Il principio di giustizia
Il desiderio di giustizia è uno dei più antichi bisogni culturali dell’uomo, la cui funzione è quella di rendere possibili rapporti sociali spontaneamente pacifici e armoniosi, senza dover ricorrere né al principio di forza, né a quello del diritto. Esso viene colto intuitivamente dalla ragione umana e viene tradotto in quello che chiamiamo «buon senso», che è comune a tutti gli uomini e che asserisce, sia pure in svariati modi, quanto è affermato nella regola aurea (“non fare agli altri quello che non vorresti gli altri facessero a te”, oppure “fai agli altri quello che vorresti gli altri facessero a te”) o nel comandamento cristiano (“ama il prossimo tuo come te stesso”) o nell’imperativo kantiano (“tratta gli altri come fini e mai come mezzi”). In altri termini, il principio di giustizia comanda di vivere in modo solidale, di cercare sempre il compromesso, di non interrompere mai il dialogo, insomma, di non ricorrere mai alla forza delle armi. Tutto ciò è possibile ad una sola condizione, che gli uomini riconoscano e rispettino i loro rispettivi bisogni. Presso una comunità di uomini primitivi, essere giusti nei confronti di qualcuno significa non ostacolarlo nella soddisfazione dei suoi bisogni espressi, per esempio, non negando al viandante di dissetarsi con l’acqua del proprio pozzo. In un paese civile, essere giusti significa rispettare la legge. Tuttavia, poiché la rigida applicazione della legge, disgiunta dal buon senso delle persone talvolta è causa di ingiustizia, ecco che nasce l’esigenza di temperare il freddo legalismo con il sentimento umano dell’equità, ossia con quell’atteggiamento equanime, che solo è in grado di dare a ciascuno il suo, secondo scienza e coscienza.
Giustizia e democrazia non sono la stessa cosa, ma si somigliano e si integrano, nel senso che la prima è la strada maestra che conduce alla seconda. In sostanza, senza giustizia non può esserci democrazia e dove c’è democrazia dev’esserci necessariamente anche la giustizia. Così, se vogliamo valutare la democraticità di un paese, possiamo partire dalle condizioni di giustizia sociale che esso offre: più un paese è giusto, più è democratico, meno è giusto, meno è democratico. Ma come facciamo a comprendere se un paese è giusto o meno? Non è difficile: è sufficiente gironzolare per le strade di una città e guardare intorno. Se le persone che incontriamo hanno un buon aspetto, sono civili, sanno esprimersi in modo chiaro ed appropriato, se notiamo che le strade sono pulite, le abitazioni decorose, l’urbanistica a misura d’uomo, se tutto ciò che vediamo, oltre ad essere ordinato e decoroso, ha una qualche utilità e non presenta differenze che possano risultare offensive della dignità umana, possiamo ragionevolmente concludere che ci troviamo in un paese giusto e democratico. Se invece notiamo che l’aspetto urbanistico cambia da un quartiere all’altro, che, accanto ad aree dove sorgono ville grandiose e cattedrali maestose, ci sono aree affollate di condomini che somigliano a formicai, se accanto a quartieri puliti e opulenti, ce ne sono altri sporchi e squallidi, se le persone non sono tutte civili e colte, ma ce ne sono di sporche, trascurate, rozze, incapaci di esprimersi, se alcuni esibiscono oggetti di puro lusso e altri chiedono la carità, se il diritto alle pari opportunità appare vilipeso, se non si rispetta l’ambiente e non si sfrutta appieno il capitale umano, se si notano numerose vittime innocenti della miseria e dell’ignoranza, le quali credono che eleggere un capo sia l’unico rimedio alla loro infelicità, se vediamo queste cose, possiamo sospettare che in quel paese la giustizia non è di casa, e nemmeno la democrazia.
Il 3 marzo 2006, nel programma «Uno Mattina», la giornalista Monica Maggioni ha trasmesso la seguente notizia: si sta diffondendo un modo nuovo di stuzzicare le emozioni, dei ricchi, quello di offrire loro in affitto quadri di grandi autori, per un periodo minimo di due settimane, ad un costo da 30 mila euro. Come possiamo parlare di giustizia quando sappiamo che, proprio mentre il ricco espone compiaciuto il suo quadro, molte famiglie mancano di beni necessari o ritenuti irrinunciabili per una vita appena dignitosa? Un sistema che consente un’iniqua distribuzione delle ricchezze è necessariamente ingiusto, soprattutto quando il corso della giustizia DR dipende in buona parte da fattori economici.
Supponiamo che ci siamo fatti un’idea piuttosto negativa sull’effettivo stato della giustizia e della democrazia di quella città, ma vogliamo delle conferme prima di esprimere un giudizio. Potremmo allora indagare sull’esistenza o meno di un importante indicatore di ingiustizia, e cioè se si spende denaro pubblico per dotarsi di sofisticate macchine da guerra, che spesso servono solo a difendere gli interessi di una minoranza di famiglie ricche e potenti. Se avremo scoperto l’esistenza di una siffatta realtà, potremo affermare con certezza matematica che in quel paese giustizia e democrazia sono tutt’al più vane parole. Infatti, non ci può essere democrazia in un paese dove milioni di famiglie stentano a vivere, mentre una minoranza ha così tanti soldi da spenderli in armamenti.
L’ingiustizia genera, acuisce e rende intollerabili le disuguaglianze fra gli individui, che, in parte, sono attribuibili a cause interne, e cioè alle differenze di talento e di impegno personali, ma in parte debbono essere ricondotte alle discriminazioni culturali (fra razze, sessi, religioni, etnie e altro) e alla stratificazione sociale in classi, cui consegue un’ineguale distribuzione delle risorse. È soprattutto su queste cause esterne che una società giusta dovrebbe intervenire per far sì che rimangano sul campo solo le differenze personali e che siano rimosse quelle sociali. E invece constatiamo che così non è, almeno nelle nostre società a regime DR.
Il principio di giustizia DD
Sant’Agostino affermava che tutte le forme di governo basate sul principio di forza, altro non sono che “magna latrocinia” (Città di Dio, IV, 5), ossia grandi associazioni a delinquere. In accordo col pensiero del vescovo d’Ippona, la DD è convinta che il mondo possa e debba essere governato secondo princìpi di giustizia ed equità e che, al di fuori di una tale logica, uno Stato non sia distinguibile da una qualsiasi accolita di banditi. In democrazia, la giustizia applicata e l’equità sono valori fondamentali e contano più della procedura e della stessa legge positiva. I princìpi di giustizia della DD sono quelli enunciati in qualsiasi Costituzione, soprattutto quelli che riguardano il rispetto della sovranità individuale e quelli che mirano a rendere possibile la coesistenza pacifica di una molteplicità di soggetti sovrani. La DD è l’unica forma di governo laico che, ispirandosi a questi princìpi, riconosce a ciascuno il diritto di coltivare serenamente i propri progetti personali “all’interno di una società giusta” (NAGEL 1998: 222). Ne consegue che essa “è, almeno in linea di principio, il più giusto, anche se non sempre il più efficiente, dei sistemi politici da noi conosciuti” (DE KERCKHOVE, TURSI 2006: VII).
In un sistema DD, le leggi esprimono principi alquanto generali e non cavillosi, e richiedono di essere applicate con una buona dose di elasticità, il che contribuisce a rendere semplice l’amministrazione della giustizia. I giudici, e così pure i membri delle giurie, sono sorteggiati o eletti fra i cittadini comuni dotati di particolari requisiti, di conoscenza certo, ma anche di umanità. A loro si chiede di emettere, in tempi rapidi e senza tanti tecnicismi, sentenze in accordo con i supremi princìpi della Costituzione e ben argomentate sotto il profilo umano. In caso di contestazione deve essere previsto un secondo grado di giudizio. In un sistema DD, le pene vendicative, quali sono quella detentiva e di morte, devono lasciare il posto a pene riparatorie e riabilitative, in ossequio al principio che chi ha deprivato altri non dev’essere a sua volta deprivato, ma deve dare, per compensare ciò che ha tolto.
Il principio di giustizia DR
Il sistema DR favorisce le differenze legate a cause sociali e tollera disuguaglianze non riconducibili a responsabilità personali. Non è qui mia intenzione di indagare su come funziona la giustizia in ogni singolo paese a regime DR, né di impegnarmi in inutili confronti fra un paese e l’altro e tanto meno in giudizi di merito. Non ho nulla in contrario ad affermare che in tutti questi paesi la giustizia opera bene, almeno sotto il punto di vista formale, ossia nel rispetto della procedura prevista dalla legge e, almeno sotto questo riguardo, tutti i cittadini sono trattati su un piano paritario. Ho invece qualcosa da eccepire in merito alla qualità sostanziale della giustizia. Mi limiterò pertanto a fare qualche considerazione sul sistema italiano, che mi è più vicino e familiare, il quale, anche se per molti aspetti non può essere ritenuto rappresentativo di tutti gli altri paesi DR, tuttavia, non è nemmeno profondamente diverso da essi, soprattutto di quelli appartenenti all’area della civil law.
In Italia i magistrati vengono reclutati per concorso in giovane età e avanzano di carriera per anzianità e previa valutazione del CSM, che è un organo parzialmente politicizzato, anche se dispone di un potere indipendente, che gli è riconosciuto dalla costituzione. I trasferimenti e le promozioni dei magistrati, quando non avvengono per anzianità, avvengono “grazie ad accordi fra le correnti e i partiti, che spesso si sostanziano in scambi di favori reciproci” (GUARNIERI 2003: 151). Quello che ne risulta è un sistema giudiziario burocratizzato e particolarmente attento agli aspetti tecnici e formali dell’iter processuale, forse come nel tentativo, da parte dei giudici, di alleviare il tremendo peso delle proprie responsabilità e rendere meno contestabili gli atti e le conseguenze della propria attività giurisdizionale, che è necessariamente imperfetta come tutto ciò che è umano. Talvolta avviene che, nell’esercizio delle loro ordinarie funzioni, i magistrati entrano in rotta di collisione con due principi cardine della DR: il principio del consenso e quello di maggioranza. Emblematico è il caso del premier Berlusconi, il quale, sentendovi vittima di questo sistema, ha posto la riforma della giustizia fra le priorità del suo governo, riuscendo, attraverso la promulgazione di una legge che gli conferisce l’immunità in quanto premier, a sottrarsi ad eventuali azioni della macchina giudiziaria nei suoi confronti. Così facendo, egli ha tutelato se stesso, ma, al tempo stesso, ha introdotto il principio poco democratico della non eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Berlusconi adesso può stare tranquillo, ma come funziona la giustizia italiana per il resto dei cittadini? In Italia le leggi sono numerosissime e si prestano ad essere interpretate in molti modi diversi, così che se un avvocato trova il cavillo giusto, può evitare ai propri assistiti condanne certe o ottenere forti sconti di pena. I tempi del processo, che già sono resi lunghi dal gran numero di leggi e da infiniti distinguo, si allungano ancora di più a causa dei tre gradi di giudizio che sono offerti dalla legge come segno di massimo garantismo, ma ciò si traduce in maggiori costi e rischi di prescrizioni per decorrenza dei termini. Alla fine, la giustizia perde e trionfa la procedura. Nell’ordinamento giudiziario DR, una sentenza, che sia stata formulata nel rispetto delle leggi vigenti, viene accettata, anche se è iniqua. Inoltre, gli alti costi resi necessari da processi così tecnici e lunghi non sono alla portata di tutti, e così avviene che si finisce per penalizzare chi ha minore disponibilità economica, ossia il più debole, e si ingenera un sistema intrinsecamente ingiusto. La conclusione è scontata: la legge favorisce i ricchi e i furbi e non è uguale per tutti.
Vorrei chiarire quanto appena detto con due esempi, che riguardano uno Berlusconi, l’altro la mia persona.
Nel 1994, mentre Berlusconi incassava il consenso di un gran numero di elettori, pendevano sul suo capo diverse incriminazioni ed erano in corso nei suoi confronti alcuni processi giudiziari che, di fatto, sono stati bloccati dal verdetto popolare, perché un’eventuale condanna del premier sarebbe potuta essere interpretata come un mancato rispetto della volontà del popolo sovrano da parte dei giudici. E se non poteva essere condannato, che senso aveva processarlo? Sorvoliamo sul fatto che Berlusconi è stato, in realtà, eletto da una minoranza degli aventi diritto al voto e ammettiamo, per ipotesi, che egli fosse stato eletto da una maggioranza piena o dal popolo intero. Sarebbe bastato ciò a collocarlo al di fuori e al di sopra del diritto? Secondo i princìpi di maggioranza e di sovranità popolare, certamente sì: Berlusconi non avrebbe dovuto subire l’affronto di un processo e, men che meno, quello di una condanna. Con questa logica però dovremmo subordinare il diritto alla pratica plebiscitaria e celebrare i processi in piazza, ma così facendo, dovremmo ammettere l’inutilità del diritto stesso. Se, tuttavia, stabiliamo che in democrazia esistono dei princìpi indipendenti dalla volontà dei cittadini (come quello di uguaglianza di fronte alla legge), allora non si dovrebbe permettere che una maggioranza possa ostacolare il corso della giustizia. In un sistema DD, un Berlusconi sarebbe stato processato senza tuttavia perdere alcuno dei suoi diritti, compreso quello di ottenere una promozione, un riconoscimento o una carica pubblica, salvo poi verificarne la compatibilità del suo ruolo politico con l’esito del processo.
Anno 2000: un’esperienza personale. Mi ero da poco dimesso dall’Ospedale ed ero alla ricerca di un nuovo lavoro, quando mi si prospettava la possibilità di essere assunto presso l’Inail di Udine, a condizione di essere iscritto nella graduatoria del Distretto. Il problema era che il Distretto, proprio mentre il governo faceva pressione sui cittadini perché continuassero a lavorare, anche fino a 65 anni e oltre, si rifiutava di iscrivermi perché avevo appena compiuto 50 anni. Nello stesso Distretto qualcuno mi consigliò di rivolgermi al TAR, suggerendomi di appellarmi alla legge Bassanini, che aveva abrogato i limiti d’età, cosa che feci. Il risultato? A causa di un errore formale da parte del mio avvocato, il TAR non prese nemmeno in considerazione la mia istanza e mi condannò a pagare le spese legali della controparte, ossia dell’Azienda Sanitaria Udinese. Siamo di fronte al classico caso di errore procedurale, che penalizza chi non sa destreggiarsi adeguatamente in un sistema artatamente farraginoso, dove è necessario disporre di buoni informatori e disporre di risorse adeguate, pena l’esclusione dal diritto. In questo caso, il giudice del TAR non ha ritenuto di dover dare una risposta ad un cittadino che chiedeva solo di lavorare, e ha preferito trincerarsi in un rigoroso rispetto della legge, che lo preserva certamente da ogni critica sotto il profilo formale, ma non lo assolve di certo sotto quello morale. Questa è la tipica logica DR. In un sistema DD, lo stesso caso si sarebbe concluso diversamente, nel senso che al cittadino sarebbe stata concessa l’opportunità di lavorare e l’avvocato imperito sarebbe stato sanzionato, anzi, più precisamente, la questione sarebbe stata affrontata a livello amministrativo, senza scomodare avvocati e TAR.

