Buon giorno a tutti.
Vorrei portare l'attenzione su un'altro problema che riguarda le aziende.
A causa dei sempre più frequenti fallimenti di molte piccole-medie imprese, si è creato un senso di insicurezza, di sfiducia e diffidenza tra le aziende, che le porta a non accordare facilmente pagamenti dilazionati (specie per grandi somme), o a preferire il perdere commesse (anche importanti), al rischiare di non vedersi pagare fatture per beni o i servizi venduti.
Questo stato di cose contribuisce a creare un immobilismo nel mercato, certo deleterio per la crescita economica del paese.
Attualmente, infatti, in caso di fallimento, soltanto le società s.a.s. sono tenute a rifondere i debiti anche attingendo ai beni privati dell'intestatario (accomandatario) della società.
Per tutte le altre società (s.r.l, s.p.a, etc.), in caso di fallimento, si può attingere, per il pagamento dei debiti, soltanto alla vendità dei beni (mobili e immobili) della società e al capitale sociale.
Tale capitale sociale, xò, ammonta a un valore compreso tra i € 20.000 (per le s.r.l.) e i € 1.000.000 (per le S.P.A.): un valore certo irrisorio (relazionato al tipo di società), rispetto al valore delle merci, dei beni e dei servizi acquistati dalle stesse.
Visto che, come è giusto che sia, hanno la precedenza alla restituzione dei debiti i dipendenti e le banche (e quì si potrebbe discutere su quanto ciò sia giusto, visto che il rischio del prestito del denaro viene ben coperto da interessi anche elevati), i fornitori, di beni e servizi si vedono quasi sempre restituire solo una minima parte del valore del debito contratto dalla società fallimentare.
In aggiunta a tale "beffa", il curatore fallimentare di una società, nel caso non si riescano a coprire i debiti contratti con i dipendenti o con le banche, può richiedere indietro, alle società fornitrici, i soldi pagati a quest'ultime (dalla società fallita che ha acquistato da loro le merci) per le merci/servizi forniti, fino a 5 anni prima del fallimento.
Ma tali rischi vengono accentuati da un'altro fattore: la forte concorrenza impone alle società di fornire beni e servizi con pagamenti sempre più dilazionati, da 60 gg (nella migliore delle ipotesi) a 120-180 gg; tempi di pagamento che tendono ad aumentare a causa di momentanee insolvenze da parte dei clienti.
In questo modo si rischia che una società debba pagare i propri fornitori prima di quanto i clienti facciano con lei.
Il problema di anticipare i soldi per i beni venduti, unito al rischio che l'azienda, a cui si sono venduti i beni, fallisca, e che le leggi attuali non assicurino la restituzione del debito, creano l'immobilismo del mercato di cui ho parlato all'inizio, oltre a un conseguente aumento del rischio di nuovi fallimenti.
Una legge che imponga a tutte le società non s.a.s. (in cui i proprietari rispondono personalmente) di possedere (per aprire e continuare l'attività) un capitale sociale del valore almeno pari alla somma dei beni immobili e dei servizi acquistati in un anno, garantirebbe, in caso di fallimento, sempre e comunque la restituzione dei debiti contratti durante l’anno.
Questo perché si può presumere che una società, anche se in perdita, in un anno riesca a pagare tutti i debiti dell’anno precedente, magari contraendone di nuovi per l’anno in corso, che sarebbero cmq coperti dal capitale sociale.
La legge riguarderebbe soltanto i beni immobili, in quanto sono quelli che perdono, nel tempo, il loro valore iniziale e la cui vendita, in caso di fallimento della società, non potrebbe coprire la spesa effettuata per acquistarli.
I beni immobili, al contrario, generalmente sono soggetti nel tempo un aumento del loro valore iniziale.
Ciò comporterebbe un'abbattimento dei rischi per i fornitori, e un conseguente ritorno della fiducia tra le aziende. Il che finirebbe per far uscire il mercato dal perdurante immobilismo a cui è soggetto da ormai troppo tempo.
Un saluto a tutti,
Stefano


Ciao Shanghai,
mi fa piacere vederti condividere questa mia proposta.
Ma se anche il denaro non lo creassero loro stesse, il prestito del "loro" denaro rappresenterebbe cmq un rischio calcolato: per affrontare tale rischio le banche ricevono alti interessi sugli scoperti bancari.
L'unico svantaggio, probabilmente, è che anche le imprese già avviate dovrebbero adeguare il loro capitale sociale. Il che potrebbe rappresentare un problema per alcune aziende già in difficoltà economiche.
Magari si potrebbe prevedere, per le aziende che ne facessero domanda (e dopo un'analisi dei loro bilanci da parte di un'apposita commissione), di dilazionare nel tempo l'adeguamento del capitale sociale.
Stefano Cassoni