Giuseppe Fava - La DD la sola soluzione alla MAFIA

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Immanuel
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Iscritto: 18/09/2006
Giuseppe Fava - La DD la sola soluzione alla MAFIA

Intervista a Giuseppe Fava coraggioso gionalista siciliano ucciso perchè denunciò apertamente i rapporti tra politica-mafia-Banche. Parole che oggi a distanza di 30 anni sono diventate sinonimi.

In particolare ascoltate le sue ultime parole, quando dice che l'unico modo di risolvere il problema della mafia è pensare una nuova forma di democrazia, dove il politico sia un professionista che non possa essere più tentato dal potere o impaurito dalle minacce. In pratica, diremmo noi, la Democrazia Diretta è la sola soluzione al problema MAFIA.

http://video.libero.it/app/play?id=55881bc71cba5053cbe2369cab86086e

DEMOCRAZIA DIRETTA: VOTARE LE LEGGI, NON LE FACCE

lucazampetti
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Iscritto: 28/09/2006
PER UNA REPUBBLICA MERIDIONALE LIBERA

PER UNA REPUBBLICA MERIDIONALE LIBERA

Da dove dovrebbe cominciare una rivoluzione che abbia un senso in Italia?

Domanda sciocca si dira´: dalle elite, dalle regioni piu´ avanzate, dalle persone che ne sentono di piu´ la necessita´ …

Qual´e´ il male vero, il male profondo di questo paese, in cui c´e´ tutto ed il contrario di tutto? Il male piu´ grande di questo paese e´ che viene “amministrato” da forze criminali sotto l´apparenza di uno stato occidentale “normale”, mentre in realta´ e´ una repubblica delle banane sudamericana, forse anche di meno. Criminale e´ stata ed e´ ancora la partitokrazzia italiana, criminali sono gli interessi di classe che l´hanno sostenuta e la sostengono, criminale e´ l´abuso delle posizioni di potere sia dei funzionari della partitokrazzia sia delle oligarchie economiche e sociali che se ne servono. E´ un teorema indimostrabile su una congiura occulta?

Se non bastano i processi Andreotti a dimostrare che non si tratta di un teorema astratto, evidentemente non resta altro che prendere atto che ci sono interessi che si RIFIUTANO di riconoscere l´evidenza dei fatti. Sono cose che succedono. L´unico modo per far valere la ragione in certi casi non sono gli strumenti legali, i brandelli di stato di diritto italiano, ma l´espressione di un movimento di opinione e di azione contro contro-rivoluzionario, in Italia ed all´estero. Non e´ un errore di scrittura. Sto cercando di spiegare che una qualsiasi rivoluzione che abbia un senso in Italia deve partire dal “dato di fatto” (spacciato per de jure), che questo e´ uno stato alla rovescio, uno stato all´incontrario rispetto al mandato che il Cittadino italiano nel 1947 ha affidato all´Assemblea Costituente, mandato che non solo e´ stato perfettamente ignorato dalla classe politica di allora come da quella di oggi, di qualsiasi colore e parte si tratti, ma e´ stato abusivamente modificato in cambiale in bianco a forze extra-costituzionali quali i partiti politici, i sindacati e le burocrazie, sia centrali sia “decentrali”.

Qualsiasi rivoluzione che abbia un senso quindi deve partire dal Meridione d´Italia. Il Meridione d´Italia e´ il miglior “candidato” per la contro contro-rivoluzione contro questo stato predatorio e parassitario. Ma per fare che cosa? Non certo per fondare nuovi partiti. Abbiamo visto quante inutili speranze siano state riposte in “fenomeni da baraccone” come La Rete o IDV. L´obiettivo deve essere un cambiamento radicale di regime politico-istituzionale, che renda praticamente non piu´ “convenienti” sia in termini economici sia in termini di potere sociale i comportamenti criminali sia in ambito politico sia in ambito economico. Nel sud c´e´ chi sente l´odore del sangue che viene dalle cantine della partitokrazzia e si sta preparando a dare il testimone a qualche altro “sistema”. Se questo sistema sara´ il presidenzialismo, non ci sara´ piu´ speranza che in Italia mai si venga a capo del controllo dei poteri criminali, al Sud come al Nord, come all´estero e dall´estero. Solo una contro contro-rivoluzione che imponga un regime di democrazia semi-diretta puo´ salvare veramente l´Italia – e la sua affermazione deve cominciare dal Sud.

E´un tipico problema di controllo. Una (sembianza) di democrazia rappresentativa sotto l´influenza di poche decine di persone al vertice di “partiti” e´ infinitamente piu´ facile da manipolare che non un sistema basato su di una democrazia semi-diretta, in cui i poteri, specialmente quelli finanziari, sono allocati “in basso”, sui municipi e sulle regioni (cantoni), come quello Svizzero. Ovviamente un tale sistema puo´ essere gestito solo se si impongono a livello costituzionale principi di “glasnost e perestroika” tali da rendere veramente trasparenti le azioni delle amministrazioni pubbliche. Ho spiegato il funzionamento di un tale sistema nel mio post “Che cos´e´ la democrazia fiscale?” e non credo che sia il caso di ripeterlo qui, visto che qualcuno si e´ lamentato della lunghezza.

Riduzione del numero di decisori, del numero delle amministrazioni, aumento dei poteri di controllo diffusi del Cittadino e del sistema giudiziario, istituzione di nuovi tribunal, di corti costituzionali regionali e di tribunal finanziari sul modello del Finanzgericht tedesco, istituzioni di mercato funzionanti con un sistema di garanzie sociali che proteggano effettivamente individui e famiglie. Tutto qui. Molto semplice, no?

Non finanziabile in Sud Italia, perche´ non c´e´ la base fiscale? Certo, questa e´ l´ultima scusa delle classi che si servono della partitokrazzia per i cavoli loro, ma a farne le spese non e´ solo il Nord, sono tutti gli Italiani, gli Italiani d´Italia e gli Italiani all´estero.

La Repubblica Meridionale Libera non e´ un´utopia, e´ un´anti-utopia, contro le utopie neo-parlamentaristiche fini a se´ stesse, contro le utopie autonomistiche finalizzate alla conservazione di regimi di governo criminali, contro le utopie neo-monarchiche che vorrebbero reinserirsi nelle discussion sul futuro dell´Italia.

La Repubblica Meridionale Libera e´ una Repubblica per i Ragazzi di Locri e per tutti i Cittadini Italiani del Sud come loro: www.ammazzatecitutti.org

Pace & bene a tutti

“I Love you All”: The Ultimate Boris Becker

Luca Zampetti

Citazione da: Il federalismo per una nuova democrazia in Europa (Bruno Frey, Reiner Eichenberger: The New Democratic Federalism for Europe, Edward Elgar, Cheltenham 1999 - ISBN 1 84064 004 9, traduzione© di Luca Zampetti, cap. 9)

“9. Il sistema FOCJ e i paesi in via di sviluppo

Il sistema di governo FOCJ non è adatto solo per i paesi altamente sviluppati. Esso può essere applicato con successo anche ai paesi in via di sviluppo che hanno gradi problemi con istituzioni politiche inadeguate.

9.1 Troppo e troppo poco governo

In molti paesi in via di sviluppo la crescita è bloccata da troppi interventi dello stato nell’economia. La stato tende ad interferire in quasi tutte le attività e tenta di regolamentarle fin negli ultimi dettagli. Spesso il settore pubblico nei paesi in via di sviluppo è piuttosto grande, ovvero impiega una buona parte della forza lavoro non agricola. Le amministrazioni tendono ad essere ancora più burocratiche che in occidente. Inoltre ci sono fenomeni rampanti di rent-seeking (per esempio gli impiegati pubblici hanno stipendi più alti che non in quello privato) e gli sprechi sono pervasivi. Molti impiegati pubblici in verità non lavorano nel senso che non sono affatto produttivi, ci sono anche fenomeni di assenteismo particolarmente vistosi. Questa combinazione di interventismo e di burocrazia frena gli investimenti e l’innovazione nel settore privato.

Nei paesi in via di sviluppo ne risulta un eccesso di governo. Allo stesso tempo molti governi non sono in grado di svolgere correttamente le funzioni necessarie per uno sviluppo sostenuto. I diritti di proprietà non vengono protetti in modo adeguato, quando invece questi sono indispensabili per le attività economiche private. Gli investitori si trovano in un ambiente estremamente incerto e conseguentemente sono restii a intraprendere iniziative a lungo termine. Invece che concentrarsi sulla produzione, gli investitori impiegano tempo e denaro a trovare sostituti per la protezione di diritti di proprietà.

I governi nei paesi in via di sviluppo sono inadeguati anche in un altro senso. Essi sono ben lungi dal soddisfare i bisogni dei cittadini; molti di essi sono o paternalistici o dittatoriali. Anche i cambiamenti di governo non si orientano ai bisogni dei cittadini. Spesso élite e gruppi militari vengono sostituiti da altri della stessa specie. Le preferenze degli abitanti delle capitali il più delle volte vengono prese in considerazione solo per evitare rivolte, ma la popolazione rurale viene ignorata completamente. Alcuni paesi del terzo mondo formalmente sono federali, ma i governi centrali si distanziano dalle richieste locali frammentate e dai problemi locali, e conseguentemente tendono ad ignorarli. Spesso le interferenze dei governi centrali distruggono sistemi di produzione e di distribuzione rurali tradizionali, ma funzionanti, specialmente quando si tratta di organizzazioni sociali che si autogovernano.

I paesi in via di sviluppo si trovano quindi di fronte alla situazione paradossale che simultaneamente conoscono l’eccesso di governo (sotto forma di un interventismo che distrugge il progresso economico) e la mancanza di governo (sotto forma della mancanza di governi che si occupino di problemi locali estremamente frammentati). Il modello di federalismo da noi proposto può superare questo paradosso, in quanto è basato sull’esistenza di un gran numero di governi in concorrenza tra loro basati sulla democrazia diretta per controllare le attività del governo e per evitare che questo si sviluppi nel senso di una burocrazia interventista oppressiva. Certamente l’idea di FOCJ è notevolmente diversa dai piani di sviluppo ufficiali. È anche da notare che la letteratura sullo sviluppo praticamente non si occupa affatto della struttura del governo. I fallimenti politici vengono elencati dettagliatamente, ma non si fanno proposte concrete per superare questi problemi. Sperare che le situazioni migliorino da sè con l’arrivo di uomini politici ‘migliori’ è ottimismo infondato. Come ha dimostrato la moderna economia politica, i politici in quanto tali non sono nè buoni nè cattivi, sono le istituzioni politiche li possono rendere produttivi o improduttivi e che consentono loro di comportarsi in certi modi invece che in altri. I governi possono migliorare solo se si migliorano le istituzioni su cui sono fondati. Questo è l’obiettivo del presente libro: in un sistema FOCJ le funzioni sono definite dai bisogni che lo stato deve soddisfare per consentire lo sviluppo economico. Le nostre giurisdizioni sono basate sulla ‘geografia dei problemi’, cioè da cittadini che cercano di risolvere i problemi con cui vengono confrontati. A differenza di sistemi federali esistenti, questo tipo di federalismo non viene imposto dall’alto (talora da poteri ex coloniali), ma si forma dal basso.

Il potere fiscale locale è una componente essenziale del sistema di governo FOCJ e si può dimostrare decisivo anche per i paesi in via di sviluppo. Ogni volta che un governo centrale alloca dei fondi a governi locali (come è il caso nei paesi in via di sviluppo ‘federali’), i livelli inferiori di governo dipendono in tutto e per tutto da quelli superiori e i vantaggi del decentramento si disperdono. In queste condizioni il decentramento non è necessariamente utile. In un sistema in cui le finanze vengono imposte dall’alto, i livelli di governo inferiori diventano fiscalmente irresponsabili. Le autorità locali tendono a prendere in prestito troppe risorse nell’assunto che i debiti verranno pagati dai governi a livello superiore. In Brasile per esempio la regione di São Paolo ha accumulato 40 miliardi di dollari di debiti, più del 7% del PIL nazionale (cfr. Tanzi 1995). Le FOCJ hanno il potere di elevare le proprie imposte, i cittadini devono sostenere direttamente i costi di scelte politiche sbagliate e quindi i governi hanno incentivi più forti a osservare i vincoli di bilancio e a comportarsi in modo fiscalmente responsabile.

9.2 I benefici del sistema FOCJ per i paesi in via di sviluppo

Il sistema di governo FOCJ rispetto alle forme di governo attualmente esistenti nei paesi in via di sviluppo ha i seguenti vantaggi:

(a) Il sistema di governo FOCJ distrugge i tentativi dei governi di monopolizzare i processi politici che rischiano di bloccare lo sviluppo economico e di opprimere i cittadini. Il sistema FOCJ sposta il baricentro del potere politico alle iniziative che provengono dal basso. Sistemi di governo efficienti diventano possibili in quanto essi sono dotati di autorità piena su funzioni particolari e in quanto possono imporre le proprie imposte per finanziare le loro spese.

(b) Il sistema FOCJ consente la combinazione di diverse forme di regole politiche. Non solo fondono la democrazia con il federalismo, ovvero l’uscita con la voce, ma anche stili di governo moderni e tradizionali come le assemblee degli anziani del villaggio. Metodi decisionali che hanno provato storicamente la loro validità storica non vengono semplicemente scaricati ma vengono riutilizzati e vengono rinforzati nelle aree in cui dimostrano di essere più efficaci.

(c) Il sistema FOCJ risolve il ‘dilemma organizzativo fondamentale’ che esiste nel rapporto tra un sistema politico aperto e lo sviluppo decentrato a livello locale: ‘… una delle condizioni necessarie (ma ancora lungi dall’essere sufficienti) per lo sviluppo dello stato è il livello di schermatura che i decisori più propensi allo sviluppo devono avere contro la mentalità rapace di breve periodo della politica di spartizione del pork barrel e la loro capacità di utilizzare la disciplina dei mercati contro le follie predatorie di gruppo’ (Bardhan 1993: 46). Una schermatura di questo tipo nel sistema FOCJ viene realizzata attraverso giurisdizioni che hanno la funzione esclusiva di aumentare la crescita economica e che tuttavia restano a loro volta disciplinate dalla concorrenza politica ed economica.

(d) Il sistema FOCJ risolve un altro ‘dilemma organizzativo fondamentale’ (cfr. Montignola et al. 1995: 54-55). Lo stato deve essere sufficientemente forte per potersi servire dei suoi poteri di coazione per rendere effettive le regole giuridiche e specialmente i diritti di proprietà, che sono requisiti fondamentali per lo sviluppo economico. Contemporaneamente le istituzioni politiche devono essere ‘deboli’ nel senso che non devono poter sfruttare i cittadini, ad esempio espropriandoli senza compensazione o tassandoli eccessivamente. Un sistema di governo come il sistema FOCJ è in grado di imporre limiti credibili a tali tipi di sfruttamento in quanto ogni FOCUS è autofinanziato e rischia di andare in bancarotta. In questo modo ai governi vengono imposti vincoli di bilancio rigidi. In un sistema FOCJ i cittadini e le imprese non si trovano di fronte a un monopolio, ovvero a uno stato oppressivo e hanno la possibilità di crearsi alternative politiche.

(e) L’enfasi sta sulla produzione pubblica a livello locale e sull’organizzazione efficiente policentrica. Si tratta di un aspetto molto trascurato dalla letteratura scientifica.

(f) Il decentramento fiscale indotto dal sistema FOCJ riduce la volatilità macroeconomica (ad esempio nelle variabili fondamentali del deficit di bilancio e della crescita del reddito).

(g) Il sistema di governo FOCJ supera la contrapposizione poco sensata tra stato e mercato tipica di molti trattati sullo sviluppo economico dei paesi del terzo mondo (cfr. Ostrom 1990; Klitgaard 1991). Il sistema FOCJ si distacca nettamente da concezioni tradizionali dello sviluppo economico, che di solito ha enfatizzato l’importanza di uno stato centrale forte e di una burocrazia ben organizzata per orientare e sostenere lo sviluppo economico. Ancora di più si distanziano dall’enfasi recente sulla proprietà privata e sui mercati liberi come fattori centrali per lo sviluppo economico. In entrambi i casi viene trascurato il ruolo centrale dei governi locali nel processo di sviluppo economico.

9.3 I contro-argomenti

C’è chi pensa che ritenere che il sistema di governo FOCJ tanto vantaggioso per i paesi in via di sviluppo sia un eccesso di ottimismo e di ingenuità, viste le condizioni predominanti in quei paesi. In questo paragrafo confutiamo alcune obiezioni che vengono spesso sollevate contro il sistema FOCJ:

Il sistema di governo FOCJ non si adatta a paesi che non possiedono nè tradizioni democratiche nè federalistiche. Questa obiezione non è corretta dal punto di vista storico. I sistemi politici pre-coloniali nei paesi del terzo mondo erano caratterizzati da vari tipi di autogoverno benchè, ovviamente, non potessero essere considerati delle democrazie in senso occidentale. Ancora oggi si possono osservare le tracce di questi sistemi di governo, che sono stati distrutti dall’autoritarismo dei goveni coloniali. I sistemi politici postcoloniali hanno cercato di centralizzare il potere politico il più possibile e conseguentemente hanno distrutto i sistemi di governo locali.

Il sistema di governo FOCJ non è adatto per paesi in via di sviluppo. La posizione ‘culturalista’ sostiene che i paesi in via di sviluppo sono sostanzialmente diversi dai paesi sviluppati occidentali, e quindi hanno bisogno di sistemi di governo diversi, presumibilmente più autoritari. Chi sostiene questa affermazione ritiene che i cittadini del terzo mondo non hanno la disciplina necessaria per prendere l’iniziativa necessaria per far crescere un sistema di governo di tipo FOCJ. L’approccio dell’economia allo stesso problema suggerisce invece che la direzione causale vada in direzione esattamente opposta. La mancanza di disciplina e di iniziativa sono piuttosto le conseguenze (e non la causa) di strutture istituzionali sfavorevoli. Ci sono tre tipi di osservazioni empiriche che sostengono la tesi degli economisti:

(i) Quando i cittadini dei paesi in via di sviluppo riescono a liberarsi dei vincoli imposti su di essi dalle burocrazie governative, essi diventano attivi e intraprendenti. Ad esempio De Soto (1989) ha mostrato che in Peru cittadini che sono passivi dentro il settore economico ufficiale pesamentemente regolamentato e ad essi sfavorevole, nel settore informale (ovvero sommerso) diventano attivi e intraprendenti. Si tratta di un fenomeno osservabile non solo in Peru, ma anche in molte altre regioni come in Asia, per esempio, dove è documentata anche nella letteratura scientifica. L’economia sommersa è estremamente diversificata, ma ovviamente ha dei limiti. Vengono evase imposte e violate regolamentazioni, ma le persone che la mandano avanti diventano indipendenti. L’emancipazione dei cittadini dal governo centrale costituisce un pericolo per le classi politiche in quanto dimostra che esse sono superflue, almeno per lo svolgimento di certe funzioni sociali ed economiche. Quindi molti governi di paesi in via di sviluppo intraprendono sforzi notevoli per sottomettere l’economia sommersa (ma spesso, per fortuna, senza successo). Per contro il sistema FOCJ costituisce un modo per reintegrare le economie sommerse nel settore ufficiale senza distruggerne la vitalità.

(ii) L’evidenza empirica dimostra che nella misura in cui l’autogoverno può essere mantenuto integro, esso funziona piuttosto bene ed è in grado di risolvere complessi problemi di gestione collettiva di risorse comuni (cfr. Wade, Ostrom 1990; Ostrom et al. 1993).

(iii) Le esperienze dei paesi del terzo mondo con forme estreme di democrazia, come i referendum popolari, sono positive, ammesso che essi siano potuti essere applicati a problemi rilevanti e non siano stati semplicemente dei plebisciti in sostegno di governi autoritari e dittatoriali (cfr. Rourke et al. 1992). Se i cittadini dei paesi in via di sviluppo vengono presi seriamente, essi sono in grado di partecipare attivamente alla politica (cfr. Chazon 1994 per quanto riguarda l’Africa; Oberreuter e Weiland 1994 per il Messico).

Il sistema FOCJ acuisce le disparità. Molte persone sono convinte che i governi centralistici favoriscano l’eguaglianza mente i sistemi federali rendono più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. I governi centralistici al più si impegnano formalmente a garantire una fornitura ‘uguale’ di servizi pubblici ma in fatto continuano ad esistere disparità notevoli nella fornitura di beni pubblici (cfr. Ostrom et al. 1993: 211, che parla del mito dell’uguaglianza). Di solito viene favorita la popolazione della capitale, con forniture di alimentari sovvenzionate, mentre le popolazioni rurali più povere vengono assoggettate alle imposte (cfr. Bates 1988). Un sistema di governo di tipo FOCJ tende a bilanciare gli squilibri territoriali in quanto esso è basato sul decentramento decisionale e conseguentemente garantisce l’accesso a sviluppo regionale e locale alle risorse umane e naturali necessarie per lo sviluppo.

LETTURE DI APPROFONDIMENTO

Per l’interdipendenza tra economia e stato nel processo di sviluppo si veda:

Diamond, Larry (ed.): Political Culture and Democracy in Developing Countries, Lynne Rienner, Boulder 1994

World Bank: The State in a Changing World - World Development Report 1997, Oxford University Press, New York 1997

Per l’interazione tra democratizzazione e crescita economica:

Barro, Robert: Determinants of Economic Growth - A Cross Country Empirical Study, MIT Press, Cambridge 1997

Per il ruolo del federalismo nello sviluppo economico:

Bird, Richard; Villaincourt, F. (eds.): Fiscal Decentralization in Developing Countries, Cambridge University Press, New York 1999

Sui programmi economici:

Frey, Bruno; Eichenberger, Reiner: The Political Economy of Stabilization Programmes in Developing Countries, European Journal of Political Economy 10, 1994: 169-190

Krueger, Anne: The Political Economy of Agricultural Pricing Policy - Vol 5: A Synthesis of the Political Economy in Developing Countries, John Hopkins Press, Baltimore 1992

Per la contrapposizione tra stato e mercato si ved:

Klitgaard, Robert: Adjusting to Reality - Beyond ‘State vs. Market’ in Economic Development, KS Press, San Francisco 1991

Per un’analisi teorica ed empirica dettagliata dell’autogoverno si veda:

Ostrom, Elinor: Governing the Commons - The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge 1990

Ostrom, Elinor; Schroder, Larry; Wynne, Susan: Institutional Incentives and Sustainable Development, Westview Press, Boulder 1993

Per l’iniziativa privata nei paesi in via di sviluppo al di fuori del settore ufficiale si veda:

De Soto, Hernando: The Other Path - The Invisible Revolution in the Third World, Harper & Row, New York 1989

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