Il principio di sovranità

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pietromuni
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Il principio di sovranità

Il principio di sovranità
Nei due capitoli precedenti abbiamo sostenuto il principio di sovranità degli individui e dei popoli, ma non ne abbiamo spiegato le ragioni. È giunto il momento di chiarire che cosa intendiamo per sovranità.
Cominciamo col dire che sovranità è sinonimo di libertà: è sovrano colui che ritiene di dover essere libero di agire e di non dover riconoscere alcuna autorità superiore. Nello stato di natura la sovranità serve all’individuo per procurarsi ciò di cui ha bisogno, ma, quando più individui si contendono la stessa risorsa, la loro sovranità viene messa in discussione e s’infrange contro la superiore legge del più forte. Quando due individui si contendono un bene e nessuno dei due, in virtù del principio di sovranità, è disposto a cedere all’altro, entra in gioco la legge del più forte, che chiude la questione. In un certo senso, il principio della forza spiega quello di sovranità. Se non ci fosse la sovranità non si sarebbe bisogno della forza, ed è proprio questo che si realizza nello Stato: si privano gli individui della loro naturale sovranità e si ottiene la pace. Questo è il senso dei governi autocratici. Con l’affermazione della democrazia, la sovranità viene restituita ai legittimi proprietari e diviene un diritto, ma con una differenza: la DR solo pro forma, la DD in modo effettivo.

Il principio di sovranità DD
I più convinti assertori della DD si appellano alla sovranità popolare effettiva e diretta. Uno di questi è Pont: “Il principio che sta alla base della democrazia diretta e che la differenzia dalla democrazia rappresentativa è l’esercizio diretto della sovranità da parte del popolo, e dunque l’eliminazione della delega di potere sovrano, e l’impiego di strumenti limitati di delega esclusivamente sul piano dell’esecuzione tecnica dei voleri e delle decisioni assunte dal popolo” (2005: 147). Schiavone lo segue a ruota: “La sovranità deve conservarsi integra nel suo carattere perpetuo di imprescrittibilità, inalienabilità, indelegabilità, così da esprimere autenticamente il potere di regolare l’intera convivenza civile, così inoltre da organizzare coerentemente la struttura legislativa, amministrativa e giudiziaria dello Stato, garantendo la dignità e il diritto, quindi anche il benessere, di ciascuno e di tutti” (SCHIAVONE 2001: 292). Secondo Schiavone, in un paese veramente democratico è necessario riconoscere realmente al popolo la sua sovranità. “La democrazia, per essere pienamente matura, deve ruotare intorno all’intero demos, che si autogoverna secondo il suo diritto primigenio... Il popolo deve avere i mezzi istituzionali e procedurali per rendere effettiva la sua partecipazione, il suo ruolo sovrano; egli solo detiene il potere che fonda, vivifica e salva permanentemente la democrazia” (1997: 203).
Il popolo sovrano! Mai un’espressione è stata così abusata, ma si tratta di un’espressione equivoca, tanto da risultare quasi vuota. “«Popolo» –scrive Norberto Bobbio– è un concetto ambiguo... Le decisioni collettive non le prende il popolo, ma gli individui, tanti o pochi, che lo compongono” (1992: 116). È meglio dunque precisare: il popolo è sovrano solo nella misura in cui lo si intende formato da tutti i cittadini sovrani, uno per uno e nessuno escluso. Oggi questa tesi è autorevolmente sostenuta da più di uno studioso. Secondo Schiavone, per esempio, “la sovranità popolare è di tutti i cittadini, di diritto e di fatto” (1997: 204). “La democrazia –scrive Touraine– è l’affermazione assoluta non della sovranità popolare, indistinguibile dal potere assoluto dello Stato, ma del diritto di ciascuno all’individuazione, e dunque alla soggettivazione” (1998: 265). Prima di costoro, era stato Norberto Bobbio ad affermare che, in democrazia “la sovranità non è del popolo ma dei singoli individui, in quanto cittadini” (1999: 331) e, prima ancora di Bobbio, lo aveva notato H. Kelsen: “Ma che cos’è questo popolo? Una pluralità di individui, senza dubbio” (1995: 58).
La DD è l’unica forma di governo disposta a riconoscere la sovranità di ciascun individuo, in accordo col principio che “se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, non avrebbero più diritto di far tacere quell’unico individuo di quanto ne avrebbe lui di far tacere, avendone il potere, l’umanità” (MILL 1997b: 20). In democrazia, è l’esercizio della sovranità che fa dell’individuo un cittadino e un cittadino non può rinunciare alla sua sovranità senza perdere il suo status di soggetto politico. Infatti, come dice Rousseau, “la sovranità non può essere rappresentata, per la ragione stessa che non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa, ovvero è un’altra; non c’è via di mezzo” (Contratto sociale III, 15). Rispetto al filosofo ginevrino, la DD sostituisce l’astratta e ambigua “volontà generale” con la più concreta “volontà individuale”, così che ciascuno di noi diventa titolare di un cinquantamilionesimo di potere ed ha il diritto di esercitarlo.
Secondo Sartori, un potere così piccolo “svapora nel nulla” (2008: 21), quindi può essere alienato senza alcun rimpianto. La DD invece crede che, per quanto piccolo sia, esso è tutto il potere che abbiamo, e il solo che ci rende uomini adulti. Da ciò l’invito a non barattarlo per qualsiasi cosa al mondo, a non cederlo nemmeno per un attimo e per nessuna ragione, a tenerlo sempre stretto e a farlo valere nella sfera pubblica, perché, nel momento in cui vi rinunciamo, ritorniamo alla condizione infantile e veniamo, inevitabilmente, manovrati come fantocci da altri. La democrazia si fonda proprio su questa volontà di ciascun cittadino di non alienare la propria fettina di sovranità e, se questa volontà manca, la democrazia è persa; se questa volontà c’è, tutti gli altri diritti democratici verranno di conseguenza. Solo in uno Stato DD si rispetta la volontà di ciascun cittadino di impostare la sua vita come meglio crede e l’unica autorità che si ritiene di dover esercitare contro la volontà di un qualsiasi cittadino “è per evitare danno agli altri” (MILL 1997b: 12).
La DD vuole convincerci che non ci sono valide ragioni per rinunciare alla nostra, sia pur microscopica, sovranità o per ritenerci incapaci di partecipare responsabilmente alla politica. Una ricerca condotta in Svizzera ha permesso di rilevare che dal 40% al 70% dei cittadini “sono in grado di prendere una decisione consapevole” (KRIESI 1994: 73). La loro competenza è massima nelle questioni pratiche e legate alla vita quotidiana (come i problemi del traffico, della droga e dell’aborto), minima nelle complesse questioni di politica economica. È impensabile che questi valori non siano migliorabili. Tuttavia, anche se ipotizziamo che solo il 50% degli elettori sia politicamente competente, vi si potrebbe costruire una democrazia partecipativa? Io penso di si. Prendiamo l’Italia. Il 50% di 50 milioni di elettori fa 25 milioni di elettori. Avrebbe senso che la sovranità fosse esercitata direttamente dalla metà della popolazione adulta? E perché no? Non sono forse più «rappresentativi» del popolo 25 milioni di cittadini rispetto a un migliaio di parlamentari?

Il principio di sovranità DR
Secondo Domenico Fisichella (1996: XII-XVI), si possono distinguere tre diverse concezioni della sovranità: una sovranità nazionale (la sovranità appartiene di fatto ai rappresentanti del popolo); una sovranità popolare (la sovranità appartiene a tutto il popolo, che la esercita direttamente); un rifiuto della sovranità. L’art. 1 della Costituzione italiana, pur riconoscendo che il popolo è titolare della sovranità, non lo ritiene all’altezza di poterla esercita effettivamente e fa propria la prima opzione. È la tipica posizione della DR: “la sovranità popolare viene riconosciuta nel principio, però la si restringe ai soli possidenti o la si delega” (SCHIAVONE 1997: 205). Il paradosso della DR è che essa nega agli individui in carne e ossa quella stessa libertà sovrana che, invece, è disposta a riconoscere ad una persona metaforica, ossia al popolo o allo Stato. “Alla libertà dell’individuo viene a sostituirsi, come esigenza fondamentale, la sovranità popolare o, che è lo stesso, lo Stato autonomo, libero” (KELSEN 1995: 55). Così facendo, la libertà individuale scompare. I cittadini, infatti, “sono liberi soltanto nel loro insieme, cioè nello Stato, chi è libero non è il singolo cittadino, ma la persona dello Stato” (KELSEN 1995: 54).
Il riconoscimento della sovranità popolare è, dunque, solo un espediente, in virtù del quale si finisce per negare la sovranità all’individuo e al popolo, attribuendola al parlamento. In tal modo, il “popolo” si riduce ad un semplice strumento, che è usato dai rappresentanti per legittimare il proprio potere politico, che comprende l’attività legislativa e di governo, l’amministrazione della giustizia e degli affari dello Stato, l’imposizione delle tasse, l’organizzazione dei servizi, l’arruolamento degli eserciti, e tantissime altre cose ancora. Alla fine, una ristretta élite viene legittimata ad esercitare il potere politico in nome del popolo sovrano. Insomma, si è disposti a riconoscere la sovranità popolare, ma solo a condizione che il popolo non la eserciti veramente. Questo è il pasticcio in cui si è cacciata e ci ha cacciato la DR.
“Invocato come soggetto fondante la costituzione, titolare del potere costituente, identificato dalle costituzioni vigenti, con varie formule, come titolare della sovranità, il popolo sovrano è poi, per altro verso, sostanzialmente temuto, in mille modi disciplinato, spesso accuratamente messo da parte” (FIORAVANTI 1998: 7). La verità è che la sovranità non appartiene al popolo, come si va blaterando demagogicamente, ma alla maggioranza, che la esercita attraverso il parlamento. Concretamente, l’espressione «sovranità del popolo» sta per «sovranità della maggioranza o del parlamento», il che “può trasformarsi in un poderoso strumento per negare le condizioni della libertà e della democrazia” (PALOMBELLA 1997: 47).
Ci sono almeno due ragioni in grado di spiegare questo specioso comportamento dei nostri padri costituenti. La prima ragione consiste nella scarsa fiducia sulle potenzialità intellettive dei cittadini e nel timore che, in caso di autogoverno, essi possano combinare un sacco di guai. Essa è ben illustrata da Giovanni Sartori. “Democrazia –scrive l’insigne politologo– vuol dire, alla lettera, «potere del popolo», sovranità-comando del demos. E nessuno contesta che questo sia il principio di legittimità che istituisce la democrazia. Il problema è sempre stato di come e di quanto trasferire questo potere dalla base al vertice del sistema potestativo. Una cosa è la titolarità, e tutt’altra cosa è l’esercizio del potere” (1997: 89). Di fronte al rischio di un effettivo esercizio della sovranità popolare, Sartori si mostra preoccupato: “anche se i poveri di mente e di spirito sono sempre esistiti –scrive–, la differenza è che in passato non contavano –erano neutralizzati dalla loro dispersione– mentre oggi si rintracciano [grazie a Internet e alla televisione] e, collegandosi, si moltiplicano e potenziano” (1997: 109). Il timore è che i cittadini comuni, ossia i “poveri di mente”, come vengono chiamati, avendo accesso a Internet, possano esprimere quello che pensano.
A Sartori i sostenitori della democrazia diretta, i cosiddetti direttisti, sembrano dei matti pericolosi, perché “distribuiscono patenti di guida senza chiedersi se i loro patentati sanno guidare” (1997: 93). Pertanto –conclude drasticamente il Nostro– “chi invoca e promuove un demos che si autogoverna è un truffatore davvero senza scrupoli, o un puro irresponsabile, un magnifico incosciente” (1997: 93). Gli fa eco Schumpeter: “partito e uomini politici di partito sono semplicemente la risposta all’incapacità della massa elettorale di agire di propria iniziativa...” (1994: 269-70). Come dire: il popolo non merita fiducia, la DD è pura follia. Simile è l’argomentazione di Bobbio, ma non identica. “In ultima istanza –scrive lo studioso– i sovrani sono, anche non lo sanno, i cittadini, se pure uti singuli, e quindi con un potere minuscolo perché frazionato” (1999: 428). Tuttavia, prosegue Bobbio, “Proprio perché il potere del cittadino singolo è frazionato deve trovare luoghi più grandi di aggregazione. Questi sono i partiti” (1999: 428). Rispetto a Sartori, Bobbio non si appella alla presunta incapacità dei cittadini di autogovernarsi, ma alla minimalità del loro potere sovrano, che proprio perché è minimo, non ha senso che venga esercitato e rende necessaria la mediazione dei partiti.
La seconda ragione, in grado di spiegare la negazione dell’effettivo esercizio della sovranità popolare, solitamente non viene dichiarata, anche se forse è la più importante. Essa consiste, semplicemente, nella precisa e determinata volontà di mantenere il popolo in una condizione d’inferiorità. È la ragione degli elitisti, degli aristocratici e di tutti coloro che auspicano la società duale, secondo i quali, i “migliori” devono far valere il loro status di uomini superiori sulla massa informe della gente comune e devono, solo essi, esercitare il potere dopo averlo conquistato, se necessario, anche con la forza. In questo caso, alla sfiducia nel popolo si sostituisce il disprezzo per la plebaglia, che è ancora più radicale e definitivo. Alla fine, il popolo detiene la sovranità di nome, ma non di fatto. E ciò mette in discussione la democraticità dei nostri paesi.

Didì