Se gli amministratori pensano do dover rimuovere il post, capisco...
Era il 14 luglio quando il paracadutista della Folgore Antonio Di Liso è caduto in Afghanistan, durante la missione delle truppe italiane e Nato in quel paese.
Come sempre i personaggi pubblici hanno fatto il loro abituale defile in tv e sui giornali per piangere il ragazzo morto, esprimere il proprio cordoglio alla famiglia e, ci mancherebbe, ricordare l'importanza della missione italiana in Afghanistan.
Molte persone, sui blog e forum, hanno seguito a ruota quest'ondata di emozione che sembra risvegliare negli apolidi italiani un momento di ipocrita patriottismo.
Ma a questo copione diciamo basta.
Ogni morte di un soldato italiano costituisce l'occasione per promuovere una linea politica unilaterale, impossibile da mettere in discussione senza che chi ci provi venga tacciato di blasfemia o oltraggio ai caduti.
Come nel caso di altre vittime italiane in Afghanistan e in Iraq i politici di ogni segno hanno espresso, dopo il finto dolore, la loro opinione sulla situazione in quei paesi e la necessità di individuare una strada definitiva per la risoluzione di conflitti e problemi (che loro stessi hanno contribuito a creare).
A parte il fatto che queste soluzioni sembrano non arrivare mai – ancora aspettiamo una pacificazione del Kosovo – tutte le considerazioni dei politici hanno uno sfondo comune.
Dicano essi che le missioni militari devono proseguire, essere intensificate o ridotte, che ci si debba ritirare, tutti hanno un'idea comune: che noi siamo dalla parte della ragione, e loro del torto.
Quando ho appreso della morte di Antonio Di Liso abbiamo pensato invece un'altra cosa. E' un bene il dovuto rispetto per la persona e soprattutto per i suoi familiari, ma perché tutti danno per scontato che il giovane Antonio fosse il “buono” e chi lo ha ucciso il “cattivo”?
La versione che sentiamo è sempre la stessa. Immancabilmente gli afghani passano per terroristi e talebani. E io mi chiedo, come può essere considerato un atto terroristico far esplodere un ordigno contro una colonna militare, armata, straniera, occupante? Questo non è terrorismo, questa è guerriglia. E sinceramente ho seri dubbi che questi guerriglieri, per chiamare le cose col giusto nome, siano tutti indistintamente talebani. L'Afghanistan ha una tradizione tribale che si riflette anche nella diversità dei gruppi che da sempre impugnano le armi contro gli stranieri occupanti da trent'anni a questa parte.
Io credo invece che tra i resistenti afghani, così come tra quelli irakeni e palestinesi, ci sia una diversità interna che un occhio occidentale non può capire. Per noi è tutto nero o bianco, o sei un amico o sei talebano.
In cauda venenum: possiamo tralasciare la questione più importante, ossia il perché questi guerriglieri sparano e uccidono i soldati italiani, americani, francesi, gli afghani stessi? Forse perché quello è il loro paese, non il nostro, e gli eserciti dei paesi occidentali sono lì non certo per portare una pace che c'era persino coi talebani, non per portare un elevato livello di democrazia (in Afghanistan persistono tuttora burqa e lapidazioni sommarie), non per dare libertà e sviluppo. Sono forze militari mandate lì a fare la guerra con un pretesto ridicolo e per occupare un territorio strategico per l'estrazione del gas e il trasporto dello stesso attraverso un impianto che percorre proprio le zone presso cui sono dislocate la basi Nato.
Se il ricordo stesso dei talebani non può che suscitare orrore e disprezzo, il pensiero di quello che rappresentano le forze armate occidentali in Afghanistan non è da meno.
E gli afghani, almeno, ci credono, non sono pagati per farlo.
Alla morte di un soldato, ormai, le bandiere vengono bruciate: a mezz'asta ci vanno i quattrini.
Simone[/img]

