Chi mi conosce e mi legge sa che amo definirmi un "antisistema".
Lasciamo perdere l'ironia di quest'etichetta, l'unica che mi faccia appiccicare volentieri, che a qualcuno può apparire grottesca o strappare un sorriso.
Essere "antisistema" non vuol dire essere più bravi, belli e intelligenti degli "intrasistema". Significa voler cambiare il treno quando tutti si limitano a discutere su quale macchinista scegliere.
Le motivazioni che spingono a pensare ed agire spesso sono comuni ai due gruppi, ciò che cambia è la proposta finale e, se gli intrasistema discutono su chi debba essere il macchinista, spesso anche tra gli antisistema possono esserci divergenze notevoli su quale treno prendere al posto di quello vecchio.
A parte queste motivazioni in questi giorni di post voto ho fatto una considerazione che sono andato maturando da tempo a proposito del crescente astensionismo elettorale e che appunto costituisce motivo di differenza d'analisi con molte persone che invece credono nel sistema.
Parecchia gente, sui blog e forum, ha commentato con preoccupazione il fatto che, anno dopo anno, le fila degli elettori vadano assottigliandosi. Questo disinteresse della popolazione verso la possibilità di delega viene giudicata pericolosamente perché - e condivido in pieno - mette in una posizione di forza quelle che sono probabilmente le espressioni peggiori della politica e dei partiti, la demagogia, la xenofobia, la collusione con la criminalità e l'usorocrazia.
Ciò che non condivido è la visione di questo fenomeno come un'eccezione al sistema rappresentativo. Questa interpretazione presume, come si fa comunemente, che la democrazia rappresentativa sia cosa aprioristicamente buona e giusta, il migliore dei mondi politici possibili. Di conseguenza, ogni problema che emerga tra la classe politica o l'elettorato, viene visto come una malattia (una cosa negativa) del sistema (per definizione positivo).
Ma se si ha verso la democrazia rappresentativa un approccio antisistema, pur percependo gli stessi sintomi, la diagnosi cambia.
Basta squarciare il velo di pregiudizio e guardare al meccanismo rappresentativo come a una truffa con la quale il popolo elegge non i propri governanti, ma gli amministratori delegati di quei poteri forti che realmente reggono le nostre sorti.
Ecco quindi che l'astensionismo degli elettori non ci appare più come un cancro del sistema rappresentativo, ma come un suo prodotto naturale, diciamo pure obiettivo non dichiarato della classe politica tutta.
Perché?
Il sistema rappresentativo non vive forse di voti? Per quale motivo dovrebbe sotterraneamente indurre la gente all'astensione?
Sembra un paradosso, ma così come una banca, che vive di denaro, può acquistare potere riducendo l'offerta di credito, così la democrazia attuale si rafforza allontanando da sé gli elettori. L'offerta politica si fa scadente e gli eletti non fanno che deludere le persone eludendo le promesse e tralasciando la soluzione definitiva ai problemi.
Se la pancia della gente fosse vuota, la fame e la rabbia verso politici incapaci produrrebbero una rivoluzione immediata.
Ma se il benessere persiste, pur nelle difficoltà attuali, l'unica risposta è la passività, il rifiuto a esercitare il "diritto" di voto.
Il popolo, ridotto allo stato di mummia incapace di reagire, si fa quindi da parte rifugiandosi nella piattissima, ma variegata offerta di "svaghi" sociali e mediatici rincoglioneggianti, facendosi volutamente da parte quando le peggiori decisioni di politici ormai inosservati chiedono di ceder loro il passo...
L'astensione non è dunque un "bug" che si è sviluppato per errore dentro a qualcosa di fondamentalmente buono. E' invece il prodotto scientificamente generato da un sistema che è esso stesso il male.
Simone

