INDIVIDUALISMO DD vs POLIARCHISMO DR

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pietromuni
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INDIVIDUALISMO DD vs POLIARCHISMO DR

INDIVIDUALISMO DD vs POLIARCHISMO DR
Nel capitolo precedente abbiamo fatto una specie di sorvolo sullo sviluppo storico della democrazia e su alcune delle principali tematiche che la riguardano. Abbiamo notato in particolare che il significato di democrazia cambia a seconda di come interpretiamo i termini «individuo» e «popolo». Adesso approfondiremo un po’ questa questione, che è da ritenere fondamentale per poter ben comprendere il fenomeno democratico. Cominciamo col precisare che l’individuo umano c’è sempre stato, da quando esiste l’homo, il popolo è venuto dopo. Prima che si affermasse il popolo, c’era il gruppo, che poteva essere una famiglia, una banda, un clan, una tribù o altro. Individui e gruppi sono i soggetti che costituiscono le società, i popoli, le nazioni e gli stati, ovvero le società, i popoli, le nazioni e gli stati non si compongono d’altro che di individui e di gruppi, ed essi stessi, in fondo, non sono che gruppi particolarmente numerosi e complessi. Questa è una verità evidente e non cambia. Quello che cambia è il modo di porsi di fronte a questa verità, ed è in ciò che si distingue la DD dalla DR. In estrema sintesi, la DD mette al primo posto l’individuo, la DR il gruppo, la DD si fonda sull’individualismo, la DR sul poliarchismo.

Individualismo DD
“Il grande soggetto storico, il soggetto storico che noi vorremmo fosse il grande soggetto storico, non sono le classi, non sono le famiglie, non sono le associazioni, non sono i gruppi di interesse, ma sono gli individui. La società futura, quella che noi possiamo auspicare, la democrazia integrale, ecc., è una società di individui dei quali ciascuno si assume la responsabilità e il rischio del proprio destino” (GRECO 2000: 202). Così si esprimeva Norberto Bobbio in un’intervista nel 1984. In altri termini, ripeterà lo stesso Bobbio qualche anno dopo, “prima viene l’individuo, si badi, l’individuo singolo, che ha valore di per se stesso, e poi viene lo stato” (1992: 59). Di conseguenza, l’opinione secondo la quale i gruppi, i partiti, le nazioni, sono “gli oggetti empirici che le scienze sociali studiano così come la biologia studia gli animali e le piante [...] deve essere respinta per la sua ingenuità” (POPPER 1972: 579), mentre si deve ammettere “che lo stato è fatto per l’individuo e non l’individuo per lo stato” (BOBBIO 1992: 59).
In pratica, senza individualismo non ci può essere democrazia, anche se oggi c’è “chi spregia la scoperta dell’individuo e del suo valore usando «individualismo» in senso derogatorio. Forse troppo individualismo è cattivo; e certo l’individualismo si manifesta in forme deteriori. Ma al tirare delle somme non dovrebbe sfuggire che il mondo che non riconosce valore all’individuo è un mondo spietato, disumano, nel quale uccidere è normale, normale come morire. Era così anche per gli antichi; non più per noi. Per noi uccidere è male; male perché la vita di ogni uomo conta, vale, è sacra. È questa credenza di valore che ci fa rifiutare la crudeltà degli antichi e, ancora oggi, delle società non-individualistiche” (SARTORI 1993: 149).
In un sistema DD, l’individuo è sovrano per tre ragioni: primo, perché ciascun essere umano è ritenuto pregiudizialmente idoneo ad assumersi responsabilità politiche; secondo, perché è impossibile rilevare differenze qualitative tra gli individui (non ci sono aprioristicamente cittadini di serie A e di serie B); terzo, perché l’alternativa al principio di sovranità individuale sarebbe il principio di forza, che la DD aborre. Benché, in un certo senso, anche l’individuo nel famigerato stato di natura era sovrano, in realtà, la sovranità che contraddistingue l’uomo non è una qualità innata dell’individuo, ma un suo diritto politico, che egli acquisisce solo attraverso un’adeguata opera educatrice. Ebbene, uno dei compiti primari della DD è quello di prendersi cura della formazione dell’individuo allo scopo di farne un cittadino democratico, libero, autonomo, sovrano. “Le persone devono essere stimolate, incentivate a credere nella propria capacità di costruire delle cose, di gestire il proprio destino con regole costruite da loro stesse” (PONT 2005: 47). In pratica, uno Stato DD deve puntare alla massima espressione delle potenzialità innate di ciascun individuo e, quando sia riuscito in quest’impresa, si potrà dire che avrà svolto quasi interamente la sua funzione. Alla fine, il buon governo si potrà riconoscere e valutare misurando “in che modo esso tenda ad aumentare tra i cittadini le buone qualità” (MILL 1997a: 29).
Godwin ha scritto: “non è vero che la massa della nostra specie debba essere tenuta costantemente al guinzaglio come i bambini, mentre solo pochi hanno la prerogativa di pensare e dirigere per tutti” (1997: 72). Quando uno parla così, dev’essere necessariamente un democratico, perché solo un democratico può affermare che non c’è alcuna ragione per non accordare fiducia ai cittadini volenterosi, né alcuna prova certa che un cittadino ben educato non sia poi in grado di assumersi responsabilità politiche. È la fiducia nel cittadino che fonda e caratterizza la DD ed è in virtù di questa fiducia che la DD investe molto sugli individui e li accompagna fino al raggiungimento dell’autonomia di pensiero. La fiducia nel cittadino, ossia l’”ipotesi che tutti possano decidere di tutto” (BOBBIO 1991: 23), connota la democrazia a tal punto che non può esserci democrazia senza tale fiducia.
È su questa fiducia che possono svilupparsi esperienze di democrazia partecipativa, come quella che ha fatto di Porto Alegre, una città del Brasile con circa un milione e trecentomila abitanti, “la città con la migliore qualità di vita del paese” (PONT 2005: 48). Solo uno Stato che ha fiducia nell’uomo può diffondere “la convinzione che il mondo dipende, in larga misura, da noi” (GINER 1998: 117) e tende a formare cittadini “che possiedano la capacità e la fiducia in sé necessarie per assumersi la responsabilità della propria vita, sia individualmente che collettivamente” (in ARCHIBUGI, BEETHAM 1998: 38).
Gli antichi filosofi greci furono i primi ad accreditare l’uomo dei mezzi necessari per giungere alla verità, e fu proprio questa fiducia che essi riposero nell’uomo a rendere possibile l’affermazione della democrazia. Protagora e Pericle ritenevano che tutti i cittadini erano in grado di contribuire al governo della polis, ma erano consapevoli che non tutti potevano contribuire in eguale misura, dipendendo ciò non solo dalle qualità naturali di ciascuno, ma anche dalla volontà personale e dall’educazione ricevuta, tutti elementi che non sono legati né alla ricchezza né alla nobiltà di nascita. Colui che si fosse impegnato maggiormente a migliorare se stesso, costui avrebbe potuto contribuire maggiormente all’ordinamento politico della polis. Da ciò la necessità di formare il cittadino e di educarlo alla vita sociale e politica. Questo compito fu svolto in parte dai sofisti, i quali trasmettevano il loro sapere ai cittadini interessati, in parte dalla pratica assembleare: riunendosi regolarmente in assemblea, infatti, giorno dopo giorno, i cittadini imparavano l’arte politica.
La politica non si apprende a scuola allo stesso modo di un’abilità tecnica, ma dedicandovisi tutti i giorni, come ci dedichiamo agli affari di casa nostra. Finché accompagnavo i miei figli negli spostamenti in città, essi non conoscevano le vie, ma quando hanno cominciato a muoversi da soli hanno imparato in fretta. Anche mia moglie, fino all’età del matrimonio, non sapeva sbrigare le faccende di casa, dal momento che era sua madre ad occuparsi di tutto, ma quando si è trovata da sola, in poco tempo ha superato in bravura la stessa madre. Il fatto è che ciò che non si fa non lo si sa fare. Il primo punto dunque è fare. Oggi, la formazione del cittadino deve iniziare già all’interno della famiglia e deve coinvolgere tutte le forze vitali dello Stato. Quanti errori non ho fatto nei primi tempi in cui guidavo l’automobile o smanettavo col computer! Ma se io oggi sono un discreto utilizzatore dell’automobile e del computer, lo devo certamente a quegli errori. Il fare però non basta a rendere ciascuno di noi un cittadino partecipativo e responsabile. Occorre anche che la mente sia libera da problemi di sussistenza: ecco l’importanza del Minimo Garantito, di cui avremo modo di parlare.
Seguendo la scia degli antichi Greci, la DD vede nell’individuo la risorsa fondamentale del paese e vuole “che siano approntate un minimo di condizioni favorevoli al formarsi di una personalità libera e autonoma” (GRECO 2000: 210). L’intera politica DD ruota intorno al cittadino democratico, autonomo e responsabile, che sa pensare con la propria testa, è ben disposto a partecipare al potere politico e non disdegna di assumersi responsabilità personali e pubbliche. “Nella vera democrazia si insegnerà a ogni uomo e donna a pensare con la propria testa” (GANDHI 1992: 337), perché il cittadino democratico è il cuore pulsante della democrazia. Ha ragione dunque Salvador Giner quando ammonisce che “uno dei compiti più seri che oggi dobbiamo affrontare è quello di creare buoni cittadini, ossia soggetti attivi e responsabili, in luogo di gente indifferente alla causa comune” (1998: 98). “In una società democratica, gli individui (il demos), ossia i membri della società, decidono ciò che deve essere fatto, e in questo modo decidono del proprio destino. La potenza e l’attrattiva dell’idea di democrazia provengono dall’idea di autonomia, ossia di libera scelta per se stessi” (DUNN 1995: 21).
Held parla di «principio dell’autonomia». “Autonomia significa capacità degli esseri umani di pensare consapevolmente, di essere auto-riflessivi e auto-determinati. Essa implica la possibilità di deliberare, giudicare, scegliere ed intraprendere differenti corsi di azione, sia nella vita privata che in quella pubblica” (1997: 416). Il cittadino autonomo è in grado di agire responsabilmente ed è compito dello Stato sostenerlo finché non sia pervenuto a questo essenziale traguardo, soprattutto accertandosi che egli possa effettivamente esercitare i suoi diritti. Secondo Held, “una democrazia non potrebbe chiamarsi propriamente tale se i suoi cittadini non avessero il reale potere di essere attivi. E questo potere si determina quando i cittadini sono in grado di godere di una quantità di diritti che gli permettano di produrre una partecipazione democratica” (1997: 437).
Se non approda all’autonomia, l’individuo non si sente sicuro a avverte l’esigenza di appoggiarsi ad altri, come un figlio si appoggia al padre. “Il soggetto, isolato oppure unito ad altri, può riportare il successo nella sua lotta contro la natura solo se ha fiducia in se stesso e confida su ciò che può autonomamente fare e non su quanto possano fare gli altri per lui” (MILL 1997a: 48). Dove il desiderio di autonomia individuale è conculcato la democrazia stenta ad attecchire e si afferma la società duale, ossia un qualsiasi governo centrato sulla figura di uno o pochi «capi» (re, principi, signori, presidenti, sacerdoti, padri, pastori, chiamiamoli come vogliamo), che guidano e dominano la massa popolare. Il cittadino che non desidera la propria autonomia favorisce la «capocrazia», la quale, a sua volta, lo tratta come un bambino e gl’impedisce di crescere.
In un sistema DD, nella misura in cui non danneggiano altri, gli individui sono lasciati pienamente liberi, liberi perfino di non conformarsi al sistema sociale vigente e di disubbidire alle norme etiche correnti, fino all’obiezione di coscienza. “La disobbedienza –scrive Oscar Wilde–, per chiunque conosca la storia, è la virtù originale dell’uomo. Con la disobbedienza il progresso è stato realizzato; con la disobbedienza e con la rivolta” (1993: 25). “Storicamente”, gli fa eco Howard Zinn, “i fenomeni più orribili –guerra, genocidio, schiavitù– non sono stati conseguenze della disobbedienza, ma dell’obbedienza” (2003: 244). La democrazia chiede ai suoi cittadini non di essere ubbidienti e sottomessi, ma solo di essere se stessi nel rispetto degli altri, e guarda la disubbidienza con attenzione e interesse, mentre considera l’ubbidienza un valore di secondo livello.
In conclusione, la DD persegue un pluralismo individuale, anche se ciò non vuol dire che il gruppo scompare, né che scompare l’istituzione; significa piuttosto che il collettivo non viene mai preso in considerazione indipendentemente dagli individui che lo costituiscono.
La regola del gruppo DD è la sussidiarietà. Essa recita che il gruppo unito non deve oscurare l’individuo, ma deve intervenire solo nel momento in cui egli sia incapace di cavarsela da solo. In democrazia, il gruppo dev’essere sempre pronto a farsi da parte nel momento in cui l’individuo sia divenuto autonomo e si dichiari disposto a fare da sé. “Il gruppo –osserva Cerri– rappresenta l’individuo fino a che questi non è pienamente capace, ma questo poi può, in tutto o in parte, sempre distaccarsene liberamente” (2005: 126).
Rimane una questione aperta: chi ci garantisce che gli individui rispetteranno la sovranità altrui e non cercheranno invece di prevaricarsi l’un l’altro? Chi ci garantisce che dei singoli individui sovrani non svilupperanno un sentimento di superiorità personale nei confronti di altri individui, tanto da tentare di sottometterli, plagiarli, sfruttarli, farli oggetto di soprusi e violenza? Nessuno può garantirlo. Anche in un sistema DD, gli individui possono odiarsi, farsi una lotta spietata e perfino uccidersi. Tuttavia, quando operano a livello individuale, il sentimento di superiorità e il principio di sopraffazione non generano conseguenze nefaste su larga scala. Infatti, la competizione individuale può bensì degenerare in contrasto, animosità, lite, zuffa e duello, ma mai in guerra fra popoli, né prevede la costruzione di armi di distruzioni di massa. L’individualismo non cambia la natura umana e non cancella la malvagità, la stupidità e l’ignoranza dell’uomo. Impedisce però che queste degenerino in atti di intolleranza e violenza su larga scala.

Poliarchismo DR
Giovanni Sartori, che è un convinto assertore della DR, ci offre una metafora molto significativa, che ha per protagonisti la «macchina», ossia il sistema DR, e i «macchinisti», ossia i cittadini. Secondo lui, la macchina va bene, i macchinisti no. “I macchinisti sono i cittadini, e non sono un granché. Però la macchina è buona. Anzi, di per sé è la migliore macchina che sia mai stata inventata per consentire all’uomo di essere libero e di non essere sottoposto alla volontà arbitraria e tirannica di altri uomini. Per costruire questa macchina ci abbiamo messo quasi duemila anni. Cerchiamo di non perderla. Io non credo che la democrazia richieda importanti innovazioni strutturali. Sono preoccupato dai macchinisti” (2008: 99-100). Questo è lo spirito DR: ammirazione per il sistema rappresentativo, bassa stima per gli uomini.
All’individualismo la DR preferisce il principio di appartenenza (l’essere ebreo, arabo, italiano, padano, cattolico, berlusconiano, e via dicendo), che nuoce tanto alla democrazia quanto alla pace, perché erige barriere culturali e alimenta ingiustificate idee preconcette di superiorità di un gruppo rispetto ad un altro. Infatti, se l’essere ebreo, arabo o italiano fosse indifferente, ne deriverebbe la scarsa importanza della distinzione stessa. Nessuno direbbe orgogliosamente “io sono italiano” se pensasse che la sua “italianità” fosse equivalente a qualsiasi altra etichetta di appartenenza. Chi ostenta la propria nazionalità (“io sono italiano”), in fondo crede che l’essere italiano gli conferisca una qualche superiorità nei confronti di chi italiano non è. A maggior ragione, se la mia italianità mi facesse sentire inferiore, avrei interesse a dichiararla il meno possibile, oppure farei di tutto per non essere italiano: per esempio, cambierei lingua e paese. Se le etichette d’appartenenza fossero ritenute indifferenti, non esisterebbe il tifo per la squadra del cuore, né l’orgoglio di far parte di un club, una chiesa, un comune, una nazione. Il tifo e l’orgoglio d’appartenenza sono alimentati dall’indefettibile desiderio di confermare e rafforzare il nostro sentimento di superiorità, che è aprioristico e indipendente dai nostri effettivi meriti, e che, oltre ad ostacolare la democrazia, genera la volontà di dominare gli altri e giustifica l’intolleranza, gli armamenti e la guerra.
A differenza della DD, ma unitamente ai sistemi autocratici, centralizzati, gerarchici, paternalistici e autoritari, la DR è animata da un sentimento di sfiducia nel cittadino, il quale è ritenuto incapace di camminare con le proprie gambe e di ragionare con la propria testa, di autodeterminarsi e di discernere il bene dal male. Essa ritiene che, come i bambini hanno bisogno della figura paterna, allo stesso modo i cittadini hanno bisogno di un tutore che decida per loro, condotti per mano e guidati in modo autorevole, affinché non abbiano a farsi del male o commettere sciocchezze.
Il cittadino-bambino è, per definizione, inidoneo ad assumersi responsabilità politiche e l’unica prerogativa che si è disposti a concedergli è quella di scegliere i capi da cui vuole essere comandato. La procedura elettorale è tale che, anche se il cittadino rifiuta di votare, oppure vota scheda bianca o scheda nulla, l’esito della consultazione è scontato: assumeranno il potere alcuni dei candidati designati preventivamente dai partiti e governeranno con delega in bianco.
La massima espressione di pluralismo concepibile dalla DR è la “poliarchia”, ovverosia il riconoscimento di una “pluralità di organizzazioni relativamente autonome” (DAHL 2000: 38), come i sindacati, i partiti e le imprese, che si confrontano e competono. Secondo J.H. Kaiser, queste strutture “sono originariamente organizzazioni di lotta” e, benché la lotta che essi praticano non è una guerra aperta, tuttavia, non di rado, “può provocare per la nazione il pericolo di una guerra civile latente” (1993: 250), dove le persone sono irreggimentate, non c’è spazio per le liberà individuali, i valori sommi sono il conformismo e l’omologazione e la disubbidienza o l’obiezione di coscienza sono viste come elementi di disturbo della buona armonia e della quiete sociale. Queste condizioni favoriscono l’affermazione dell’«uomo massa» e delle politiche populiste, che sono l’anticamera delle dittature.

Didì

Michele Morini
Offline
Iscritto: 30/04/2006
INDIVIDUALISMO DD vs POLIARCHISMO DR

:shock:

"La vita, la libertà o la proprietà
di nessun uomo sono al sicuro
mentre è riunito il parlamento"
G.J.Tucker

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"Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo"

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