CENNI STORICI SULLO SVILUPPO DELLA DEMOCRAZIA - Dall'antichità classica agli inizi del sec. XX

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CENNI STORICI SULLO SVILUPPO DELLA DEMOCRAZIA
Dall’antichità classica agli inizi del secolo XX°

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La STORIA è la storia della democrazia, è lo sviluppo nel corso del tempo della democrazia, ossia dell’emancipazione del popolo. Altrimenti non è storia, ma è un cumulo di racconti di potenti, di guerre, di sottomissioni, di ingiustizie, di “esseri superiori” furbi.

DEMOCRAZIA etimologicamente deriva dal greco “dêmos” popolo e “krátos“ potere. La democrazia di tipo rappresentativo segna.un grande progresso nei confronti dei poteri assolutistici o dittatoriali, pur essendo sempre una forma incompleta o parziale di sovranità popolare.

Anche la parola “laico” etimologicamente deriva dal greco “laikós”, popolare, che a sua volta deriva da “laós”, popolo (di bassa condizione, praticamente la maggioranza della gente), mentre “dêmos” indica il popolo che appartiene a una certa élite.
Pertanto la democrazia che dà diritto di voto a tutti i cittadini potrebbe più propriamente essere chiamata “laocrazia” o “laicocrazia”.

Valori integranti della democrazia sono i DIRITTI, CIVILI O UMANI. Anche se i due aspetti, democrazia e diritti, varie volte non avanzano di pari passo, le conquiste in un campo fanno prima o poi progredire l’altro.
Vediamo in sintesi alcune fasi salienti della loro comprensione da parte dell’umanità nell’evoluzione del pensiero e negli eventi della storia.

…….NOTA:-
…….Riportiamo qui alcune definizioni, importanti per la comprensione del testo.

…….AUTORITÀ. etimologicamente deriva da autore, colui che fa crescere gli altri, che è la base su cui si accrescono gli altri in una attività umana, nel vivere un ideale, ecc. L’autore è al servizio dei cittadini affinché progrediscano.
.......L’autorità genera unità, libertà, uguaglianza e progresso.

…….POTERE. è, al contrario, potere sugli altri e presuppone la loro sottomissione e la loro obbedienza. In pratica una società di ineguali: i “superiori” (la minoranza) che decidono per gli “inferiori” (la maggioranza) i quali devono sottostare.
.......Il potere produce uniformità, asservimento, discriminazione e regresso.

…….UNITÀ. è data dalla collaborazione e solidarietà di ciascuno, nell’uguaglianza, con tutti gli individui della comunità, i quali, nel rispetto delle loro diversità, decidono assieme alla pari.

…….UNIFORMITÀ è data dalla sottomissione di tutti, distintamente, per obbedire ai voleri del capo o dei potenti.

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¨ DALL’ANTICHITÀ CLASSICA AL X° SECOLO d.C.

È nel VI secolo a.C. che hanno origine le prime forme storiche di democrazia sia in GRECIA con SOLONE (640 - 560 a.C.) sia nella ROMA del primo periodo repubblicano. Ivi il diritto di parola e di voto spetta a tutti i cittadini maschi delle classi non inferiori (vale a dire con un certo livello medio di reddito, anche se non tutti sono ricchi), mentre sono esclusi a priori i plebei, gli schiavi e le donne.
È una grave limitazione, ma socialmente e politicamente si tratta di una forma di partecipazione assai avanzata in confronto alle monarchie dispotiche e verticistiche di quei tempi.

Questo tipo di governo in Grecia, che raggiunge con PERICLE (495 - 429 a.C.) il suo apice, permette sia il fiorire dell’agricoltura e del commercio sia un mirabile sviluppo dell’arte, delle scienze matematiche e della cultura. A Roma favorisce la crescita delle capacità personali soprattutto nel campo tecnico pratico e nella conduzione della cosa pubblica.

L’ateniese TUCIDITE (460 - 400 a.C.), uno dei maggiori storici dell’antichità classica, esalta la democrazia come modello di costituzione.

Il suo concittadino SOCRATE (469 - 399 a.C.) dialoga con ogni persona, povera o ricca, per sviluppare in ciascuno la consapevolezza di sé, la conoscenza della giustizia, dell’amore, della virtù e in tal modo pervenire ad una verità etica universale, che superi quella stereotipata o conformista dettata dalle istituzioni del potere.
Ciò genera timori nella classe governativa, che accusa il filosofo di empietà verso gli dei, comportamento contrario alle leggi e corruzione dei giovani (perché li aiuta a ragionare con la propria testa - ndr) e lo condanna alla pena capitale. Socrate offre uno dei primi esempi di rivendicazione di diritti civili: quello della LIBERTÀ DI PAROLA.

Nella Roma repubblicana viene istituita, dopo la cacciata dei re tiranni, una forma di democrazia parzialmente diretta, basata sul censo, per cui più si è ricchi, maggiori sono le possibilità di votare. Tuttavia il potere, per una fetta della popolazione, di decidere col proprio voto sulle esigenze dei cittadini stessi, fa fare comunque forti progressi, tanto che i decemviri, membri di un collegio di magistrati, oltre 500 anni prima di Cristo possono così esprimersi: “Romani! Nulla di quello che viene proposto può diventare legge senza il vostro consenso, siate voi stessi gli autori delle leggi che devono fare il vostro benessere”. Questo fa grande Roma.

La fine delle democrazie di cui sopra è dovuta a svariati fattori. Per le città greche, alla mancanza di unità democratica e politica fra loro, dato che ogni città cerca di colonizzare le altre.
Per Roma, al potere e ricchezza sempre crescenti del senato, il quale, una volta accolti nel suo seno anche i rappresentanti della plebe (che con l’occasione si arricchiscono), non ha più opposizioni e avoca a sé ogni decisione sul governo della repubblica.

Nella lontana Cina il filosofo MENG ZI (371 - 289 a.C.) richiama i sovrani al dovere di garantire il benessere della gente. Il popolo ha un’importanza primaria nello Stato e solo il suo consenso dà valore al mandato “celeste” dell’imperatore; quindi i sudditi hanno il diritto di rivoltarsi, proprio in nome del “cielo”, contro il dispotismo.

Il gladiatore SPARTACO crede nel diritto di tutti gli uomini a essere liberi e di pari dignità; nel 73 a.C. dà inizio nell’Italia meridionale a una grande rivolta degli schiavi, che non vogliono più soggiacere alle disumane condizioni di vita. In 40.000 riescono a tenere testa alle forze armate romane per due anni, ma alla fine, ridotti a 6.000, cedono e vengono tutti crocefissi. Rivolte analoghe si verificano già nel secolo precedente.

La RELIGIONE EBRAICA offre un contributo alla difesa dei più deboli e al diritto di uguaglianza e poi il CRISTIANESIMO con il “magnificat” di Maria, con il messaggio di Gesù e con l’esperienza vissuta dalle prime comunità diffonde, dal punto di vista socio politico, un modello di democrazia avanzata di compartecipazione diretta.

“In verità vi dico, afferma Gesù, OGNI COSA che la comunità riunita assieme approva sulla terra è approvata anche in cielo e OGNI COSA che essa respinge sulla terra è respinta anche in cielo”.

GESÙ è l’ideatore della democrazia diretta: l’uguaglianza fra gli esseri umani (essendo tutti fratelli, figli dell’unico Dio) e soprattutto degli ultimi, delle donne, degli schiavi, dei bambini, dei poveri, rende possibile il diritto civile di DECIDERE DIRETTAMENTE DA PARTE DI TUTTI GLI APPARTENENTI ALLA COMUNITÀ alla pari (è il SUFFRAGIO UNIVERSALE) sulle esigenze della comunità stessa e sull’elezione degli “incaricati”.

Ognuno, anche l’ultimo schiavo, ha la “DIGNITÀ REGALE” di decidere alla pari assieme a tutti della comunità (è la SOVRANITÀ DEL POPOLO), al posto della “generazione” al potere, spesso corrotta. Ciò mette paura dapprima ai capi ebraici e poi a quelli dell’impero e delle religioni di Stato, che cercano inutilmente d’estirpare l’idea con sanguinarie persecuzioni.

I primi due comandamenti delle principali religioni sono amare Dio e amare il prossimo; Gesù ne aggiunge uno nuovo, distintivo dei cristiano, quello dell’amore scambievole, poiché siamo tutti fratelli: “Vi do un comandamento nuovo, il mio comandamento, che vi amiate l’uno con l’altro, come io amo voi!”.

Gli appartenenti alla comunità mettono liberamente a disposizione una parte dei proventi o dei beni (gli incaricati alla gestione sono eletti da tutta la comunità assieme, la quale altresì decide come distribuire i beni), in modo che a coloro che si trovino nell’indigenza sia data una paga dignitosa o la possibilità d’iniziare un’attività lavorativa, anche in proprio.
Tutti possono usufruire di una mensa, eccettuati quelli che non han voglia di lavorare.

Non c’è la collettivizzazione della proprietà o del lavoro: denaro e beni messi in comune NON passano attraverso un organismo gerarchico che li amministra a propria discrezione. Gli apostoli, e i presbiteri eletti da tutta la comunità, fanno crescere gli appartenenti nell’amore fraterno (sono autorità nel senso etimologico), non impongono la loro volontà sulle esigenze della comunità (non sono potere): le soluzioni sono prese da tutti assieme. Con questa struttura la moltitudine è un cuor solo ed un’anima sola e FRA LORO NON VI SONO BISOGNOSI.

Gesù è contrario ad ogni forma di potere gerarchico e proclama: “I capi delle nazioni, lo sapete, decidono su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere, tra voi NON ci devono essere questi”.
E l’apostolo Paolo soggiunge: “Allorquando sono annientate tutte le strutture di potere e le forme di dominio e, per ultima, è sconfitta anche la morte fisica, abbiamo la pienezza dei tempi”.

Uno studioso del cristianesimo delle origini, il belga José Comblin, conclude: “Ekklêsia”, così l’Apostolo chiama ogni comunità dei primi cristiani, in greco antico significa “l’incontro del popolo riunito per decidere sulle esigenze della città”. Non ha altri significati; “ekklêsia” va tradotto proprio con “democrazia”, dove tutti sono alla pari, tutti insieme possono prendere parte alle decisioni che riguardano la comunità, senza potenti che comandano”.

Conferma la “lettera a Diogneto”, documento del II secolo d.C.: ‹‹.I cristiani realizzano un ammirevole sistema di vita sociale››.

È da mettere in rilievo che il Nazareno, con il suo “date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio”, è pure storicamente il primo a sostenere la separazione fra Stato e sfera religiosa. A quei tempi costituisce una grave eresia.
Gesù ha alla sua sequela molte donne, cosa inaudita per la Palestina di quei tempi: è la prima volta che un Maestro ha discepoli di sesso femminile. Esse hanno incarichi funzionali in tutte le comunità cristiane.
Gesù porta una visione nuova dei bambini, fino ad allora socialmente considerati un nulla, li stringe a sé e li accarezza quando vogliono scacciarli: “qualunque cosa fate a un bambino lo fate a me”. Difatti i primi cristiani non picchiano i loro figli, siamo essi maschi o femmine, bensì li educano fin da fanciulli nell’Amore.

Nel IV secolo d.C. l’imperatore e sommo pontefice della religione pagana, Costantino I, stravolge la struttura sociale dei primi cristiani, creando e nominando i membri della gerarchia religiosa, tutti dipendenti del sovrano e quasi tutti aristocratici ricchissimi [e non più eletti dalla comunità laica]. Gli imperatori e l’alta gerarchia clericale di fatto erettisi a capi decisionali della religione - dal futuro nome di cattolica - riescono ad affossare ogni sviluppo democratico illustrato sopra.
I cristiani, se non fanno atto di venerazione al potere o di accettazione della nuova dottrina religiosa oppure se vogliono l’”ekklêsia” originale, sono perseguitati e condannati al rogo.
Viene anche severamente proibita ai laici la lettura del vangelo, giacché questo vuole una società a decisione comune e l’uguaglianza di tutti. La massa non si deve emancipare, come invece accadrebbe se potesse conoscere l’autentico messaggio sociale di Gesù.

…….NOTA:-
…….Già da allora, IV secolo d.C., Ilario di Poitiers denuncia che esiste un potere più insidioso delle persecuzioni, ed è il potere che arricchisce l’alta gerarchia clericale (creata da Costantino), che non colpisce il corpo con la spada, ma uccide l’anima col denaro.

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Per oltre 700 anni sia l’assolutismo spesso brutale del potere civile o religioso di Roma, specie con i tribunali speciali dell’inquisizione cattolica (la quale giudica soltanto i cristiani), sia le società gerarchiche del feudalesimo bloccano ogni idea di sviluppo democratico o di aspirazione sociale.

Costantino I perde una grande occasione: quella di adottare nei suoi territori la forma nuova di democrazia - portata dal cristianesimo - che può innescare un’evoluzione mirabile nel sistema sociopolitico. Roma in tal modo sarebbe diventata un nuovo faro di civiltà per il mondo conosciuto. Lui invece preferisce affossare la democrazia voluta dal Nazareno. Ma la democrazia è un organismo vivente, se non si evolve si estingue, e così avviene. E l’impero decade sempre più fino a rovinare e scomparire, mentre subentrano parecchi, troppi, secoli di oscurantismo, che fa perdere o ritardare all’umanità la possibilità di un prezioso progresso culturale, sociale, scientifico, politico e, ovviamente, democratico.

Fra i pochi progressi sociali di questo periodo troviamo: la dichiarazione della domenica giorno festivo di riposo (derivato dal “sabato” ebraico), l’abolizione di certi spettacoli cruenti che richiedono la morte dei gladiatori o degli attori e, nell’alto medioevo - dopo massacri di lavoratori agricoli che rivendicano un trattamento più umano - il passaggio dell’imponente numero di contadini dalla condizione di schiavitù a quella, comunque infame, di servitù della gleba.

In tale condizione infatti i coloni sono giuridicamente liberi, ma sottoposti in perpetuo allo strapotere del feudatario. Essi non possono partecipare alla vita pubblica, non possono possedere nulla, non possono sposare persone che non siano servi della gleba, non possono diventare sacerdoti, devono pagare tasse gravose e umilianti al loro padrone.

…….NOTA:-
…….I feudatari sono grandi proprietari terrieri, nominati dall’imperatore cui dà un titolo nobiliare, esenti da imposizioni fiscali, aventi pieno potere sia militare sia di governo sul territorio stesso e, dal IX secolo, con diritto ereditario. Esistono inoltre fondi governati direttamente dalla gerarchia del clero.

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In Cina il poeta TU FU (712 - 770 d.C.) denuncia le ingiustizie del mondo, lo sfruttamento del popolo, gli orrori della guerra ed esprime la sua fede nel valore dell’onestà e della giustizia.

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¨ DALL’ANNO 1000 AL TRECENTO

Nella seconda metà del XI secolo si assiste in Europa a una ripresa della coscienza democratica con L’ETÀ DEI COMUNI in seguito al forte aumento degli scambi commerciali e quindi all’emancipazione delle classi cittadine dall’assoggettamento ai feudatari. Tale ripresa produce i suoi effetti specialmente in Germania e nell’Italia centrosettentrionale.

Il Comune è retto da magistrati, chiamati inizialmente consoli, che durano in carica per un tempo limitato: essi sono nominati dal consiglio degli anziani, che a sua volta è eletto da una parte del popolo con un certo reddito.
Il diritto di emanare leggi spetta al consiglio oppure alla piccola nobiltà e all’alta borghesia. Si raggiunge un certo benessere economico, rifioriscono oltre alle attività mercantili e artigianali anche quelle culturali.

Comincia in tal modo a emergere la borghesia - in questo periodo assume il significato di cittadini liberi - cui si aggiungono poi banchieri e imprenditori, dando forma a un’influente classe socio politica che di frequente si raggruppa in associazioni (corporazioni) per difendere i propri interessi dai potenti latifondisti.
Col passare del tempo la borghesia riesce a pilotare le forme di governo, imponendo l’appartenenza a una corporazione come condizione essenziale per partecipare alla vita pubblica: essa si sostituisce di fatto alla vecchia aristocrazia, anche se con un allargamento della base politica.

In Francia nel 1098 viene fondato l’ordine dei CISTERCENSI, i quali si diffondono in buona parte d’Europa, operando un importante rinnovamento dell’agricoltura medievale: oltre a procedere al dissodamento e alla bonifica dei terreni, essi promuovono la pratica dell’irrigazione. Inoltre, nei poderi di proprietà dei loro monasteri non vi lavorano più servi della gleba, ma “fratelli” laici affrancati.

Nel 1174 PIETRO VALDO, ricco mercante di Lione in Francia, vende tutti i suoi beni per distribuirli ai poveri e predica il vangelo nelle piazze assieme ai suoi seguaci, uomini e donne. Sono contrari alla violenza, alla grande ricchezza del clero, ai giuramenti, tutte cose queste che fanno sottomettere il popolo ai capi, e sostengono l’uguaglianza di tutti i fedeli.
Per tali ragioni e per il fatto che delle donne parlino in pubblico, sono dichiarati eretici dai vescovi. Migliaia di valdesi vengono bruciati vivi, ma, a differenza di altre comunità cristiane in Europa, il dispotismo della gerarchia per la prima volta non riesce ad annientarli tutti.

Nel 1198 i francesi GIOVANNI DE MATHA e FELICE DE VALOIS fondano un ordine per la liberazione degli schiavi cattolici in terra mussulmana, mediante il pagamento di un riscatto. La comunità raggiunge ben presto una larghissima diffusione. Secondo delle stime riescono a liberare, nel corso di alcuni secoli, molte decine di migliaia di persone.

FRANCESCO D’ASSISI (1182 - 1226) vede con occhi nuovi qualunque essere umano, amandolo al di là di tutto, della sua condizione, del carattere, del suo credo, ecc., essendo ciascuno immagine di Dio: “Egli crea l’uomo a sua immagine e somiglianza”. Stabilisce un rapporto d’amore con la natura e con gli animali, essendo anch’essi creature di Dio.

Istituzionalizzata la sua comunità dalla gerarchia cattolica, chiede, per non rinnegare il messaggio originale del cristianesimo, di non essere nominato “superiore” del suo ordine e di non far parte del clero. Cerca di dissuadere il sommo pontefice dal bandire le crociate, proponendo invece il dialogo con i mussulmani, ma ogni suo tentativo in tal senso risulta vano.

Nei secoli XI e XIII si sviluppano le prime UNIVERSITÀ, organizzate prevalentemente da ordini religiosi: abbiamo dapprima Salerno come centro per lo studio della medicina, Bologna per quello del diritto, Parigi per filosofia e teologia, quindi Oxford, Vicenza, Palencia, Cambridge e via via le altre.

L’ASSISTENZA a poveri o ammalati è affidata a ordini religiosi o cavallereschi oppure a confraternite laiche, i quali realizzano anche ospizi e ospedali.

Inghilterra anno 1215: dopo lunghe lotte, il re concede ai suoi feudatari la “MAGNA CHARTA”. Questa stabilisce i limiti del potere regio nei confronti dei signori feudali, della gerarchia religiosa, dei comuni e istituisce un ”consiglio comune” del regno, composto di 25 baroni (è una specie di democrazia all’interno della casta nobiliare).
Il sovrano non può più esigere imposte o aiuti militari senza il consenso del consiglio, nessuno può essere imprigionato senza il giudizio di un tribunale di suoi pari, emesso nel rispetto della legge e in base a prove certe. Viene garantito il libero esercizio del commercio, anche per gli stranieri, ed è istituito un sistema unificato di pesi e misure.

Il filosofo italiano TOMMASO D’AQUINO (1225 - 1274) esprime una teoria in cui si afferma, tra l’altro, che le leggi ingiuste non devono essere rispettate.

Stupefacente il pensiero di MARSILIO DA PADOVA (1275 - 1343), rettore all’università di Parigi, che ascrive al popolo l’origine di ogni potere sia civile sia ecclesiastico: “le leggi devono essere approvate dalla maggioranza dei membri della comunità”. Lo stesso imperatore per essere un rappresentante legittimo deve essere eletto dal popolo, che può sempre revocargli l’incarico! Marsilio propone l’elezione popolare anche per il sommo pontefice. Sostiene addirittura la separazione fra potere esecutivo e legislativo. Subito scomunicato, riesce però a fuggire; muore a Monaco di Baviera nell’oblio completo.

JOHN WYCLIFF (1320 - 1384), frate inglese, predica la giustizia sociale e ritiene non legittima la proprietà privata. Sviluppa le teorie sull’indipendenza del potere politico da quello religioso, preannunciate dal conterraneo Guglielmo di Occam.

Dal XIII secolo i COMUNI cittadini versano ingenti somme di denaro ai proprietari di fondi per affrancare collettivamente i servi della gleba ivi residenti. In tal modo vengono popolate le città e indeboliti i latifondi, sicché in cento anni nell’Italia centrosettentrionale (e dopo il Trecento nell’Europa occidentale) la servitù della gleba si riduce parecchio e di fatto scompare.

Le cariche politiche del Comune frattanto, sotto la pressione delle famiglie borghesi più agiate o di ex feudatari militarmente potenti, vengono affidate svariate volte alle stesse persone. È il declino della democrazia comunale: tra il XIII e il XIV secolo sorgono le signorie, dove il potere è in mano ad un unico uomo forte, il “signore”, che riassume in sé a tempo illimitato tutte le funzioni dei magistrati preesistenti, instaurando una dittatura di stampo militare.

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¨ DAL QUATTROCENTO AL CINQUECENTO

Durante il RINASCIMENTO, iniziato in Italia nel XV secolo e diffuso poi in tutta Europa, con la riscoperta dei valori dell’uomo laico in contrapposizione alla concezione trascendentale della teologia medievale, sono messi in evidenza i concetti di repubblica e di libertà civili, che hanno notevole influenza sullo sviluppo delle teorie costituzionali. L’invenzione della STAMPA consente inoltre lo scambio delle attività del pensiero e la diffusione della cultura.

Lo scienziato e artista italiano LEONARDO DA VINCI (1452 - 1519) porta il messaggio della grande importanza del sapere e della conoscenza, spiega che con la matematica possiamo riprodurre i segreti della natura, mentre dichiara che la guerra è una bestiale follia.

La RIFORMA PROTESTANTE offre un valido contributo, specialmente col calvinismo, alle idee democratiche (prese dal vangelo) e alla loro divulgazione sia in Europa sia più tardi, attraverso gli emigranti, nelle colonie inglesi d’America.

Varie comunità si danno un’organizzazione con elementi di democrazia rappresentativa: pastori, presbiteri, diaconi, maestri, sono eletti da tutti i membri; viene impartita un’istruzione per lo meno elementare a ogni cittadino affinché possa leggere, tradotte nella lingua locale, le sacre scritture.

L’ex monaco tedesco THOMAS MÜNTZER (1467 - 1525) rifiuta ogni potere terreno e dà valore al giudizio individuale: “L’ispirazione vera” dichiara “può venire dall’illuminazione divina o dalla luce interiore” non dalle interpretazioni delle scritture date dal potere. Questo riconoscimento favorisce lo sviluppo dei futuri governi democratici.

La liberazione dai divieti ecclesiastici sul commercio e sui movimenti finanziari contribuisce alla nascita del capitalismo moderno.

Le idee della riforma influenzano, soprattutto negli Stati meridionali della Germania, le classi povere dei contadini e degli analfabeti che reclamano: l’abolizione della servitù della gleba sui feudi sia civili sia clericali, la distribuzione delle terre confiscate dai prìncipi luterani alla gerarchia cattolica, la libertà di cacciare e pescare, l’abolizione di certe tasse capestro, un giusto trattamento nei tribunali, ancora presieduti da giudici della nobiltà feudale.

Al rifiuto dei potenti di concedere tali diritti, i contadini esasperati, appoggiati da qualche riformatore fra cui Müntzer, danno inizio a una furiosa rivolta. Le classi dominanti corrono il rischio di essere rovesciate e operano per due anni (1524 - 1526) spietate repressioni nel sangue, approvate poi dallo stesso Lutero, sino alla sconfitta totale dei contadini.

Anche i membri di quelle confessioni che rifiutano la violenza, ma che si danno, come gli ANABATTISTI, un’organizzazione di tipo egualitario e antigerarchico, non conforme quindi alle istituzioni della religione di Stato, subiscono barbare persecuzioni.

Continua dunque la tragedia dell’intolleranza religiosa e politica, che genera ovunque i suoi effetti nefasti ancora per un paio di secoli e in vari casi fino al giorno d’oggi.

BARTOLOMÉ DE LAS CASAS (1474 - 1566), vescovo missionario spagnolo, denuncia la brutalità dei conquistatori e dei coloni bianchi verso gli indios dell’America latina, che, sfruttati come schiavi, muoiono a milioni per stremanti fatiche nelle miniere o per malattie. I soldati del “cattolicissimo” re di Spagna vanno nei villaggi e sterminano gli indigeni: i bambini sono infilzati negli spiedi e bruciati sul fuoco fra le urla delle madri oppure gettati in aria e trafitti a volo dalle spade (tanto sono solo figli del demonio! - ndr). Le mani delle vittime infilate nelle aste sono mostrate agli altri villaggi per terrorizzare e farsi temere.

Lo statista inglese THOMAS MORE (1478 - 1535), cattolico, nel suo libro “utopia” descrive il modello ideale di uno Stato fondato sul principio dell’uguaglianza economico-giuridica dei cittadini: qui la proprietà delle terre è collettiva, le istituzioni sono democratiche ed elettive, la giornata lavorativa è di sei ore, sono prassi normale l’istruzione per chiunque e la tolleranza religiosa. Nei secoli successivi molte sue idee utopistiche si realizzano.
Enrico VIII lo fa decapitare per alto tradimento, non volendo il suo ex-cancelliere riconoscere il re come capo supremo della religione.

L’avvocato francese JEAN CAUVIN (1509 - 1564), in italiano Calvino, enuncia che la fede nel proprio lavoro - da quello più umile al più prestigioso, nel suo miglioramento e successo, nel progresso e nel benessere economico che ne conseguono - è un elemento di fondamentale importanza per l’uomo, purché non degeneri in attaccamento: gli eletti non sono i nobili parassiti, ma chi lavora, chi produce.
Il male della società è addebitabile alle strutture istituzionali e agli ordinamenti giuridici vigenti, non ai singoli. Le comunità religiose non devono essere rette dai nobili, ma autonome, controllate da un consiglio di laici e “federate” fra loro. Egli applica le sue idee a Ginevra, che diviene meta di migliaia di rifugiati provenienti dall’intera Europa, centro di ricerca, di studio e di accoglienza.

Il grande pensatore italiano GIORDANO BRUNO (1548 - 1600), recatosi nella Francia lacerata da conflitti fra ugonotti e cattolici, consiglia il re di essere il governante di tutti, protestanti e cattolici, sopra le parti. Egli gira l’intera Europa per portare le stesse idee di unità a ogni regnante ed ai responsabili luterani e calvinisti. Anche le sue comprensioni scientifiche precorrono i secoli: fra l’altro intuisce che esiste un universo composto di innumerevoli corpi celesti e che l’uomo è apparso sulla terra moltissimi millenni prima dei 5000-6000 anni asseriti dalla bibbia.
Fatto prigioniero dai sommi sacerdoti di Roma, è torturato per mesi quale eretico e infine condannato a morte: incatenato e con una barra di ferro irta di uncini ficcata in bocca per renderlo muto durante il tragitto, è trascinato a una piazza della città e lì è trasformato dalla barbarie del potere in torcia umana.

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¨ DAL SEICENTO AL SETTECENTO

Da alcune comunità riformate e non istituzionalizzate dal potere, come i QUACCHERI in Inghilterra, sono portati avanti nel Seicento i valori dei diritti civili: la parità di rispetto per tutti i fedeli, siano uomini o donne e di qualunque posizione sociale, quindi il rifiuto di caste sacerdotali o di addetti al culto, l’abolizione della schiavitù, la solidarietà, la libertà di professare la propria fede, la separazione fra Stato e chiesa, il rigetto assoluto del ricorso alla forza seppure per legittima difesa, l’opposizione a ogni forma di giuramento e alla guerra.
Anche queste comunità subiscono violente repressioni dal potere religioso e politico o sono costrette a emigrare nel nuovo mondo.

Il calvinista tedesco JOHANN ALTHUSIUS (1557 - 1638) asserisce che si ha il diritto di ribellarsi contro chi pretende di governare in opposizione alla volontà del popolo.

Il filosofo inglese FRANCIS BACON (1561 - 1626) è considerato il fondatore del metodo sperimentale e della logica; la premessa indispensabile è la liberazione dai pregiudizi tradizionali e dal ritenere la speculazione aristotelica unica depositaria del conoscere. “Sapere è potere”: la scienza può rendere possibile all’umanità il soddisfacimento di tutte le necessità e a tal fine anche i politici devono essere esperti tecnico-scientifici. Questo è la base per la realizzazione di una pace generalizzata.

Un altro inglese, il sommo drammaturgo WILLIAM SHAKESPEARE (1564 - 1616), scrive sulla superstizione del potere gerarchico relativa all’intolleranza religiosa: “eretico non è colui che brucia nel fuoco, ma colui che accende la fiamma”.
Ciò vale ovviamente anche per le analoghe superstizioni del potere che danno origine all’intolleranza etnica o razziale o culturale o di casta, di sesso, di civiltà, di classe economica, di nazionalità, di grado d’istruzione, ecc.

Il frate italiano TOMMASO CAMPANELLA (1568 - 1639) osa affermare che Dio crea la terra per tutti gli esseri umani, per cui non è giusto che alcuni siano padroni di vastissime estensioni di territorio e la moltitudine invece non ne possieda nulla. Il mondo va organizzato per soddisfare le necessità della comunità e non quelle egoistiche dei singoli.
È condannato all’ergastolo dal potere spagnolo come eretico e cospiratore.

L’olandese HUIG VAN GROOT (1583 - 1645) denuncia la guerra come violazione del diritto naturale. Egli sostiene infatti l’esistenza di norme naturali, quindi razionali, anteriori a ogni norma giuridica o sociale istituita dallo Stato.

Nei secoli XVII e XVIII si accendono lotte rivoluzionarie contro i regimi assolutistici, le quali riescono qualche volta a dar vita a governi repubblicani. Questi governi, spesso dispotici anch’essi, portano comunque il seme per l’evoluzione dei princìpi democratici.

In Inghilterra OLIVER CROMWELL nel 1649 depone e fa giustiziare il re, proclamando la repubblica. Viene sciolta la camera dei lord e i ministri sono eletti dal parlamento.

Il filosofo JOHN LOCKE (1632 - 1704) è il teorico del LIBERALISMO: il popolo è sovrano, non lo Stato. Se questo usurpa la sovranità popolare, i cittadini hanno il diritto di deporre, anche con la forza, i governanti.
Si rende necessaria la divisione dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario, la separazione tra chiesa e Stato e la libertà per ognuno di professare la propria convinzione religiosa.

Nel 1689, sempre in Inghilterra, il parlamento fa firmare al re Guglielmo III d’Orange - la monarchia è restaurata dopo la morte di Cromwell - sia la “DICHIARAZIONE DEI DIRITTI” (bill of rights), dove viene sancita la norma costituzionale che la sovranità è nella nazione e nei suoi rappresentanti e anche il re è sottoposto alle leggi dello Stato, sia l’”ATTO DI TOLLERANZA”, con cui è posta fine a ogni persecuzione contro le comunità protestanti non in linea con la religione di Stato.
Tali atti costituiscono i modelli precorritori dei regimi costituzionali moderni.

Nella prima metà del Settecento l’organizzazione economica è liberata dai legami corporativistici, permettendo il decollo delle imprese produttive o commerciali.

Nel frattempo in Francia e poi in Europa si sviluppa l’ILLUMINISMO, un movimento culturale contraddistinto dalla convinzione che la ragione umana possa risolvere i problemi socio politici, senza dover ricorrere alla teologia o ai grandi filosofi dell’antichità. Come Isaac Newton scopre il segreto di alcune leggi dell’universo - prima ritenute soprannaturali - così si possono scoprire le leggi che regolano la società e la natura.

Gli illuministi sottopongono a revisione fortemente critica le istituzioni tradizionali come: l’assolutismo monarchico, il feudalesimo, i sistemi economici, giuridici e scolastici, la censura, la schiavitù, la ricchezza e il potere della gerarchia religiosa e l’avversione di questa, con le sue orrende torce umane, alla libera espressione della ragione.

Essi danno gran diffusione alle loro idee in special modo attraverso la pubblicazione, dal 1751 al 1772, della monumentale enciclopedia curata da DENIS DIDEROT, JEAN-BAPTISTE D’ALEMBERT, VOLTAIRE e altri scrittori francesi.

È famoso il detto di Voltaire sulla democrazia: “io non sono d’accordo su quanto dici, ma sono pronto a dare la vita purché tu lo possa dire”.

Uno dei primi esponenti del movimento, CHARLES DE MONTESQUIEU (1689 - 1755), critica le istituzioni politiche del suo tempo: il dispotismo ha come movente la paura, il governo repubblicano ha come movente la virtù. Anch’egli sostiene che, per garantire la libertà, i tre poteri principali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario, debbano essere separati.

Lo svizzero JEAN-JACQUES ROUSSEAU (1712 - 1778), scrivendo il “contratto sociale”, espone un manifesto della democrazia diretta: è un fervente fautore delle libertà civili e si scaglia contro il cosiddetto “diritto divino” - in realtà la volontà dei potenti - asserendo LA SUPREMAZIA DELLA VOLONTÀ DI TUTTO IL POPOLO.
“La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è quella stessa, o è un'altra; non c'è via di mezzo".

Rousseau afferma che quando un governante non lavora per il bene comune, il popolo ha il diritto di revocargli l’incarico.
Anche le sue teorie riguardo alla pedagogia hanno una profonda influenza nei decenni successivi.

Nel 1764 l’italiano CESARE BECCARIA con la pubblicazione “dei delitti e delle pene” mostra l’inutilità della pena di morte e della tortura e, sottolineando la possibilità di errore giudiziario, ne propone l’abolizione. Il libro, tradotto in tutta Europa, ottiene ben presto un largo consenso.
I
l Granducato di Toscana è il primo nel mondo a decretare l’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE nel 1786.

L’inglese THOMAS PAINE (1737 - 1809), trasferitosi in America, dichiara che le colonie d’oltre Atlantico devono staccarsi dalla madrepatria e darsi una forma di governo repubblicano. Si batte in difesa dei diritti delle donne, condanna la schiavitù, è favorevole a tassare con aliquote più elevate i percettori di redditi maggiori.

La presa di coscienza da parte dei coloni americani della gravità di non poter avere propri rappresentanti al parlamento di Londra e il malcontento per l’oppressivo sistema fiscale imposto dai governanti inglesi, sfociano alla fine nella ribellione aperta. È la guerra d’indipendenza, che si svolge dal 1775 al 1781.

THOMAS JEFFERSON (1743 - 1826), governatore della Virginia negli anni del conflitto, dà un forte impulso all’istruzione, alla libertà di culto e alla proprietà privata, liberandola da interferenze statali.

Jefferson, Paine, Benjamin Franklin e altri procedono nel 1776 alla stesura della “DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA” degli Stati Uniti d’America, in cui testualmente viene affermato: “… tutti gli esseri umani sono creati uguali, dotati dal Creatore di diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e il conseguimento della felicità. Per assicurare tali diritti sono istituiti fra gli esseri umani dei governi, che ottengono i loro poteri dal consenso di coloro che sono governati; ogni volta che una forma di governo porta al dissolvimento di dette finalità, il popolo ha diritto di cambiarla o di abolirla”.

Undici anni dopo è redatta la costituzione che prevede un GOVERNO FEDERALE per la gestione degli affari comuni: guerra e pace, forze militari, trattati di commercio, politica monetaria, imposte federali, sviluppo delle grandi vie di comunicazione, servizio postale, intervento, in predefiniti casi di abuso, sui singoli Stati; a questi è lasciata la gestione degli affari interni. Il presidente degli USA e i governatori sono eletti mediante votazione.
Il Congresso (l’assemblea parlamentare) è costituito da una camera dei rappresentanti, eletta con voto proporzionale su scala nazionale, e da un senato, composto di due senatori per ogni Stato, eletti col maggioritario. Il modello statunitense costituisce un valido riferimento per lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Un quadro opposto presenta l’America latina, ove economia feudale e gerarchie politiche centralizzatrici soffocano qualsiasi tentativo di progresso.

In Europa la classe borghese acquista sempre più POTERE ECONOMICO grazie ai capitali accumulati col commercio internazionale, con la proprietà di banche e di imprese di produzione e cerca di scalzare le monarchie assolutistiche. Scoppia nel 1789 la RIVOLUZIONE FRANCESE le cui aspirazioni teoriche sono libertà, uguaglianza, fraternità.

Alcuni mesi dopo vengono proclamati nella “DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO” quali diritti inalienabili: la possibilità di votare le leggi da parte di tutti attraverso i loro rappresentanti, l’uguaglianza di ognuno di fronte alla legge, la difesa della proprietà privata dalla prepotenza dei potenti, l’equità dello stato fiscale, la libertà di pensiero, di parola, di stampa e di confessione religiosa, la tutela da arresti e condanne arbitrari. Viene negato il “diritto divino” della monarchia, che sta alla base dell’assolutismo; è proclamata la distinzione tra la condizione di “cittadino” e quella di “persona”.

A seguito delle insurrezioni popolari e dei sollevamenti dei contadini, la borghesia, per tenere sotto controllo la situazione, istituisce rapidamente in ogni provincia dei governi provvisori e una milizia, denominata guardia nazionale.

GEORGES JACQUES DANTON propone il suffragio universale maschile, ma non riesce nel suo intento e viene immediatamente fatto ghigliottinare con false accuse.

Dopo le vicissitudini del “terrore”, la classe borghese (proprietari, finanzieri, imprenditori, fornitori militari, generali, speculatori) riprende le redini del potere e sfrutta le energie del popolo, dirottandole nelle campagne militari contro gli Stati conservatori.

Nel 1796 il tradimento di un compagno fa fallire la cosiddetta “congiura degli uguali” diretta a rovesciare il direttorio, organizzata da FRANÇOIS-NOËL BABEUF, un precursore del comunismo, che vuole la proprietà comune delle terre e della ricchezza e un’uguale retribuzione del lavoro. Babeuf è condannato alla pena di morte.

In ogni modo LA RIVOLUZIONE FRANCESE PORTA all’abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali; i latifondi sono ripartiti tra un gran numero di piccoli proprietari terrieri, viene eliminata la “decima” ecclesiastica, è instaurato un nuovo sistema scolastico e universitario, laico e centralizzato, mentre alle cattedre tutti possono accedere previo concorso. Sono aboliti l’incarceramento per debiti, il diritto d'eredità della terra al solo primogenito e, formalmente, la servitù della gleba. È istituita la Banca di Francia, viene introdotto il sistema metrico decimale e sono accolti nel codice napoleonico molti principi della “dichiarazione dei diritti”. Il diritto di voto è limitato alla sola borghesia e ai ceti più elevati in base alla proprietà.

Venendo a mancare l’appoggio del braccio secolare, cessano gli orrori delle torture e della mattanza di centinaia di migliaia (secondo vari studiosi, milioni) di cristiani e donne inermi mandati al rogo lungo il corso di 1.400 anni (dal IV al XVIII secolo) dai tribunali speciali della gerarchia clericale o religiosa con l’accusa di essere creature del diavolo, cioè eretici o streghe.

…….NOTA:-
…….A testimonianza del clima di terrore che il popolo deve subire con l’inquisizione, riportiamo alcuni ordini scritti che la stessa gerarchia cattolica romana dà in proposito:
.......“Occorre operare in modo che l’imputato confessi sempre (sotto la tortura - ndr), altrimenti il popolo potrebbe pensare che noi condanniamo degli innocenti”. “Lo scopo principale del processo e della condanna a morte non è salvare l’anima del reo (cristiano, “strega”, omosessuale - ndr), ma di terrorizzare il popolo”. “L’imputato non può possedere beni, che sono della gerarchia, la quale non lo spoglia, ma si riprende ciò che è suo”. “I beni sequestrati vanno così ripartiti: 1/3 alla gerarchia, 1/3 agli inquisitori, 1/3 all’amministrazione civile che esegue la sentenza”.

…….Basta spesso il solo sospetto per sottoporre la/lo sfortunata/o a quelle atrocità, che poi, in genere, finisce i suoi giorni sulla catasta di legna o all’ergastolo.

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Durante la rivoluzione francese sorgono i primi circoli del MOVIMENTO FEMMINILE, che richiede la parità di diritti tra i due sessi. In tali circoli hanno vasta diffusione gli scritti della francese Olympia de Gourges “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” e dell’inglese Mary Wollstonecraft “Rivendicazione dei diritti delle donne”. Il codice napoleonico prima e la restaurazione poi arrestano sul nascere il processo di emancipazione.

Nel Settecento sono votate le prime leggi riguardanti l’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ: dal Rhode Island nel 1772 seguito da tutta la Nuova Inghilterra in America, dalla Francia rivoluzionaria (dove però Napoleone la reintroduce) e Haiti, nel 1792 dalla Danimarca.

In Inghilterra comincia nel 1780 la cosiddetta RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, dovuta all’introduzione su ampia scala delle macchine nel ciclo produttivo. Tale fatto determina il sorgere della fabbrica capitalistica, dove è concentrata una moltitudine di lavoratori salariati. La produzione industriale viene più tardi favorita dallo sviluppo delle ferrovie e dall’adozione della “catena di montaggio”

La grande disponibilità di mano d’opera rispetto alla domanda e la mancanza di ogni protezione legale o assistenza sociale, permette ai proprietari uno sfruttamento bestiale: paghe al limite della sopravvivenza, giornata lavorativa fino a 15 o 16 ore, ambienti degradati e spesso dannosi alla salute, largo impiego di donne e bambini a salari irrisori, disoccupazione sicura nei momenti di sovrapproduzione o di malattia dell’operaio.

Prendono forma in conseguenza le prime associazioni a carattere sindacale, soprattutto ad opera dei lavoratori specializzati, che cercano di limitare il potere dei padroni e ottenere migliori retribuzioni, usando anche l’arma del luddismo, ossia del danneggiare i macchinari delle fabbriche. I datori di lavoro e i governanti temono questi gruppi e li reprimono con ogni mezzo considerandoli non legali o eversivi, tanto che nei primi lustri del secolo successivo riescono a smantellarli tutti.

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¨ DALL’OTTOCENTO AGLI INIZI DEL NOVECENTO

Agli albori dell’Ottocento nasce il SOCIALISMO, movimento socio politico che si contrappone al sistema capitalistico, giudicandolo del tutto negativo sia per lo sfruttamento sfrenato degli operai, che rende i ricchi sempre più ricchi, sia perché non sa regolare il flusso produttivo né quindi impiegare nel migliore dei modi le risorse umane che restano inutilizzate - pertanto sprecate - nei periodi di disoccupazione sia infine perché la produzione è rivolta più ai beni di lusso che a quelli di prima necessità. La meta finale del socialismo è pervenire a una società in cui non vi siano più classi.

In concomitanza si sviluppa l’ANARCHISMO che mira a liberare l’uomo, eventualmente con l’insurrezione, da ogni potere politico, religioso, economico, mediante la soppressione di organizzazioni come lo Stato, la chiesa, il capitalismo, allo scopo di generare una società basata sullo sviluppo di individui e di gruppi liberi e uguali, ispirata da un ordine “naturale” spontaneo. La vittoria delle correnti marxiste determina verso la fine dell’Ottocento la crisi del movimento.

Nel 1822 un gruppo di filantropi statunitensi fonda in Africa una colonia di schiavi liberati che prende il nome di LIBERIA. Lungo il corso del secolo è bandita la schiavitù in tutti i paesi americani ed europei; quasi tutti gli Stati sudamericani danno la libertà ai loro schiavi al momento della costituzione in repubblica.

In Gran Bretagna nel 1824 è compiuto un grande passo in avanti, nel campo sociale e dei diritti civili, con una legge che abolisce il divieto di SCIOPERO e d’ASSOCIAZIONE OPERAIA. Hanno origine nuove forme sindacali, che inizialmente limitano la loro attività alle questioni salariali e dell’orario di lavoro.

Ancora nell’isola britannica sorge nel 1838 il CARTISMO, un altro movimento di riforma politica, che con la “carta del popolo” di William Lowett e Francis Place, presentata al parlamento dall’associazione dei lavoratori di Londra, rivendica i seguenti punti: diritto di voto per tutti i maschi maggiorenni, una rappresentanza dei lavoratori fra i membri del parlamento, elezione annuale dei membri stessi, retribuzione dei deputati, voto segreto, suddivisione del territorio in circoscrizioni elettorali di estensione equivalente. Le proposte vengono bocciate.

Passato un decennio di petizioni, tentativi di sciopero, incarceramenti, manifestazioni, scontri colle forze dell’ordine, che non portano ai risultati desiderati, il movimento perde progressivamente consistenza e si scioglie. Tuttavia le richieste cartiste sono trasformate in legge non molto tempo dopo dal parlamento britannico, eccezion fatta per l’elezione annuale.

A seguito della caduta del cartismo i SINDACATI ricevono un maggiore impulso dai movimenti socio politici, quali il socialismo e l’anarchismo. Rivendicano migliori condizioni per i lavoratori e utilizzano, di fronte all’opposizione dei padroni, l’arma dello sciopero e altre forme di agitazione. Inizia in Gran Bretagna la contrattazione collettiva che diventa uno strumento cruciale nelle rivendicazioni sindacali, giacché estende le decisioni scaturite dalle trattative a tutte le forze lavorative.

Il politico italiano GIUSEPPE MAZZINI (1805 - 1872), persegue l’ideale repubblicano democratico e dichiara che “la voce del popolo è la voce di Dio!”.

JOHN STUART MILL (1806 - 1873), economista liberale inglese, difende i diritti delle minoranze dissenzienti, l’emancipazione femminile, la richiesta di libertà individuale di pensiero e di azione, il governo di tipo rappresentativo.

In Europa entro la prima metà del secolo, dopo moti e insurrezioni, pilotati spesso dalla borghesia, alcuni Stati devono concedere una COSTITUZIONE LIBERALE: tra questi la Francia, il Belgio, il Piemonte, la Danimarca. In seguito quasi tutte le monarchie devono adottare una costituzione che contempla una qualche forma di democrazia di censo o rappresentativa.

In generale il LIBERALISMO, proprio mentre si affermano in economia le dottrine del libero scambio, perde man mano il favore delle masse e dei ceti meno abbienti, cedendo il ruolo di forza progressista al neo movimento socialista. I liberali difatti assumono aspetti sempre più conservatori non accettando il suffragio universale e certe forme dello Stato moderno; difendono la libera concorrenza contrastando l’ingerenza dello Stato nella gestione della proprietà privata e nella definizione dell’orario di lavoro, mentre sono indifferenti od ostili nei confronti della classe operaia e dei più poveri o indifesi.

Lo storico e politico francese CHARLES DE TOCQUEVILLE (1805 - 1859) sostiene che il futuro delle società avanzate sono LA DEMOCRAZIA E IL FEDERALISMO; i regimi di derivazione rivoluzionaria non si diversificano granché dalle monarchie assolute se mantengono l’accentramento del potere e la discriminazione delle minoranze. Un governo dominante e leggi ingiuste, sia pure votate da una maggioranza parlamentare, sono la negazione della democrazia.

Dopo tante manifestazioni, lotte e sofferenze i popoli di Danimarca (1849) e Francia (1852) sono i primi a conquistare, con l’appoggio dei socialisti soprattutto, dei sindacati, di comunità protestanti e anche di gruppi cattolici progressisti, il SUFFRAGIO UNIVERSALE maschile, ossia il diritto al voto di tutti i maschi maggiorenni per l’elezione dei rappresentanti, eliminando il vecchio privilegio per cui il voto spetta soltanto a chi ha un alto reddito (censo).

Il suffragio universale, già insito nelle prime comunità cristiane del I-III secolo d.C., subisce l’affossamento per opera di Costantino e successori: ci vogliono ben 1800 anni per riottenerlo nella società civile. È UN ENORME PASSO IN AVANTI della democrazia, è una svolta: adesso possono essere eletti al parlamento anche persone che promuovono i diritti civili, umani e sociali della popolazione e dei lavoratori per sollevarli dalle infami condizioni di sfruttamento.

È importante notare che senza il suffragio universale il popolo potrebbe conseguire solo pochi miglioramenti su questioni particolari come ore di lavoro, salari e qualcos’altro, ma non potrebbe rimuovere gli ostacoli di fondo alla realizzazione di un benessere più o meno generalizzato; ancora oggi in Europa starebbero a lottare per sollevare la popolazione dalle secolari condizioni di sfruttamento né vi sarebbe, di conseguenza, la crescita economica.

Il diritto di voto alle donne invece non si riesce a farlo riconoscere da alcuno Stato. Nel 1848 ELISABETH STANTON lo rivendica alla convenzione USA. Nel 1865, sotto la spinta di J. S. Mill, prendono forma le prime organizzazioni femminili suffragiste, cui seguono svariate battaglie e contestazioni con esito negativo.

A fine secolo gli unici popoli che conquistano il SUFFRAGIO UNIVERSALE FEMMINILE sono quelli della Nuova Zelanda (1893), dell’Australia meridionale e di alcuni States americani.

In Russia verso la metà dell’Ottocento sorge un movimento di intellettuali, il POPULISMO, che esercita una vasta influenza sui giovani. La grande massa dei contadini è vista come la forza che può abbattere l’assolutismo zarista e realizzare un sistema di tipo comunista. L’elemento fondamentale della nuova società deve essere la comunità di base contadina, impostata sul concetto di proprietà esclusivamente collettiva e contraria al predominio industriale.
L’affermarsi del marxismo sul finire del secolo mette in crisi, come l’anarchismo, anche il populismo.

Seguiamo allora gli sviluppi del socialismo. Nel 1848 i tedeschi KARL MARX (1818 - 1883) e FRIEDRICH ENGELS (1850 - 1895) pubblicano il “Manifesto del partito comunista”, un appello ai proletari di tutto il mondo a unirsi fra loro per abbattere il sistema di potere vigente. In questa lotta, essi dichiarano, i lavoratori non hanno altro da perdere che le loro catene.

Marx critica, ritenendoli utopistici, sia il socialismo inteso come ideale a cui conformarsi sia l’anarchismo col suo ribellismo infruttuoso e il suo ordine “spontaneo”. Egli espone la teoria del materialismo storico: la struttura socio politica di ogni epoca è conseguenza del sistema economico predominante. Il passaggio da un’epoca all’altra avviene quando la forza lavoro e i mezzi di produzione esauriscono le proprie possibilità di sviluppo all’interno del sistema esistente.

La lotta di classe è generata dalla contrapposizione fra la classe borghese, padrona dei mezzi di produzione, e quella operaia, allorché questa prende coscienza di essere sfruttata. Tale lotta porta alla trasformazione anche politica della società: col tempo, sostiene Marx, le contraddizioni interne al capitalismo provocano una rivoluzione del proletariato che, forte del proprio numero, elimina la proprietà privata e le strutture capitalistiche, instaurando una democrazia operaia in una società senza classi.

“I beni di produzione devono appartenere al bene comune, proclama Marx, e le decisioni spettano a tutto il popolo” (purtroppo quest’ultima affermazione non è stata presa pienamente in considerazione dalle rivoluzioni del ‘900).

Viene dato alle stampe nel 1867 il primo volume de “il capitale”, in cui Karl Marx espone la teoria del “PLUSVALORE”. Il valore del lavoro umano è incorporato nel prodotto finale durante tutto il processo di produzione. I lavoratori producono molto più di quanto è necessario alla loro permanenza in vita, ma il padrone li paga non per il valore di tutto il lavoro svolto, ma solo per quanto basta alla loro sopravvivenza. Il capitalista tiene per sé la differenza sul ricavato della vendita della merce, il plusvalore (= profitto); il conseguente accumulo di capitale rappresenta la forma più avanzata di sfruttamento degli operai e costituisce il presupposto per abbattere il capitalismo.

In vari Stati sono fondati partiti socialisti a livello nazionale, d’ispirazione marxista o socialdemocratica, che aderiscono all’internazionale socialista. Una strada diversa percorre il socialismo inglese: nel 1883 viene fondata da Edward Pease l’associazione “FABIAN SOCIETY”, che sostiene un riformismo graduale e richiede pari salario per uomini e donne, giornata lavorativa di otto ore, impiego giovanile entro limiti prestabiliti. Nei primi anni del secolo successivo dà vita, assieme ad altri gruppi socialisti e sindacali, al partito laburista.

Nel 1871 i parigini instaurano la cosiddetta “COMUNE DI PARIGI”, una forma di governo basata sul suffragio universale e sulla gestione operaia dell’economia. La “comune” vota la collettivizzazione delle fabbriche, misure a favore dei lavoratori (la giornata lavorativa è ridotta a 10 ore), l’abolizione della leva obbligatoria, la separazione fra Stato e chiesa.

Da Versailles il governo nazionale vede in tutto ciò una grave minaccia per l’ordine borghese e comanda una spietata repressione nel sangue: i parigini riescono ad opporre una strenua resistenza per circa due mesi, ma alla fine, combattendo strada per strada, sono costretti alla capitolazione. Tutti i rappresentanti superstiti vengono fucilati.

Marx ritiene la “Comune”, pur nella sua breve durata, la prima forma storica di autogoverno proletario e popolare.

In SVIZZERA nel 1848 è promulgata una nuova costituzione federalista, che, perfezionata nel 1874 e 1891, fa fare passi da gigante alla democrazia: oltre al suffragio universale sancisce la SOVRANITÀ DEL POPOLO, che può decidere DIRETTAMENTE, salvo poche eccezioni, su tutte le leggi, e in tal modo diventano subito esecutive, siano esse costituzionali, federali, cantonali o comunali.

Se delle nuove leggi pur necessarie non sono varate dall’assemblea federale, il popolo di propria iniziativa le può proporre e votare, con effetto esecutivo immediato. Le leggi nuove più importanti, come quelle costituzionali, ed i trattati internazionali, pur varati dall’assemblea, sono obbligatoriamente sottoposti all’approvazione del popolo, senza ricorrere a raccolta di firme.

È la conquista dei diritti fondamentali in una democrazia avanzata: il REFERENDUM DELIBERATIVO e l’INIZIATIVA POPOLARE. Il popolo in Italia è privato, ancora oggi, di questi due grandi diritti civili!.

…….NOTA:-
…….Si hanno nei paesi democratici vari tipi di referendum: il più importante è quello deliberativo (o costitutivo), allorché il parere espresso dai cittadini mediante il voto è parte essenziale del processo d’approvazione di una legge o ne costituisce l’unico atto decisionale. In Italia esiste il referendum abrogativo, con cui il parere manifestato dalla maggioranza dei votanti porta all’eliminazione di una legge o di una sua parte, e il referendum consultivo, con cui l’opinione palesata dalla maggioranza dei voti non costituisce vincolo obbligatorio.

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In ogni caso le leggi riguardanti l’intera confederazione elvetica e sottoposte a referendum popolare, per essere approvate, devono conseguire una duplice maggioranza: quella dei votanti e quella dei cantoni. Il voto spetta a tutti i maschi maggiorenni (le donne lo conquistano solo un secolo dopo). Chiunque può essere eletto rappresentante, purché sia cittadino svizzero.

L’autorità suprema legislativa, sotto riserva dei diritti del popolo e dei cantoni, è esercitata dall’ASSEMBLEA FEDERALE, che dura in carica quattro anni, come negli Stati Uniti. Essa consta di due consigli eletti da tutti i cittadini: uno col voto proporzionale, l’altro composto di un uguale numero di rappresentanti per ogni cantone. I presidenti e vicepresidenti dei due consigli non possono esercitare tali funzioni per due sessioni consecutive.

Il governo o consiglio federale, è composto di sette membri - assegnatari dei ministeri - ciascuno di cantoni diversi e appartenenti a tutti i principali partiti politici risultanti dalle votazioni popolari: è considerata la FORMULA MAGICA.

Fra i sette vengono eletti dall’assemblea federale il presidente del consiglio, che è anche il presidente della confederazione, e il vicepresidente. Questi due durano in carica un anno, devono rinunciare a tutte le loro eventuali precedenti cariche pubbliche e private, anche alle loro eventuali medaglie, e dopo un anno non possono essere rieletti.

Ogni cantone ha, per le competenze non delegate agli organismi federali, un proprio governo e un'assemblea legislativa, in certi casi composta, quest’ultima, di tutti i cittadini. Gli oltre 3000 comuni godono anch’essi di ampia AUTONOMIA. La Federazione non può avere truppe permanenti, solo i cantoni possono mantenere, ciascuno, 300 militari di professione.

La COSTITUZIONE SVIZZERA è una conquista democratica di eccezionale portata: per la prima volta TUTTI, senza discriminazioni, possono votare qualunque legge anche costituzionale. Da quel momento, sono oltre 150 anni, sul territorio elvetico non v’è più ragione ovviamente di guerre, ingiustizie, indigenza o degrado ecologico: il potere politico è ridotto al minimo, l’autorità del popolo è portata ai massimi storici.

Questo fa sì che i governanti degli altri Stati snobbino la democrazia elvetica per non perdere il loro potere. Anche le organizzazioni politiche, sia socialiste sia liberali sia altre, pur con visioni sociali o economiche valide, tendono a ignorare le conquiste democratiche svizzere, volendo i loro rappresentanti portare avanti e attuare solo le idee del proprio gruppo.

Nel 1864 il filantropo svizzero Jean-Henri Dunant, profondamente colpito dalle sofferenze delle vittime della guerra in Italia, fonda a Ginevra la ”CROCE ROSSA INTERNAZIONALE”, allo scopo di assistere i feriti e gli ammalati in tempo sia di conflitto sia di pace. L’anno successivo è firmata da sedici Stati la prima convenzione di Ginevra, in cui sono enunciati i principi sull’obbligo dell’assistenza ai feriti in combattimento e sulla protezione degli ospedali e dei medici. La croce rossa opera anche in favore dei prigionieri di guerra, in attività umanitarie, sociali e di soccorso.

In Germania nel 1883 il cancelliere Bismark concede, per ragioni meramente opportunistiche, la prima forma di PREVIDENZA SOCIALE garantita dallo Stato, facendo approvare leggi a favore della pensione e dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie e gli infortuni per i lavoratori, però proibisce con leggi eccezionali ogni forma di associazione operaia.

Nell'attesa che una crisi economica di vasta portata apra la strada a una società marxista (programma massimo), i socialisti europei decidono di lottare anche per un programma minimo di riforme intermedie.

Nel 1891 al CONGRESSO DI ERFURT del partito socialdemocratico tedesco, Karl Kautsky e Eduard Bernstein richiedono la parità di diritti fra uomini e donne, il suffragio universale, le otto ore lavorative, un salario minimo garantito, l’assistenza medica, il riconoscimento legale dei sindacati.

Sempre nel 1891, dopo secoli di condanne per i lavoratori che rivendicano condizioni di vita più giuste, il sommo pontefice Leone XIII emana l’enciclica “RERUM NOVARUM”, in cui riconosce la necessità di sostenere i diritti dei proletari e richiede l’intervento dello Stato per alleviare la drammatica situazione sociale di questi. Rigetta però le teorie socialiste e difende la proprietà privata, ritenendola un diritto naturale.

Agli inizi del Novecento negli Stati Uniti prende piede, incidendo sui due maggiori partiti politici, un MOVIMENTO PROGRESSISTA che riesce a fare realizzare un pacchetto di riforme sociali sia a favore del diritto di sciopero e dell’ambiente sia contro il potere dei grandi monopoli, soprattutto di quello ferroviario, sia contro la corruzione, in particolare le frodi alimentari e medicinali, e contro lo sfruttamento dei lavoratori. Fa poi portare modifiche alla costituzione.

La vittoria contro i grandi monopoli e la libertà d’iniziativa permettono agli USA un formidabile sviluppo economico nel corso del secolo.

In Gran Bretagna EMMELINE PUNKHURST fonda nel 1903 l’ “Unione sociale e politica delle donne” (WSPU) e organizza per anni, tra mille difficoltà, una serie di manifestazioni pubbliche di suffragiste, che suscitano grande scalpore fino a ottenere il diritto al voto delle donne, solo però di quelle sposate ultratrentenni.

In ogni modo i primi Stati che riconoscono nel ‘900 il suffragio universale femminile sono: Australia (1902), Finlandia (1906), Norvegia (1913), Danimarca (1915), Paesi Bassi e Russia (1917), Svezia e Austria (1918).

BENEDETTO XV è il primo sommo pontefice che condanna la guerra in sé, definendo il conflitto mondiale del 1914 un’inutile strage, la più fosca tragedia dell’odio umano e dell’umana demenza, che disonora l’Europa.
Egli diversifica l’amor di patria dal nazionalismo e propone inoltre di sostituire gli eserciti con un istituto di arbitraggio. Alla fine della guerra chiede, inascoltato, di condonare, di non infierire sui vinti per non suscitare reazioni nefaste.

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