9. Una Teoria della DD - Il lavoro

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pietromuni
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9. Una Teoria della DD - Il lavoro

Il lavoro
Attraverso il lavoro l’uomo realizza la sua dimensione sociale e si rende utile agli altri, esercitandosi, al tempo stesso, nell’assunzione di responsabilità civili e alla democrazia. Inoltre, grazie al lavoro, egli percepisce un reddito che gli consente di soddisfare i suoi bisogni ed esprimere la sua libertà. In definitiva, il lavoro è un eccellente strumento di autorealizzazione della persona e un formidabile collante sociale.
Questo è quanto si crede comunemente oggi in tutto il mondo capitalistico, ma una volta non era così. Nell’antichità classica gli uomini disdegnavano il lavoro eseguito per guadagnarsi da vivere, e così ha continuato ad essere almeno fino agli inizi del XIX secolo. Il grande uomo, oggi diremmo il cittadino di serie A, è ricco di famiglia da generazioni e impiega nelle sue terre, o nelle sue aziende, lavoro servile; ciò che lui produce con le sue mani o con la sua mente è frutto di un suo puro diletto o del suo amore per la conoscenza, non un lavoro con fini di lucro. Ai tempi di Locke questa mentalità era ancora ben radicata, come risulta da questa nota di Gordon S. Wood: “Quantunque Locke avesse sostenuto che il lavoro era all’origine della proprietà, in generale non lo si considerava ancora una fonte di ricchezza. La gente lavorava per necessità e per sfuggire alla povertà, il che spiega il disprezzo che aveva circondato per secoli le persone che lavoravano. La libertà era sempre tenuta in gran conto perché significava non dover lavorare. Era diffusa la convinzione che la maggioranza della gente non avrebbe lavorato se non ne avesse avuto la necessità” (1996: 46-7). Ora, poiché è poco plausibile che Locke ignorasse questa realtà, i casi sono due: o la sua affermazione che la proprietà dipende dal lavoro è un semplice auspicio, oppure è una volontaria mistificazione della realtà operata per secondi fini.
Ancora agli inizi del XIX secolo, non solo per gli aristocratici, ma anche per i professionisti, lavorare per vivere o per arricchirsi era ritenuto poco onorevole, tant’è che il celebre studioso francese conte di Buffon non voleva essere chiamato «naturalista», perché naturalisti erano dei professionisti che lavoravano per vivere: egli amava definirsi “un gentiluomo che si diletta di storia naturale”. Oggi, abbiamo detto, non è più così. Oggi nessuno si vergogna di lavorare e chiunque, che non sia malato di mente, si dichiarerebbe felice di svolgere un lavoro ben retribuito, e ciò vale tanto per la DD quanto per la DR, ma con delle differenze significative.

Il lavoro DD
La DD vede nel l. il mezzo attraverso cui l’individuo diventa cittadino democratico, titolare di diritti personali, sociali e politici ed eleva il proprio status economico oltre il Minimo di legge.
Per uno Stato DD, il lavoro rientra nel piano di promozione dell’individuo e occorre fare di tutto perché questo diritto diventi reale e non fittizio. Se il lavoro dev’essere un diritto, ne consegue che lo Stato “ha bisogno di sapere quanti posti di lavoro stanno per essere offerti e domandati” (ACCORNERO, 1997: 180). Esso cioè non può prescindere da una pianificazione della domanda e dell’offerta. “In sostanza, lo Stato deve adoperarsi perché l’economia crei posti a sufficienza, perché altrimenti li deve creare o procurare lui. Se mancano queste premesse, allora è meglio considerare il diritto al lavoro […] come un obbligo morale, «virtuale», cioè platonico” (ACCORNERO, 1997: 180). Ispirandosi a Locke, la DD afferma che la proprietà deve dipendere dal lavoro, così come il reddito individuale, e stabilisce che a nessuno sia consentito di vivere di rendita, almeno non in modo esclusivo. Inoltre, per la DD, parlare del lavoro come «dovere» dopo che lo si è definito un diritto costituisce una palese contraddizione. Trattandosi di diritto, il lavoro non è a tempo, ma per la vita, ossia fino a che il soggetto si sente in grado di svolgerlo e non ci sono ragioni oggettive che ne impongono la cessazione. La DD non prevede limiti predefiniti al pensionamento, ma lascia che sia lo stesso lavoratore a decidere. La DD non prevede un dovere di lavorare e riconosce anche il diritto al non-lavoro, non solo a coloro che sono affetti da condizioni morbose invalidanti, ma anche a coloro che, per loro libera scelta, non accettano di sottoscrivere il «contratto» col popolo e coloro che lo rinnegano dopo averlo sottoscritto. Solo i primi, tuttavia, conservano la pienezza dei diritti politici. Gli altri invece rimangono parzialmente emarginati dal potere politico nel rispetto della loro stessa volontà, avendo essi liberamente rifiutato il sistema vigente. In democrazia vale il principio di non costringere alcuno ad impegnarsi in questioni o in attività, verso cui non si sente inclinato. Gli emarginati sono coloro che si escludono da se stessi e, in pratica, dovranno accontentarsi del minimo garantito per legge.

Il lavoro DR
Anche la DR riconosce il diritto al lavoro, ma poi si comporta come se quel diritto fosse in realtà un dovere. La stessa Costituzione (art. 4) è ambigua: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Affermare che il lavoro è un diritto e un dovere nello stesso tempo è indice di un certo stato confusionale, ma, in realtà, una logica c’è. Basta analizzare i fatti. Ebbene, i fatti ci dicono tre cose: la prima è che la disoccupazione è presente in tutti i paesi DR; la seconda è che, entro certi limiti, essa viene considerata fisiologica, cioè «normale»; la terza è che in tutti i paesi DR vi sono persone che sono occupate in lavori che svolgono malvolentieri per una qualche ragione (perché considerati particolarmente degradanti o troppo gravosi o troppo rischiosi o incompatibili con le proprie condizioni fisiche o mal retribuiti), ma che si sentono costretti a fare per pura e semplice necessità. Tutto ciò indica che, in realtà, il lavoro è considerato essenzialmente un dovere.
Se il lavoro fosse un diritto, come contempla la Costituzione, ci aspetteremmo, da parte dei governi, una qualche politica di pianificazione demografica che tenga conto della presunta disponibilità di posti di lavoro, oppure il riconoscimento di un reddito minimo garantito (RMG) per tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, non riescono ad esercitare il loro diritto al lavoro. E invece non vediamo nulla di tutto ciò. La DR abbandona il disoccupato al suo destino e, se non interviene la solidarietà compassionevole della società o delle famiglie, quell’infelice andrebbe incontro a sicura morte civile nell’indifferenza generale.
Inoltre, la DR non ritiene che il lavoro debba costituire la principale fonte di reddito personale e tollera che delle persone possano vivere agiatamente senza lavorare senza curasi che, per costoro, il lavoro non è né un diritto, né un dovere: non è un diritto, perché un diritto non esercitato non è tale; non è un dovere, perché lo Stato acconsente che quelle persone possano vivere di rendita. A parte questa, devo dire, indecorosa confusione sul piano del diritto, la DR regola l’uscita dal lavoro secondo parametri prestabiliti e uguali per tutti. Dunque, non solo impone il lavoro principalmente come dovere, ma impone come dovere anche il pensionamento, come se tutte le persone fossero uguali. Così avviene che la cessazione del lavoro è negata ad alcuni, che la vorrebbero, e imposta ad altre, che non la vorrebbero, secondo una logica che obbedisce più ad esigenze burocratiche che ai bisogni delle persone. In definitiva, in nessun campo la politica DR è così pasticciata ed iniqua come in quello del lavoro.

Didì