44. Una Teoria della DD - I fattori della democrazia

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pietromuni
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44. Una Teoria della DD - I fattori della democrazia

I fattori della democrazia
Dopo aver passato in rassegna i principali fondamenti ideologici della democrazia e descritto gli elementi strutturali del modello DD, è giunto il momento di interrogarci su chi (o cosa) possa avere ricadute (positive o negative) sulla democrazia stessa, sui fattori cioè che possono favorire o ostacolare il processo democratico, nella convinzione che solo un’adeguata conoscenza di questi fattori può consentirci di realizzare in modo soddisfacente il nostro progetto.

Fattori pro democrazia
In generale, i fattori che favoriscono la democrazia sono riconducibili a tutto ciò che promuove il singolo individuo, che lo fa crescere e lo migliora, rendendolo più esperto, più capace, più maturo, più autonomo, più indipendente, più utile per sé e per gli altri. Tutto ciò che si muove nella direzione di “migliorare la capacità dei cittadini di impegnarsi in modo intelligente nella vita politica” (DAHL 2000: 197) giova alla democrazia. Tra i principali fattori pro democrazia ricordo i seguenti: un elevato livello economico generale e individuale, una scuola di qualità, il libero accesso all’informazione, la giustizia sociale, il relativismo, il laicismo, l’assenza di una logica di potere e condizioni tecniche adeguate.
Un elevato livello economico generale rende possibile l’erogazione di servizi di alta qualità, primi fra tutti l’informazione, la scuola, la ricerca e la corresponsione di un buon reddito minimo garantito (RMG).
Un adeguato livello economico individuale acquisito attraverso il lavoro libera le persone dalla preoccupazione per la sussistenza e le rende disponibili per la crescita culturale e la partecipazione politica.
Una scuola di alta qualità non deve limitarsi a trasmettere abilità sociali e lavorative, ma deve anche formare cittadini democratici.
La giustizia sociale, riducendo al minimo le esigenze di ricorrere alla forza per risolvere le controversie, contribuisce a suscitare e a consolidare nei cittadini il desiderio di contribuire a tenere alto il tenore morale del paese.
Consapevole che la verità non è mai data una volta per sempre, ma è in perenne divenire e che le verità assolute elevano barriere fra gli uomini e fomentano il ricorso alla forza, la DD trae linfa vitale dalla dialettica e dal relativismo ed è favorita dalle religioni, come alcune in area protestante, che, rinunciando all’impostazione gerarchico-dogmatica, concedono ai fedeli la facoltà di leggere e interpretare soggettivamente le Sacre Scritture o che creano uno spazio politico pienamente umano “sostanzialmente indipendente da ogni prospettiva teleologica e da ogni legame con la trascendenza” (COTTA 2002: 163).
Il relativismo va a braccetto con il laicismo. “La democrazia – osserva Michelangelo Bovero – è laica o non è democrazia” (2000: 38). In democrazia, chi affermasse di essere l’unico depositario della verità verrebbe considerato un pericolo pubblico, la verità democratica essendo nella discussione, non nel dogma, ed essendo posseduta da chi, in un dato momento, sia riuscito a persuadere l’altro con la forza delle proprie argomentazioni.
Le migliori condizioni sociali, economiche e culturali non bastano per decretare l’affermazione della democrazia: bisogna anche volerla. Ma chi può desiderare la DD? Nell’antica Atene le abitazioni private erano tutte di modeste condizioni, comprese quelle dei cittadini più facoltosi, e, a parte i templi, le poche strutture relativamente grandiose erano quelle ad uso pubblico: i teatri, le sedi per i giochi panellenici, i ginnasi, i tribunali. Questa assenza di una logica di potere ha certamente contribuito all’affermazione della democrazia ad Atene. Infatti, può desiderare la DD solo chi non ha dei privilegi da difendere e chi non è animato da volontà di potere. Ma chi è costui? Tipicamente, è un membro della classe media, uno che non aspira a posizioni di dominio e, nello stesso tempo, non teme di scivolare tanto in basso da essere inghiottito nel vortice della miseria. Solo chi non nutre ambizioni di potere ed è abbastanza lontano dalla miseria per aver paura di rovinare, solo lui può provare un’attrazione operosa per l’idea democratica, solo lui può lottare per una società più giusta e migliore. La DD è favorita dunque dalla presenza di una classe media il più estesa possibile.
Ho lasciato volutamente per ultimo un elemento, sul quale ritengo di dovermi soffermare un po’ più a lungo, perché potrebbe giocare un ruolo decisivo nell’affermazione della DD. Sto parlando della tecnologia elettronica. Essa può giovare alla causa della democrazia a più livelli, in particolare, favorendo la diffusione dell’informazione e la comunicazione paritaria e creando condizioni tecniche (moneta elettronica, referendum continuo, ciberspazio) tali da consentire la realizzabilità concreta di un sistema DD locale e planetario. In precedenza abbiamo avuto modo di parlare dell’importanza per la democrazia della moneta elettronica e del referendum. Qui approfitto per illustrare il ruolo del ciberspazio.
Ciberspazio e DD. Col termine «ciberspazio» si indica un ambiente sociale virtuale, dove le persone possono comunicare senza essere fisicamente presenti, come quello che si crea quando parliamo al telefono o seguiamo un film o un programma tv, ma, soprattutto, nella “comunicazione mediata dal computer” (CMC). In quest’ultimo caso, venendo a mancare la possibilità di trasmettere gli indicatori sociali (l’aspetto fisico, l’abbigliamento, i simboli di status), la discussione fra i partecipanti avviene in condizioni informali e paritarie e l’eventuale gerarchia si sviluppa sulle competenze personali piuttosto che sui titoli. La facilità di spostarsi da un luogo all’altro, di incontrare persone sconosciute e lontane, di unirsi a loro, creare rapporti, ma anche spezzarli, sono elementi che ci permettono di accostare le comunità virtuali a quelle tribali e richiamano alla memoria l’idea di villaggio. Il termine «villaggio globale» si riferisce a questo tipo di interazione fra persone che abitano a grandi distanze l’una dall’altra e si spostano da un luogo all’altro, come fanno i nomadi, pur restando seduti comodamente a casa. Questa nuova era, dove la selce è sostituita dal silicio e dove si intravede la possibilità di una cosmopoli democratica (LÉVY 1999: 78), è stata chiamata Noolitico, o Età della pietra spirituale.
Nel ciberspazio si realizzano le condizioni tecniche atte a consentire lo svolgimento di assemblee popolari (non di tutto il popolo) permanenti e la circolazione delle informazioni, che sono indispensabili per consentire a ciascuno di partecipare responsabilmente ai dibattiti politici e realizzare una sorta di referendum continuo. “I singoli cittadini hanno la possibilità di essere compiutamente informati su ogni tema in discussione, poiché esso sarà pienamente visibile in ogni dettaglio, così come le proposte e le controproposte di decisione […], potranno essere chiamati a esprimere, per via elettronica, il loro voto, anche frequentemente. Tanto più non essendoci alcuna difficoltà tecnica a emettere certificati elettorali elettronici, a aprire le urne a tutta la nazione al momento designato, a garantire riservatezza e correttezza del voto e infine a rendere noti i risultati all’istante” (CARLINI 1996: 201).
La rete apre prospettive di partecipazione politica popolare finora insospettate e alimenta la speranza di poter realizzare una Repubblica elettronica a livello planetario, una nuova Atene senza meteci e senza schiavi, dove tutti i cittadini (comprese le donne) partecipino attivamente al governo del paese. A giudizio di Thurow, “il villaggio elettronico condurrà inevitabilmente il mondo verso forme di democrazia più dirette e meno rappresentative. [… E, infatti,] perché mai gli elettori dovrebbero accettare che le proprie idee siano filtrate attraverso i propri rappresentanti eletti, se questa non è più una necessità materiale?” (1997: 95). Grossman parla di una «terza» forma di democrazia, dopo quella diretta degli antichi e quella rappresentativa dei moderni, nella quale “l’essere cittadini sarà importante quanto essere leader politici” (1997: 11).
Secondo Wainer Lusoli, l’e-democracy comprende “tre principali modelli autosufficienti”, la teledemocrazia, la comunità virtuale e la deliberazione online, che hanno in comune il fatto di estromettere i tradizionali agenti della rappresentanza politica e di favorire la partecipazione indifferenziata e paritetica fra i cittadini (2007: 107-8). La teledemocrazia fornisce al cittadino nuovi strumenti di partecipazione diretta, cioè senza intermediari. Le comunità virtuali si possono comporre indipendentemente da limiti territoriali e solo sulla base di interessi comuni, anche se ciò comporta il rischio di perdere di vista l’interesse generale. La Rete svolge anche la funzione di agorà, ossia di spazio per la pubblica discussione su ogni tema di interesse collettivo, che sta alla base della democrazia deliberativa (LUSOLI 2007: 108-15).
Il problema è che la tecnologia è solo uno strumento e, in quanto tale, non è sufficiente a creare la DD. Come non basta dare a tutti un’automobile per creare un popolo di automobilisti, perché, senza un’adeguata rete stradale e un’opportuna formazione, rischieremo il caos e incidenti a raffica, allo stesso modo, non basta dare a tutti carta e matita per rendere alfabetizzato un popolo, né basta collocare un computer in ogni casa per generare la democrazia: occorre anche un’adeguata sensibilizzazione delle masse e un processo di scolarizzazione di alto profilo. Quest’opera di formazione del cittadino non può venire che dall’esterno e dall’alto, ma può funzionare solo se trova cittadini disponibili a partecipare e ad assumersi responsabilità. Come osserva Fabbrini, “una democrazia nuova può nascere solamente da una relazione virtuosa tra mobilitazione dal basso e riforma dall’alto” (1997: 27-8).
A queste condizioni, la DD costituisce un traguardo possibile. Alla fine, “i cittadini non solo saranno capaci di scegliere chi li governa, come hanno sempre fatto, ma potranno anche partecipare maggiormente e in modo più diretto alla politica determinando essi stessi le leggi e le strategie di governo” (GROSSMAN 1997: 8). Il futuro della democrazia dipende, in definitiva, dalla volontà dei singoli cittadini di imparare a muoversi in un sistema complesso di informazioni e conoscenze, ma anche dal nobile gesto di qualche uomo potente, che, mettendo da parte i suoi interessi materiali, si senta solleticato dall’idea di poter passare alla storia come il pioniere illuminato di un mondo nuovo.

Fattori anti democrazia
Secondo Huntington, “la povertà è probabilmente il principale ostacolo allo sviluppo democratico” (1995: 324). Ma ciò non è vero. Il più delle volte, infatti, i poveri vivono in così misere condizioni, da non poter prestare attenzione a quanto esula dai loro bisogni primari. Per loro la «democrazia» è solo un termine privo di significato. Essi certamente non favoriscono la democrazia, come sarebbe nel loro interesse, ma nemmeno la contrastano. Penso ai mendicanti, che sono la punta dell’iceberg della miseria che ci circonda. Quando li vedo, lungo le via della città, la mia mente va a quella prosopopeica ostentazione di lusso e di spreco dei privilegiati, penso alle ville, alle cattedrali e agli armamenti e, mentre penso a ciò, la mano protesa del mendicante mi sembra un dito puntato, in segno di accusa, contro quell’arrogante logica di potere che pervade le nostre società. Immagino quelle mani, le mani di tutti i mendicanti del mondo, nell’atto di lanciare ciascuna un sortilegio distruttivo contro tutte le strutture della vanagloria e del potere fine a se stesso. Penso anche ai cittadini-sudditi che bussano alla porta dei potenti alla ricerca di un salario, a coloro che, pur sfruttati, devono stringere i denti e sorridere agli sfruttatori per evitare il peggio, a tutti quei poverelli il cui reddito è insufficiente ad arrivare alla fine del mese e sono costretti a chiedere aiuto al comune o a frequentare istituti di carità. E mi chiedo: che senso può avere la democrazia per chi è quotidianamente alle prese col problema della sussistenza?
Io credo che il principale ostacolo alla democrazia non sia rappresentato dalla povertà, ma dall’ingiustizia sociale e dai forti contrasti da essa generati, che oppongono livelli estremi di indigenza e ricchezza, ignoranza e sapere, impossibilità di esercitare i propri diritti e prevaricazione dell’uomo sull’uomo. A mio parere, chi ha davvero interesse a ostacolare l’affermazione della democrazia sono uomini ricchi e potenti, grandi imprenditori, monopolisti, personaggi politici, esponenti dell’alta finanza, affaristi, faccendieri, speculatori, ma anche professionisti, alti prelati e tutti coloro per i quali l’avvento della democrazia potrebbe rappresentare la fine dei privilegi. Se i poveri si disinteressano della democrazia, i ricchi le si oppongono con fermezza e pervicacia e, poiché dispongono di abbondanti strumenti culturali ed economici, di norma sono in grado di raggiungere i loro scopi, anche attraverso l’elaborazione di adeguate ideologie e l’attuazione di politiche ad hoc. In pratica, sono loro i più pericolosi nemici della democrazia.
Il caso Berlusconi ci offre un illuminante esempio dell’uomo ricco di cui stiamo parlando. Prima di entrare in politica, B. era un imprenditore di successo, aveva denaro in abbondanza e controllava alcuni importanti mezzi di informazione. La gente lo guardava con un misto di invidia, simpatia e fiducia, e faceva ragionamenti di questo tipo: «I politicanti di professione entrano in politica perché vogliono arricchirsi, perciò governano pensando ai propri interessi e sono particolarmente sensibili alla corruzione. Berlusconi, invece, essendo già ricco e soddisfatto, governerà nell’interesse generale». Com’era facile immaginare, i fatti hanno smentito questo assunto, dimostrando che, in questi ultimi anni, B. non solo ha incrementato considerevolmente il suo patrimonio, ma al potere economico ha aggiunto anche quello politico (esecutivo e legislativo), ampliando nel contempo quello dell’informazione, che già deteneva in parte. L’unico potere che gli manca per l’en plein è quello giudiziario, che la Costituzione ha volutamente tenuto separato dagli altri poteri per garantire la democrazia, ma B. sta facendo di tutto per controllare anche questo. Non ci vuole molto per capire che, quando tutti i poteri saranno nelle sue mani, la democrazia sarà finita.
L’essere ricchi non significa essere paghi. Il tipico ricco, infatti, non mira solo a fare una vita agiata, ma anche a costruire un impero, non mira solo a disporre di beni di lusso, ma anche a stupire, non mira solo ad ampliare il suo patrimonio, ma anche al potere. Non gli basta vivere bene e senza affanni, vuole di più, vuole la gloria, il dominio, l’onnipotenza. Il tipico ricco è (o si sente di essere) un autocrate, un despota, un superuomo, un semidio, un mito vivente. Nella società duale DR egli incarna la figura del cittadino di serie A, che, se a parole propugna i diritti fondamentali dell’uomo e l’uguaglianza di fronte alla legge, di fatto non si accontenta di essere come gli altri, vuole essere superiore agli altri, superiore anche alla stessa legge. In tutte le società, il tipico ricco è come una cellula tumorale, che si moltiplica senza controllo e senza tenere conto delle altre cellule, fino a decretare la morte dell’organismo che la ospita e, di conseguenza, anche la propria morte. Di fatto egli è la negazione vivente dei valori democratici, primo fra i quali la pari dignità delle persone. Sì, il tipico ricco è incompatibile con la democrazia.
La democrazia è condizionata negativamente anche dalla bassa fiducia nel cittadino comune, ossia dalla convinzione che sia inutile educarlo all’autonomia e sia preferibile trattarlo da bambino. Tutto ciò che procede nella direzione di limitare le potenzialità, le competenze e le libertà anche di un solo cittadino ostacola la democrazia. Quindi, la disinformazione, l’ignoranza, una scuola di basso livello, un’ideologia che favorisca l’ignoranza e la miseria, sono altrettanti ostacoli per la democrazia. In tale quadro si inserisce anche la cosiddetta informazione commerciale, che, esprimendosi ad un livello infantile, mira a stimolare un consumismo emotivo e irragionevole.
Alla causa della democrazia nocciono anche le ideologie collettiviste, che diffondono l’idea che il gruppo, l’azienda, l’impresa, l’istituzione, l’ordine gerarchico, la patria valgano più del singolo, enfatizzano la superiorità dei doveri sui diritti ed esaltano il sacrificio individuale alla ragion di gruppo. Ebbene, un individuo che consideri un valore il proprio sacrificio per una qualsiasi causa a lui esterna tenderà a mettere al primo posto l’aggregazione e il conformismo piuttosto che la promozione di se stesso, il partito piuttosto che la partecipazione diretta, la DR piuttosto che la DD.
Anche se tutti i cittadini di uno Stato, meno uno, professassero una certa fede religiosa, se quello Stato fosse veramente democratico, dovrebbe rispettare la posizione di quell’unico cittadino non-religioso. Infatti, la democrazia è sempre laica e lascia liberi i cittadini non solo di credere o non credere, ma anche di cambiare opinione. Perciò essa è minacciata dalle religioni dogmatiche e assolutiste, come quella cattolica, perché, come ci insegna la memoria storica, “imporre l’idea di una verità universale non può che portare a un bagno di sangue” (APPIAH 2007: 147). . Secondo il Manifesto Laico, “la Chiesa non è e non può essere democratica” dal momento che al posto del cittadino sta il fedele, dell’assemblea il gregge, della libera coscienza l’obbedienza (MARZO, OCONE 1999: 46). E non posso che essere d’accordo.
Alla democrazia si oppone anche l’atteggiamento rinunciatario di chi ritiene l’impresa della sua realizzazione pregiudizialmente impossibile, come Dahl: “Perfino supponendo che ognuno desideri sinceramente la democrazia, una soluzione formalmente perfetta sembra estremamente difficile da raggiungere” (DAHL 2000: 97); oppure Dunn: “siamo diventati tutti democratici, in teoria, proprio in quella fase storica in cui in pratica ci è diventato virtualmente impossibile organizzare ancora la nostra vita sociale in maniera democratica” (1983: 53). Chi si dichiara pessimista nei confronti della DD, in realtà è uno che non ha fiducia nei propri simili e non sa vedere altro che società duali.

Didì