Che cos’è la democrazia? Il mio punto di vista

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pietromuni
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Che cos’è la democrazia? Il mio punto di vista

Oggi la democrazia è generalmente considerata la migliore forma di governo possibile ed è raro trovare governanti che non si definiscano democratici, anche se poi non lo sono veramente. Si tratta di una novità storica, che non ha più di un secolo di vita. La ragione di questa di questa svolta culturale è semplice: oggi nessuno accetterebbe di sentirsi ontologicamente inferiore a qualunque altro, ma ciascuno rivendica la propria sovranità personale, la propria visione del mondo, la propria idea di felicità, la propria libertà morale. Questa autocoscienza individuale, che è un’acquisizione moderna, ci fa esclamare: “Quello avrà più soldi, più titoli, più potere, più successo di me, ma io non mi sento da meno rispetto a lui ed esigo il riconoscimento del diritto di vivere la mia vita a modo mio”. Se non ci fosse questa autocoscienza, la democrazia non farebbe parte delle nostre esigenze e continuerebbe ad essere ignorata, come nel passato. Se noi credessimo, infatti, che alcuni sono superiori ad altri, dovremmo coerentemente attribuire il potere ai primi e la sottomissione ai secondi e concepire solo una società duale.
Il contrario di democrazia è autocrazia, ossia il governo assoluto di uno o di pochi, che sono ritenuti superiori per nascita o per investitura divina. Se oggi osanniamo la democrazia è perché tendiamo a rigettare il principio di nobiltà, che ha dominato per millenni la nostra storia. Anticamente i nobili ritenevano che vi fossero solo pochi individui superiori e capaci di “giudicare quale sia il bene generale della società intesa come un tutto” (BOBBIO 1999: 378) e osannavano l’autocrazia. “Fino all’inizio del diciottesimo secolo quasi nessun autore, tra quelli di cui possediamo gli scritti, pensava che la democrazia fosse un modo desiderabile di organizzare la vita politica” (HELD 1997: 54).
Oggi ci sentiamo attratti dalla democrazia, perché riteniamo che essa comporta numerosi e sostanziali vantaggi: ostacola la tirannia e i governi dispotici, garantisce ai cittadini molti diritti, primi fra tutti quelli inerenti le libertà personali, civili e politiche, consente a ciascuno di poter vivere sotto leggi scelte dal basso, favorisce condizioni di uguaglianza, realizza condizioni di pace e di prosperità, promuove l’individuo e ne tutela la dignità più di ogni altro sistema politico. “La giustificazione della democrazia, ovvero la principale ragione che ci consente di difendere la democrazia come la migliore forma di governo, o la meno cattiva, sta proprio nel presupposto che l’individuo singolo, l’individuo come persona morale e razionale, sia il miglior giudice del proprio interesse” (BOBBIO 1999: 378).
Ma che cosa significa esattamente “democrazia”? Il termine “democrazia” deriva dal greco demos e kratos (letteralmente: governo del demos) e si riferisce ad una forma di governo in cui il potere politico è interamente nelle mani del popolo. Se nei sistemi autocratici il potere e l’ordine sociale sono imposti dall’alto (dio, cooptazione) o dall’esterno (tradizione, diritti di nascita), in democrazia sono stabiliti dal basso e dall’interno, ossia dal popolo stesso. In quanto espressione del popolo intero, la democrazia non dovrebbe essere né di destra, né di sinistra, né di centro, non dovrebbe essere interpretata da partiti politici precostituiti, non dovrebbe riconoscere leggi o codici morali assoluti, perché dovrebbe essere il popolo a decidere di volta in volta come meglio crede: la legge, la giustizia, la morale, l’amministrazione e il governo dovrebbero coincidere con la volontà popolare, che è un principio in divenire. Non avrebbe nemmeno senso distinguere diversi tipi di democrazia: la democrazia sarebbe una sola e coinciderebbe con la DD.
In realtà, questo quadro non è affatto realizzabile, per tutta una serie di ragioni. Innanzitutto, il popolo non è un soggetto personale, dotato di una mente e di una volontà, essendo esso costituito di svariati milioni di cittadini, che non possono fisicamente deliberare in modo corale e concorde. “Nessuno può immaginare uno stato che possa essere governato attraverso il continuo appello al popolo” (BOBBIO 1991: 49). È una difficoltà fisica incontestabile. “Che tutti decidano su tutto in società sempre più complesse come sono le società industriali moderne è materialmente impossibile” (BOBBIO 1991: 34). Ma, anche se si dovesse realizzare un formale governo partecipativo, c’è il rischio che, alla fine, sarebbero solo in pochi ad esercitare effettivamente il potere, almeno così la pensa Max Weber, secondo il quale “Ogni democrazia diretta tende a diventare «amministrazione di notabili» (WEBER 1999 I: 288). Come dire che la DD è un’utopia e, inevitabilmente, tende a trasformarsi in oligarchia (il più delle volte in plutocrazia). Di qui prende origine la proclamata necessità di un organo di rappresentanza, il parlamento, e la nascita di una nuova forma di democrazia, che era del tutto sconosciuta dagli antichi: la DR o democrazia dei moderni. Dichiarata l’impossibilità pratica di realizzare la DD, ecco che ci si rivolge alla DR e, dimenticandosi di averlo fatto solo per ripiego, si finisce con l’affermare che “il governo rappresentativo costituisce il tipo ideale di governo [possibile]” (MILL 1997a: 60) e che la DR è “l’unica forma reale possibile dell’idea di democrazia” (KELSEN 1995: 74).
Oltre a queste difficoltà, che possiamo definire di tipo tecnico (la DD non è praticabile nei grandi Stati), ve ne sono altre di principio. Per esempio, anche se può sembrare strano, non è scontato avere un’uniformità di vedute su che cosa si debba intendere per “cittadino” e per “popolo”. Gli stessi Greci, che hanno inventato la DD, erano divisi sul significato di “cittadino” almeno in due gruppi: i sofisti tendevano ad estendere i diritti politici a tutti gli esseri umani (cittadinanza universale), mentre i più avevano un’idea piuttosto restrittiva e consideravano cittadini i soggetti ai quali era riconosciuta la pienezza dei diritti politici, ossia tutti i residenti di una polis, con l’esclusione degli schiavi, degli stranieri e delle donne. In tempi moderni, Kant riconosceva al cittadino tre prerogative: la libertà da costrizioni esterne (ossia la facoltà di obbedire solo alle leggi alle quali egli abbia dato consenso), l’eguaglianza di fronte alla legge e l’indipendenza economica. In concreto, secondo il filosofo, non si può essere cittadini al di sotto di un certo censo. Le stesse difficoltà ineriscono il concetto di “popolo”. In generale, per gli antichi Greci, “popolo” erano solo i cittadini di sesso maschile (vedi sopra) e , più precisamente, la “maggioranza” di essi, ossia i cittadini poveri. Secondo Pericle, Atene è democratica perché “è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza” (Tucidide II, 37); secondo Platone, perché vi governano i poveri (Repubblica VIII, 557). Queste difficoltà di natura ideologica possono spiegare perché “pochi concetti appaiono chiari e sono confusi come quello della democrazia” (CASSESE 1997: 41).
Anche se possiamo dire che oggi queste difficoltà sono superate, in quanto c’è consenso sul fatto di concedere a tutti il diritto di cittadinanza e di includere tutti i cittadini nel concetto di “popolo”, rimane aperta la questione se questo popolo sia poi in grado di assumersi la responsabilità dell’autogoverno. Al riguardo, storicamente, sono maggioritari gli studiosi che negano al popolo le capacità necessarie all’uopo. A partire da Platone e Aristotele, lungo il corso della storia, i teorici medievali, Hegel, i marxisti, i nazionalisti, gli elitisti e la gran parte dei politologi contemporanei, tutti sono concordi nell’affermare che il popolo è una massa informe, una folla capricciosa e volubile, una plebe vuota e dormiente, un gregge ottuso e incapace di perseguire la propria felicità in assenza di una guida, che lo conduca per mano, come fanno i genitori coi loro piccoli. Questa tesi trova conferma e sostegno nella dottrina ebraico-cristiana, che propone il modello del Dio-padre e asserisce che, come il gregge ha bisogno del pastore, la nave del nocchiero, il bambino del padre e della madre, così i cittadini non sono in grado di autogovernarsi e devono ricorrere a rappresentanti.
Il risultato finale è che, oggi, l’unica forma di democrazia esistente è quella indiretta o DR. “Secondo il senso comune ormai dominante da qualche anno a questa parte la democrazia è solo la facoltà concessa ai cittadini di scegliere chi li dovrà governare” (HIRST 1997: 7). Ciò vuol dire che i cittadini non esercitano il loro potere politico in modo diretto, bensì solo attraverso i rappresentanti eletti, sia pure con suffragio universale. “Un paese è democratico se permette ai propri cittadini di scegliersi il governo che vogliono attraverso elezioni periodiche, pluripartitiche ed a scrutinio segreto, in base al suffragio uguale e universale” (FUKUYAMA 1996: 64). In pratica, la DR distingue due categorie di cittadini (i delegati e i deleganti, i dominanti e i dominati, quelli che decidono e quelli che subiscono, cittadini di serie A e di serie B) e disegna una società duale, non molto diversa da quella dei sistemi autocratici, la principale differenza essendo questa: nei vecchi regimi autoritari il potere era assegnato con l’uso delle armi, in DR con le elezioni. In entrambi i casi il potere è nelle mani di una minoranza.
Possiamo affermare, pertanto, che la DR è un’autocrazia camuffata, e di ciò qualcuno si è accorto. Non sono rari, infatti, oggi, gli studiosi disposti ad indicare il sistema DD come “il più consono alla dignità umana” (GINER1998: 4), ma poi, convinti che si tratti di un modello “difficile da mettere in pratica” (GINER 1998: 71), allargano le braccia, come Bobbio, in un gesto di desolazione e rinunciano a procedere oltre, oppure osservano, delusi, che “la vittoria finale della democrazia non è ancora giunta e neppure è vicina” (DAHL 2000: 154). In definitiva, se oggi c’è consenso sulla democrazia, non c’è consenso sul “come” e sul “se” i cittadini debbano esercitare questo potere. A tale riguardo possiamo rilevare una netta differenza fra gli antichi, che concepivano solo la DD limitata ad una minoranza, e i moderni, che, dopo aver liquidato la DD col pretesto della sua inattuabilità, hanno lasciato sul campo solo la DR, che è una forma camuffata di autocrazia. Non ci può essere confusione più grande.
Oggi la DD può essere considerata un’illustre sconosciuta ed è estremamente difficile imbattersi in qualcuno che abbia un’idea di che cosa essa sia, mentre quei pochi che ne conoscono l’esistenza ne hanno, solitamente, un’idea confusa e distorta. Il fatto è che, quando non si ha esperienza diretta di una realtà, si tende inevitabilmente ad immaginarla in modo fantasioso, ora descrivendola come troppo ovvia e priva di difetti, ora troppo complessa e pericolosa, ora idealizzandola ed esaltandola, ora denigrandola e demonizzandola, mai descrivendola per quello che effettivamente è. Ed ecco allora perché alcuni si figurano la DD come il peggiore dei mali o una pura utopia, altri credono che essa possa essere immediatamente praticabile, magari presentandola alle prossime elezioni come un partito e cambiare subito il mondo! Per quanto mi riguarda, io mi limito a sostenere che sono maturi i tempi per cominciare a pensare alla DD come possibile forma di governo e vorrei aprire un dibattito su di essa, per annunciarne e prepararne il prossimo avvento.
Per chi, come me, crede che la DD sia vera forma di democrazia, incombe l’obbligo di spiegare che cosa si debba intendere per DD.
La DD è l’unica forma di governo, che si fonda sull’esigenza di conciliare la sovranità del singolo cittadino (l’individuo), che è un valore assoluto, con la sovranità di tutti gli altri cittadini (il popolo), che è un altro valore assoluto. Il principio di sovranità individuale (che racchiude in sé i principi di vita, libertà e uguaglianza) è centrale nella DD e non è negoziabile, né dipende dal consenso della maggioranza. La maggioranza può decidere se vuole o meno la democrazia, ma, una volta che si pronuncia a favore di questa, si impegna ad accettare il suo principio fondamentale, ossia la sovranità dell'individuo e tutto ciò che ne consegue. La DD vede in ogni individuo un ASSOLUTO e ritiene che un numero maggiore di individui (la maggioranza) non sia più ASSOLUTO rispetto ad un minor numero di individui (la minoranza). In altri termini, per la DD il popolo non è superiore ai singoli cittadini di cui è formato, ma è solo la somma di essi. Questa ideologia accomuna l’individualismo e la DD.
Il principio di sovranità individuale si concretizza con il riconoscimento del diritto ad un Minimo Incondizionato per ciascun cittadino, a garanzia dell’esercizio effettivo dei suoi diritti.
Fatto salvo questo aspetto, senza del quale non può esserci democrazia, rimane la questione delle regole, che si rende necessaria per la vita ordinata di una comunità vasta e complessa, quale è un “popolo”. A tale scopo, si rende opportuno che, con procedura di tipo referendario e maggioritario, i cittadini deliberino le istituzioni, i valori e le norme che dovranno regolare la loro vita sociale. Sotto questo aspetto, la democrazia è anche un metodo di attribuzione dei meriti e distribuzione delle risorse, secondo regole condivise.
A conclusione di questa disamina, diciamo innanzitutto ciò che la democrazia non è e non deve essere: la democrazia non è, e non deve essere, tirannia della maggioranza.
La democrazia è e deve essere, concretamente, tre cose: fiducia nel cittadino e nella sua capacità di partecipare responsabilmente alla politica; riconoscimento dell’uguaglianza naturale dei cittadini, che si traduce nel diritto alla parità di opportunità; riconoscimento delle differenze individuali, che si traduce in una scala meritocratica sulla base di regole condivise. I primi due punti non sono negoziali, se non a condizione di rinunciare alla democrazia, il terzo punto può essere deciso a maggioranza. Chiariti questi concetti generali, possiamo tentare la seguente definizione di democrazia. La democrazia è insieme una forma di governo e una dottrina: in quanto forma di governo, essa prevede che le decisioni di pubblico interesse vengono prese dai cittadini, o direttamente, o per mezzo di rappresentanti con mandato imperativo; in quanto dottrina, essa ritiene che tutti gli esseri umani siano uguali per nascita e potenzialmente capaci di assumersi responsabilità personali, sociali e politiche, riconosce a tutti il diritto ad una vita dignitosa e a pari opportunità, chiama tutti alla partecipazione politica attiva, libera e responsabile, ha, come fine supremo, il pieno sviluppo di tutte le potenzialità di ogni individuo, stabilisce regole chiare per la valutazione dei meriti individuali e per la retribuzione degli stessi.

Didì