamente e in modo immediato o se preferire una strategia indiretta e differita, se usare metodi dolci o la forza bruta, e via dicendo. A seconda delle circostanze, un uomo sarà in grado di decidere in modo cosciente e di valutare le conseguenze delle sue azioni, dunque, in modo responsabile. Ciò è quanto gli consente la sua natura. Se però, per un motivo o per l’altro, un uomo acquisisce una libertà limitata rispetto ad altri membri della comunità in cui vive, vorrà dire che egli dipenderà da altri per la soddisfazione dei propri bisogni e dovrà rassegnarsi a vivere non secondo la sua natura, cioè da uomo «libero», ma come un bambino o un animale. In una società evoluta, come la nostra attuale, l’educazione degli individui diventa un indispensabile strumento di libertà, un mezzo necessario per fare di ciascuno di noi un cittadino democratico. Ecco perché la libertà è tanto importante in democrazia.
Dal punto di vista filosofico la libertà può essere concepita come la lotta necessaria per raggiungere uno scopo, almeno così la pensa Geymonat: “la libertà è ed è sempre stata lotta: lotta di un popolo che vuole liberarsi dalla sopraffazione di un altro popolo, lotta di un gruppo di individui che non intende accettare l’asservimento ad un altro gruppo, lotta di un individuo che vuole abbattere gli ostacoli frapposti da altri individui all’espletamento dei propri piani scaturiti dallo stato di cose che egli ha trovato innanzi a sé” (1993: 38). Anche la libertà di parola è interpretata dallo studioso come lotta necessaria a imporre il proprio pensiero contro quello degli altri o contro l’opinione prevalente, i pregiudizi e le mode. Geymonat non si limita a parlare di lotta in senso metaforico, ma intende proprio lotta fisica e violenta: “se vogliamo parlare della libertà senza riferimento alla violenza, ci troviamo nel mondo dell’utopia” (1993: 48). Secondo lo studioso, inoltre, chi lotta per idee veramente proprie, cioè chi è veramente libero, sta forzando il sistema a cambiare, perciò “difendere la libertà significa difendere il cambiamento, o almeno la possibilità di un cambiamento” (1993: 103). Personalmente ritengo che Geymonat abbia ragione solo in parte. Io piuttosto la penso come Weber, il quale parla di lotta solo quando qualcuno tende a imporre il proprio volere a qualcun altro che oppone resistenza (1999: I, 35) e credo che si possa usare la forza tanto per produrre un cambiamento quanto per evitare che esso avvenga. Ma non è questa la questione: quello che voglio dire è che, se è vero che la libertà è lotta, è anche vero che tale lotta è interpretata in modo diverso dalla DD dalla DR.
La libertà scaturisce dalla conoscenza e dalla fiducia. Perciò non lasceremo libero un bambino e chiunque non abbia il pieno controllo di sé, perché sappiamo che si comporterebbe in modo irresponsabile e pericoloso per sé e/o per altri, né lasceremo libera una persona, chiunque essa sia, di cui, per una ragione o per l’altra, non abbiamo fiducia. Al contrario, lasceremo libero il soggetto in grado di assumersi responsabilità, perché siamo certi che egli sa come muoversi e, nel caso in cui dovesse provocare qualche incidente, sarebbe in grado di rispondere delle proprie azioni. In democrazia vale lo stesso principio, riconosceremo cioè i diritti ai cittadini in cui abbiamo fiducia, li negheremo agli altri.
Socrate si guardava bene dall’assegnare per sorteggio una carica che richiede delle competenze tecniche (per es. quella dello stratega, del fabbro, del musicista), ma si prendeva burla anche di una democrazia che eleggeva i magistrati della città per sorteggio, ben sapendo che un esponente politico può produrre danni assai più gravi di chiunque altro. E allo stesso modo la pensava Platone. Entrambi non potevano desiderare la democrazia, perché credevano che l’arte politica dovesse essere insegnata al pari di qualunque altra arte e che pochi cittadini fossero all’altezza di un così arduo compito. Per entrambi, il potere politico è di tipo elitario e spetta agli uomini più sapienti, che dovrebbero esercitarlo più con la forza delle leggi che con quella delle armi. Se la democrazia poté affermarsi in Grecia, ciò fu dovuto a gente, come Protagora, che giudicava l’arte politica diversa dalle altre arti, un’arte che non è necessario apprendere a scuola, ma che tutti i cittadini acquisiscono nello stesso modo in cui acquisiscono l’arte di amministrare la propria famiglia. Diciamo che Protagora è democratico perché il suo approccio è improntato dalla fiducia nel cittadino.
Il principio di libertà DD
“È il valore di libertà –osserva Kelsen– e non quello di uguaglianza a determinare, in primo luogo, l’idea di democrazia” (1995: 141). Per la DD, il principio di libertà è perfino più importante di quello di maggioranza. “Libertà non è conformismo ai più; libertà è affermazione dell’individuo anche di fronte alla volontà dei più, della maggioranza” (BALDASSARRE 2002: 117). In altri termini, “la libertà individuale è un valore che la stessa maggioranza deve rispettare e quindi costituisce un limite alla maggioranza” (BALDASSARRE 2002: 117). La DD crede nella libertà, perché crede nell’individuo e dà per certo che la genialità, l’inventiva e l’originalità dell’individuo trionfano solo dove c’è libertà: “la libertà è l’unico fattore infallibile e permanente di progresso, poiché fa sì che i potenziali centri indipendenti di irradiamento del progresso siano tanti quanti gli individui” (MILL 1997b: 81). Partendo da questa convinzione, la DD impegna tutte le proprie forze allo scopo di “preparare gli individui ad una forma di vita libera ed autonoma” (MILL 1997a: 46) ed eleva a primo e più importante diritto democratico la libertà, soffrendo se anche un solo cittadino non manifesti “un pieno sviluppo delle proprie capacità” (GREBLO 2004: 167) e non sia in condizione di esercitare effettivamente il suo diritto alla libertà.
“La libertà del Soggetto è il principio centrale su cui si basa la democrazia” (TOURAINE 1998: 267). Su questo c’è consenso. Ma di che tipo di libertà stiamo parlando? A caratterizzare la DD è la libertà «positiva» o «affermativa», la quale pone il soggetto nelle condizioni di “orientare il proprio volere verso uno scopo, di prendere delle decisioni, senza essere determinato dal volere altrui. La libertà che la DD promuove è quella che ciascun cittadino porta dentro di sé e che ha faticosamente costruito grazie al proprio impegno e con l’aiuto della società, ed è la liberà di pensiero. Questa forma di libertà, che possiamo chiamare anche «autodeterminazione» o, ancor più propriamente, «autonomia»” (BOBBIO 1995: 48), si addice solo ad uomini civilizzati, scevri di problemi di sussistenza e dotati di cultura e competenze adeguate alla società in cui vivono. La libertà democratica non è una concessione dall’esterno o la semplice rimozione di ostacoli allo spirito d’iniziativa del soggetto. Essa è piuttosto una conquista da parte del singolo individuo, che deve lasciarsi educare e formare, deve lasciarsi permeare dalla cultura del suo tempo, deve acquisire, con l’impegno e il sacrificio, la capacità di perseguire scopi, di elaborare progetti e di assumersi responsabilità sociali, fino a porsi su un piano di parità con i migliori. È la libertà descritta da Bentham e Kant, la libertà dell’individuo padrone di se stesso e capace di definire e perseguire i propri fini. Insomma, “Non è la libertà economica, bensì quella intellettuale –la libertà religiosa, scientifica e di stampa– che è essenziale alla democrazia” (KELSEN 1995: 363).
La libertà democratica coincide con l’autonomia di pensiero e la possiamo trovare nella celebre esortazione di Kant “abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”. In democrazia, è libero il cittadino che è in grado di ragionare con la propria testa e il cui giudizio morale non dipende da altri. Secondo Giner, perché vi sia democrazia, “non sono sufficienti il voto, la militanza, le manifestazioni: prima di tutto bisogna pensare, e farlo con la propria testa. Ci vuole metodo. Non dico che bisogna diventare degli esperti, ma almeno occorre informarsi, essere al corrente di cosa succede, conoscere l’applicazione delle leggi, i nostri diritti e doveri” (1998: XV). Di norma, un cittadino ben educato, informato e in buone condizioni di salute è anche in grado di assumersi responsabilità, ed per questo che dev’essere lasciato libero. Occorre però segnare un limite per distinguere coloro che sono responsabili, e quindi liberi, da coloro che non lo sono (i bambini, per esempio), i quali, ma solo loro, devono restare sotto tutela. Tutti gli altri sono chiamati alla partecipazione e alla responsabilità. “La libertà –scrive Friedman– è un obiettivo sostenibile solo per individui responsabili” (1981: 36).
L’esercizio della libertà, che è reso possibile dalla democrazia, a sua volta, genera e alimenta nuova democrazia. “Se la democrazia è un mezzo per garantire la libertà, allora la libertà individuale è anch’essa una condizione essenziale per il funzionamento della democrazia” (HAYEK 1999: 163). Alla fine, si viene a configurare un quadro, nel quale “i cittadini producono la democrazia che produce i cittadini” (MORIN 2001: 113).
Il principio di libertà DR
È da notare che, almeno in linea di principio, le nostre costituzioni non esitano a riconoscere una libertà originaria a ciascun cittadino e si propongono perfino il compito di tutelarla. Sennonché, per tutelare la libertà, non basta la rimozione di lacci e laccioli, ma occorre molto di più, occorrono gli strumenti per poterla esercitare. “Un uomo senza risorse è un uomo senza libertà. Un uomo senza lavoro è un uomo senza risorse, è un uomo senza libertà. È inutile dire a una persona «ti do la libertà», quando non gli fornisco le risorse per esercitarla: sarebbe un’affermazione vuota […]. Se non riesco a sostentare la mia persona o coloro che sono a mio carico, è chiaro che non ho nessuna risorsa per svolgere un ruolo sociale e, quindi, per esercitare la mia libertà nella società” (BALDASSARRE 2002: 121-2). Ebbene, la DR non garantisce ai cittadini che saranno messi nelle condizioni economiche di poter esercitare la propria libertà, per esempio, un reddito minimo garantito (RMG).
Inoltre, la DR proclama la libertà «negativa» e riconosce libero colui che può agire in condizioni di sicurezza e senza impedimenti da parte dello Stato, ma questa libertà non si inquadra in un progetto di promozione individuale generalizzata. Essa rappresenta principalmente uno strumento elitario. È la libertà del proprietario e dell’imprenditore, che è preclusa o limitata ai non abbienti. La DR tollera che un cospicuo numero di cittadini non sappia che farsene della libertà e si rifugi nell’eteronomia, ossia in una condizione infantile di dipendenza morale da altri, che trova espressione nel principio di rappresentanza.
Infine, la libertà DR non si limita all’individuo, ma si estende e coinvolge anche la famiglia e la classe sociale di appartenenza, così che, alla fine, ciascuno può sviluppare il suo progetto di vita partendo da posizioni diverse e disponendo di mezzi diversi, ossia in condizioni di impari opportunità.

