Non si può negare, nonostante molte cose vadano in pezzi, che al mondo ci sia ancora tanta bontà. Laddove il disinteresse per il prossimo diventa un'esaltata cultura dominante, si può ancora trovare molta gente disposta a dedicare un po' di tempo e denaro per lenire il disagio o la difficoltà di chi soffre.
Ci sono persone che fanno del volontariato per assistere gli anziani o i poveri.
C'è chi impegna diverse giornate l'anno per pulire una porzione di campagna o il letto di un fiume in secca.
Qualcuno percorre umilmente le corsie di un ospedale per fare compagnia ai malati, specialmente i bambini o quelli non autosufficienti.
Altri ancora si spendono per raccogliere denaro e oggetti per la Chiesa o un'associazione da redistribuire ai bisognosi.
Chi, infine, ne ha la possibilità, congela per qualche settimana o mese la propria vita a casa per partire verso paesi lontani a prestare cure mediche o la propria manodopera per costruire un pozzo, un ospedale, una mensa.
L'opera di costoro è apprezzata da chiunque, anche da chi si disinteressa totalmente di solidarietà, perché la bontà non può non trovare l'incondizionato favore di ciascuno.
Ma qui sorge una contraddizione che non può non affondare le radici nella natura ahimè scindibile dell'Individuo occidentale. Perché, se tante persone sono pronte a curare i sintomi del Male, perché se tutti, anche chi non partecipa, sono pronti ad applaudire a queste iniziative, il Male in sé continua non solo a esistere, ma anche a crescere? Perché sono sempre di più le persone che fanno ricorso a psicofarmaci, perché sempre di più quelle che contraggono malattie nuove e gravissime, perché sempre di più quelle povere, quelle sole, quelle emarginate? Come è possibile, insomma, che in un modo in cui la bontà persiste e conserva una fiera combattività, il Male metta radici sempre più profonde?
Non è facile cercare una risposta. Ma chi osserva il percorso antropoligico seguito dall'uomo negli ultimi tre secoli, arriva quasi spontaneamente a una triste conclusione. Ossia che la bontà, per quanto diffusa e orgogliosa, sia anch'essa imbrigliata nel generico individualismo. E' e resta l'Individuo la categoria filosofica finale a cui si riconduce qualsiasi ipotesi di azione della gente, e lo status quo privilegiato dell'Individuo non deve essere messo in discussione. La Persona, oggetto filosofico e antropologico incarnato dall'uomo in età pre-illuministica, concepiva se stessa come un tutt'uno con l'Altro da sé, anch'egli Persona. La degenerazione illuminista dalla Persona all'Individuo (involuzione che meriterebbe un intero trattato) ha prodotto una tale concentrazione dell'uomo sul “sé” da ridurre colui che prima era l'Altro, ossia una Persona con la quale condividere un'esperienza emotiva spirituale e comunitaria, ad essere Alieno qualcuno cioè con cui si condivide solo la mera appartenenza a una medesima specie biologica. Se per la Persona la sofferenza dell'Altro è anche la propria sofferenza, per cui necessita della sua più completa rimozione, per l'Individuo la sofferenza dell'Alieno è sofferenza solo di quest'ultimo e può essere sufficiente lenirne le manifestazioni ultime senza risalire alla causa prima.
Terminata la disamina filosofica, la conclusione pratica e inevitabile è che nessuno di noi, nemmeno colui che più di altri si impegna nel prendersi cura delle difficoltà altrui, è disposto ad andare oltre il taglio del ramo secco di una pianta che andrebbe invece sradicata. E questo perché la sconfitta del Male alle sue radici, cosa che consentirebbe di far sparire ogni manifestazione di povertà, disagio o malattia, implicherebbe un cambiamento di cultura, filosofia e stile di vita troppo drastico e, in sostanza, la rinuncia al [presunto] benessere di cui godiamo.
E poiché quasi nessuno, comprensibilmente, vuole liberarsi del proprio stato materialmente privilegiato, nessuno vuole in realtà sradicare l'albero del Male. L'impulso che ne consegue a combatterne semplicemente i sintomi, a tagliare quelli che abbiamo chiamato i rami secchi, è e resta invariabilmente un atto meritorio, ma – ed è un “ma” che porta su di sé il peso della decadenza di un'intera civiltà – è anche pura autoconsolazione, è il bagno individualista con cui l'Individuo spera di lavare via da sé il dispiacere individuale che prova nel vedere l'Alieno che soffre senza avere la forza di rinunciare a quella civiltà materialista e nichilista che è alla base della sofferenza stessa dell'Alieno. L'Individuo sa, senza ammetterlo e realizzarlo, di essere seppur in minima parte una concausa della sofferenza che vorrebbe eliminare. E' questa contraddizione la scintilla che accende il suo desiderio di aiutare, soccorrere, confortare, la necessità di lavarsi la coscienza per trovare un po' di pace.
Ma è una pace che, curando senza guarire, non può che essere essa stessa, in ultima battuta, individuale.
Simone


