Perché credere nella DD?
Chi ritenga che la DR sia la miglior forma di governo possibile non ne può desiderare una migliore. La DD costituisce un’alternativa allettante solo per coloro che, come me, si sentono profondamente insoddisfatti della DR e pensano che essa possa essere vantaggiosamente reinterpretata e rifondata su princìpi diversi. Agli insoddisfatti della DR, che credono nei valori democratici, io dico che la DD è la vera democrazia e aggiungo che si tratta di un modello non solo auspicabile, ma anche tecnicamente possibile. Tuttavia, mi rendo perfettamente conto della difficoltà dell’impresa. Stiamo parlando, infatti, di qualcosa di radicalmente nuovo, qualcosa che l’uomo non ha mai realizzato in modo compiuto nel corso di tutta la sua lunga storia, qualcosa che le masse ignorano e, dunque, non desiderano e che le élite temono. Da parte mia, sarei soddisfatto se potessi contribuire a fare anche solo un primo piccolo passo in direzione di questa civiltà nuova e meravigliosa, e, se non dovessi riuscire nemmeno in questo, la semplice consapevolezza di averci provato, già di per sé, sarà sufficiente a regalarmi un’emozione intensa.
In realtà, l’attuazione della DD è resa ardua dal nostro scetticismo e dalla nostra pigrizia, ma se cominceremo a crederci, essa si rivelerà, ne sono convinto, molto più semplice di quanto oggi possiamo immaginare. Una delle non numerose ragioni che dovrebbero indurci all’ottimismo è la consapevolezza di non essere i soli a coltivare questo sogno e di poter contare sul conforto di alcuni intellettuali, che sembrano orientati nella medesima direzione. Uno di questi è certamente D. Held: “Una democrazia non potrebbe chiamarsi propriamente tale se i suoi cittadini non avessero il reale potere di essere attivi. E questo potere si determina quando i cittadini sono in grado di godere di una quantità di diritti che gli permettano di produrre una partecipazione democratica” (1997: 437). Poi c’è Anthony Giddens, il quale crede che un giorno i governanti dovranno rendere conto del loro operato al popolo, esattamente come facevano gli antichi ateniesi: “Non ci si può automaticamente fidare che gli esperti sappiano cosa è bene per noi, né che essi ci possano sempre fornire verità non ambigue; devono essere chiamati a giustificare le loro conclusioni e le loro politiche sottoponendole al minuzioso esame del pubblico” (1999: 67). Finisco ricordando M. Bookchin, il quale vagheggia una democrazia “che assegna al popolo la piena facoltà di determinare il destino della società” (1993: 37). Si tratta di voci che gridano nel deserto? Forse, ma sono sufficienti a tenere acceso il fuoco della speranza.
Thomas Jefferson ebbe a sostenere: “Non conosco depositario di potere affidabile tanto quanto il popolo stesso. Se la popolazione non è considerata abbastanza illuminata da governare con giudizio integerrimo, non si dovrà impedirle di farlo, ma glielo si dovrà insegnare” (in GROSSMAN 1997: 11). Questa è la fede democratica: credere nel popolo e avere fiducia nel cittadino. Non c’è alcuna ragione per cui non possiamo condividerla. E questo rappresenta un altro valido motivo di speranza.
Un ulteriore elemento di ottimismo è la consapevolezza che oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, disponiamo della tecnologia necessaria all’attuazione della rivoluzione democratica, anche nei grandi Stati. Oggi è possibile realizzare una Nuova Atene, senza schiavi, dove tutti siano chiamati a partecipare direttamente alla vita pubblica. Ad affermarlo è Stefano Rodotà: “È tecnicamente possibile consentire ai cittadini di accedere direttamente a banche dati locali e nazionali che diano loro informazioni sui bilanci dello Stato, di enti territoriali, di enti pubblici; su delibere e proposte, e sul loro stato di avanzamento; su gare d’appalto, appalti concessi, bandi di concorso e relativi svolgimenti, piani regolatori e concessioni edilizie, finanziamenti a imprese e associazioni; su situazioni ambientali, su flussi di traffico; e così via. Diventa possibile seguire l’iter di una decisione e controllare la correttezza di atti e procedure amministrative” (1999: 262). I segnali più concreti e convincenti, che procedono in questa direzione, vengono dagli Stati Uniti d’America, che da oltre duecento anni costituiscono il punto di riferimento per l’ideale democratico, così come lo fu Atene nei tempi antichi. Ebbene, a detta di Lawrence K. Grossman, presidente della Horizons Cable Network, negli Stati Uniti si stanno concretizzando, grazie soprattutto alla rivoluzione elettronica, le condizioni tecniche necessarie per il passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella diretta: “Alle soglie del ventunesimo secolo, il paese si sta trasformando in una repubblica elettronica, in un sistema democratico nel quale l’opinione della gente comune influenza sempre di più, giorno per giorno, le decisioni dello stato” (1997: 7).
Condivisione, fede e tecnologia: sono questi i germi da cui può nascere la speranza nella democrazia partecipativa. Non ci resta che formulare l’augurio che questi germi possano propagarsi al più presto e gettare radici profonde in ogni angolo del pianeta.
43. Una Teoria della DD - Perché credere nella DD?
23 novembre 2008 - 13:28
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43. Una Teoria della DD - Perché credere nella DD?

