Mauro Aurigi (www.aurigi.net)
della lista civica “Libera Siena” (www.liberasiena.it) 25 Marzo 2007
Scrivo quanto segue perché persuaso fermamente che il “primato della politica”, sostenuto dai nostri ineffabili politici, sia un falso demagogico e retorico e che il primato spetti sempre alla cultura (purtroppo merce sempre più rara nel nostro paese).
Anche se sono, ovviamente, convinto di essere nel giusto, non sono così presuntuoso da pensare che le conclusioni a cui giungo non siano perfettibili. Per cui chiedo a tutti di intervenire liberamente e criticamente. Spero che alla fine si possa stendere insieme una piattaforma che raccolga il massimo del consenso possibile e possa diventare una sorta di manifesto per le liste civiche locali che il Meetup sembra avviato a promuovere, e magari anche per la rete che esse, se ne avranno voglia, potranno realizzare.
Considerazioni preliminari
Oramai la maggioranza del corpo sociale, quindi compresa anche una parte consistente di coloro che votano un partito, ha maturato il convincimento che la crisi del Paese (che non è solo economica e/o politica, ma anche e soprattutto morale e etica) ha la sua causa principale in “questi” partiti, per cui vive nella fiduciosa attesa che prima o poi nasca il partito “buono”, capace ossia di salvare la situazione. Purtroppo il partito come istituzione non è “la soluzione” del problema, ma è “il problema”: l’unico partito buono è il partito morto. Mi auguro che su ciò tutti noi, o almeno la maggioranza di noi, sia d’accordo (altrimenti mi domanderei perché stiamo in questo meetup). Comunque sulla questione non vorrei aprire una discussione ora: preferirei, se necessario, confrontarci dopo esserci chiariti tutti quanti sul tema delle liste civiche.
Bisogna preliminarmente fare una considerazione. Pur tralasciando l’ingente fascia di elettori che ormai - anomalia tutta italiana - non vota più “per”, ma vota “contro” (non per Berlusconi, ma contro D’Alema, non per Prodi, ma contro Berlusconi), c’è circa il 35% degli aventi diritto che si astiene dal voto e un 5% che lascia la scheda in bianco o l’annulla, mentre un altro 10-20% è rappresentato dagli indecisi, ossia dai nomadi o transumanti, quelli che ogni volta non sanno se votare e per chi votare e che poi alla fine decidono per quello che sembra loro non il partito migliore, ma il meno peggio (sono proprio questi che, col loro vagabondare, decidono chi deve vincere le elezioni, non gli elettori di sicura e sempiterna fedeltà a un partito, non i bigotti insomma). In totale è almeno il 50% dell’elettorato (percentuale probabilmente ancora in crescita) che ormai nutre una convinta avversione verso i partiti e i politicanti di mestiere.
Da questo 50% sono solo le liste civiche che possono attingere consenso senza alcun rischio di concorrenza, perché i partiti a quell’elettorato non possono più rivolgersi. Né d’altra parte le liste civiche possono cercare il consenso tra gli elettori dei partiti tradizionali, perché col crescere dell’astensionismo dal voto, lo zoccolo dell’elettorato dei partiti si restringe sì, ma diventa contemporaneamente sempre più duro e impenetrabile (gli irriducibili). Poco male perché quel 50% di mercato senza concorrenza rappresenta molto di più di quanto un partito tradizionale possa oggi permettersi. In conclusione: se le liste civiche riuscissero ad aprire una consistente breccia in quel 50%, gli assetti politici locali prima e dopo anche quelli nazionali potrebbero essere sconvolti e, soprattutto, i comitati di affari della politica sarebbero costretti a rinunciare ai loro lucrosi commerci fatti sulla pelle del popolo. Ma quella breccia ancora non è stata aperta.
Le difficoltà iniziali delle liste civiche
Le motivazioni della stentata affermazione delle liste civiche, solo recentemente e timidamente affacciatesi nel panorama politico nazionale, stanno nell’immagine che esse obiettivamente danno di sé. Vengono infatti, e giustamente, percepite come organizzativamente slegate tra di loro, mancanti di un’ideologia o di un’ideale unificante, insomma prive di una dimensione, come dire, “nazionale”. Per cui il grosso dell’elettorato le vede come manifestazioni politiche locali, protestatorie, spontaneiste, un po’ goliardiche o garibaldine e tutto sommato “qualunquiste” e per giunta effimere: fiammate che si accendono localmente nel periodo elettorale per poi spengersi da sole o per essere presto riassorbite dalle altre formazioni politiche tradizionali.
Questo è il problema, assolutamente vitale per le liste civiche, che dobbiamo affrontare prima di ogni altro, prima di discutere di problemi di carattere organizzativo, di come farle nascere e crescere, di come e se è opportuno che si organizzino in una rete. Prima di tutto, insomma, il primato della cultura: dobbiamo conquistare alle liste civiche quella dignità culturale, prima che politica, che viene loro negata. Dobbiamo rivestirle dei contenuti ideali e etici che inconsapevolmente esse già hanno latenti e di cui, comunque, nessuno sino ad oggi ha parlato. Bisogna far capire che esse non nascono solo come reazione rancorosa è un po’ isterica alla degenerazione dei partiti tradizionali, tutti ormai le mille miglia lontani dal perseguimento del “bene comune” e trasformati in comitati di affari nell’interesse di pochi. Bisogna che emerga chiaro che esse sono anche e soprattutto portatrici di un ideale grande, quello della democrazia diretta o, meglio, della democrazia sic et simpliciter, perché la democrazia o è partecipazione o non è (*). E bisogna anche che una volta per tutte si dica che la democrazia non è un valore da perseguire per motivi estetici (democratico è bello) o etici (la dignità dell’uomo, la giustizia, l’uguaglianza) o che comunque non è solo questo: la democrazia è anche e soprattutto ben altro.
Gli effetti della democrazia
Se diamo un’occhiata anche superficiale alla mappa geopolitica del pianeta ci rendiamo facilmente conto di una cosa: il livello di sviluppo e civiltà di un paese è sempre direttamente proporzionale al potere del popolo rispetto ai potentati locali (politici, economici, militari, religiosi o mafiosi che siano): quanto più quel potere è forte, ossia quanto più la volontà sale dal basso (quanto più la democrazia è diretta o partecipata), tanto maggiore è lo sviluppo economico, sociale e culturale (la civiltà, insomma) di un paese, viceversa invece se quel potere è debole, ossia se è forte quello dei politici e la volontà quindi scende dall’alto (democrazia rappresentativa o, peggio, dispotismo). Questa è la regola, ed è una regola senza eccezioni, né sul piano storico, né su quello dell’attualità. E’ solo questo e nient’altro che distingue l’Occidente dal resto del mondo, e all’interno dello stesso Occidente i paesi protestanti da quelli cattolici e ortodossi (e, all’interno del nostro Paese, il Settentrione dal Meridione). Non esiste altra giustificazione che questa per spiegare l’abisso che separa il Nord dal Sud America, soprattutto tenuto conto che il secondo è dotato di risorse naturali più del primo.
Insomma, quanto più la struttura politica di una comunità è orizzontale (ossia a democrazia diretta), tanto più essa è emancipata e civile. Il contrario se la sua struttura politica è verticale. Se si vuole esemplificare basti pensare alla Svizzera, il cui territorio è il più povero d’Europa, ma vi vive il popolo più libero della terra (chi conosce il nome di un solo politicante svizzero?) e quindi anche il più ricco e civile. Di contro l’Uganda, forse il territorio più ricco del mondo (oro, diamanti, uranio, petrolio e fertilità agronomica), è abitata da uno dei popoli politicamente meno liberi e quindi più poveri del pianeta. Analoghe valutazioni valgono anche sul piano storico se si pensa che l’umanità, in termini di cultura e civiltà, ha fatto i balzi più prestigiosi di tutta la sua storia nella Grecia delle poleis e nell’Italia comunale, nonostante il ristrettissimo ambito territoriale e temporale in cui i due fenomeni apparvero (immagino sia superfluo illustrare come anche in questi due casi la sovranità popolare raggiunse livelli all’epoca neanche pensabili nel resto del mondo).
Se ciò è vero, è allora facile capire che la crisi crescente in cui si dibatte il nostro Paese (che, ripeto, non è solo economica e/o politica, ma anche e soprattutto morale e etica) è solo proporzionale al crescente accentramento del potere in alto, nella classe politica: sono trenta anni che assistiamo non solo alla progressiva usurpazione del potere decisionale al popolo, ma anche allo svuotamento di ogni prerogativa delle assemblee elettive - tutte, da quelle comunali per arrivare a quella europea - mentre cresce l’autoritarismo degli esecutivi: sindaci, presidenti provinciali, governatori, capi del governo ecc. (per non parlare dei potentati finanziari e di quelli mafiosi). Insomma è in corso un processo di verticalizzazione, ossia di s-democratizzazione della struttura politica, economica e sociale del Paese: da qui la sua crescente crisi. Ottusamente la destra e la sinistra se ne rinfacciano reciprocamente la responsabilità, mentre invece, in uguale misura, ne sono ambedue la causa diretta.
Bisogna a questo proposito anche dirci chiaramente che mentre la sinistra ha come compito storico e ideologico quello dell’emancipazione del popolo fino a renderlo classe dirigente (il “populus sibi princeps” , il popolo principe di se stesso, ossia il popolo sovrano: la democrazia diretta), la destra invece è storicamente quella che ritiene che solo affidandosi alla guida più o meno illuminata, più o meno generosa, ma forte e determinata di un capo, la comunità possa sopravvivere e prosperare. Ergo in Italia non c’è una sinistra, ma solo due destre, una delle quali camuffata da sinistra.
Perché le liste civiche
La partitocrazia italiana, frutto degenere e ineluttabile della democrazia rappresentativa, e la crisi generale da essa generata ha un solo nemico: la democrazia diretta o partecipata. E’ da ingenui sperare che i partiti (e soprattutto chi li controlla) siano modificabili dall’interno o possano modificarsi autonomamente. Dopo tanto esercizio del potere assoluto non c’è alcuna possibilità che possano all’improvviso scoprirsi così autolesionisti da promuovere o anche solo tollerare che in Italia si passi a un sistema di democrazia diretta ancorché all’acqua di rose. Sarebbe per loro letteralmente un suicidio.
Il difficile compito di salvare il Paese (secondo gli analisti americani nel nostro futuro c’è una situazione di tipo argentino, ma assai più probabilmente stiamo navigando a vele spiegate verso il Nord Africa) è dunque tutto sulle spalle delle liste civiche, almeno fino a quando non nascerà qualcosa di nuovo e più efficiente di esse. Ecco perché esse sono indispensabili e fino a questo momento insostituibili. Come esitare a definirle l’ultima spiaggia del nostro Paese?
Per concludere: in mancanza (grazie al cielo!) di ideologi di parte, possiamo sempre rifarci a queste tre celebrate citazioni: “Non abbiamo bisogno di buoni politici, ma di buoni cittadini” (J. J. Rousseau); “Non domandatevi cosa possa fare il governo per voi, ma domandatevi cosa voi potete fare per la nazione” (J. F. Kennedy); “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (B. Brecht).
Da parte nostra possiamo inalberare il motto: I POLITICI NEI PARTITI, I CITTADINI NELLE ISTITUZIONI”.
------------------
(*) Questo è un fenomeno non solo italiano, ma come minimo europeo (anche negli USA si sta sviluppando un movimento, il comunitarismo, ossia il potere alle comunità locali, assai vicino al fenomeno italiano delle liste civiche).
Di seguito alcune dichiarazioni stralciate da un intervento del francese Alain de Benoist apparso sulla rivista “Lettera internazionale 86” del quarto trimestre 2005.
L’ideale di autonomia spinge all’associazione, non alla divisione. L’associazione è infatti uno dei modelli attuali che meglio testimoniano della possibilità di ripresa politica del sociale. Uno dei grandi errori dell’epoca moderna è stato certamente quello di relegare tutto il sociale alla sfera privata e di delegare allo Stato il monopolio del pubblico……
Le élite dirigenti raccolte in seno al sistema politico mediatico … formano ormai una coalizione così omogenea che la differenza classica tra partiti di governo e partiti d’opposizione, tra destra e sinistra, ha perduto ogni significato……
Le differenze tra i grandi partiti sono differenze ormai solo cosmetiche: lungi dal confrontarsi sulla sostanza, questi partiti si capiscono benissimo tra loro……
I populismi presentano una molteplicità di difetti … la loro retorica rischia di cadere nella demagogia, ciò non toglie che essi presentano in generale una forte componente identitaria la cui affermazione mira, in maniera significativa, a rimediare alla crisi della rappresentanza……
La società politica in cui prevale l’identità è dunque la democrazia diretta o partecipativa, mentre la società politica in cui prevale la rappresentanza è la monarchia assoluta.
(Alain de Benoist)
Non c’è democrazia che non sia diretta … L’elemento rappresentativo costituisce l’elemento non democratico di questa “democrazia”.
(Carl Schmitt)
Il potere deve procedere dall’insieme delle associazioni di base che a loro volta si associano. La loro visione della democrazia è di primo acchito federalista. Occorre far emergere un “associazionismo” politico giacché la democrazia rappresentativa, quale è stata pensata e praticata per decenni, non è più adeguata. Occorre perfezionare l’idea di una molteplicità delle rappresentanze nella quale ciascun cittadino possa essere a un tempo rappresentante e rappresentato. Si ritorna ai principi della democrazia secondo Aristotele: ciascuno deve essere, a turno, rappresentante e rappresentato.
(Roger Sue)
La democrazia rappresentativa poteva più o meno funzionare quando i cittadini condividevano grandi ideologie e/o grandi interessi socio economici e potevano, dunque farsi rappresentare collettivamente delegando il potere a un mandatario eletto. In una società così complessa come la nostra questo sistema di delega funziona sempre meno.
(François Asher)
L’avvento della democrazia rappresentativa è concepibile solo a partire dal momento in cui la problematica del consenso al potere … prevale sulla problematica della partecipazione effettiva al potere.
(Myriam Revault d’Allonnes)
Il luogo naturale della democrazia partecipativa è l’azione associativa e locale. Questa azione locale deve cercare (a livello di quartiere, di comune, di regione) di determinare le condizioni di un nuovo equilibrio tra la deliberazione e la decisione, tenendo conto che il voto è solo uno strumento, tra gli altri, della democrazia, solo uno dei modi d’espressione delle preferenze e delle volontà.
(Pierre Rosanvallon)
Gli uomini sono divisi per loro natura in due fazioni: coloro che temono il popolo, perché non ne hanno alcuna fiducia e desiderano togliergli tutto il potere per porlo nelle mani delle classi alte, e coloro che si identificano con il popolo, si fidano di esso, lo apprezzano e lo considerano come il depositario più vero ed onesto dell'interesse pubblico.
(Thomas Jefferson)

