Sul voto

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pietromuni
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Iscritto: 03/04/2008
Sul voto

Premessa
Tutto quanto affermerò nelle righe seguenti, così come tutto quello che ho postato finora nel Forum, vuole solo rappresentare la mia personale opinione su un particolare tema, che io sottopongo volentieri al vostro giudizio e che sono disposto a cambiare in qualsiasi momento, di fronte ad argomentazioni più convincenti.
I miei post non sono opere compiute e ben definite, ma lacunose, imperfette, piene di errori e spesso di non agevole leggibilità. Essi vanno perciò considerati per quello che sono: dei cantieri di lavoro aperti al contributo di tutti e finalizzati a costruire dal basso un edificio DD.
Dico questo perché può capitare (è già capitato) di essere frainteso. Dunque, se spesso io mi esprimo con espressioni categoriche, del tipo “La DD esige questo”, non vuole essere una predica o un dogma che io voglio imporre ad alcuno, ma vi è sottintesa (sottintesa, perché sarebbe noioso ripeterla continuamente) l’espressione “Secondo il mio modesto parere”.

Sul voto
Le discussioni che si sono svolte in questo Forum mi hanno indotto a mettere ordine nella mia mente sulla relazione voto/democrazia, ed ecco a cosa sono pervenuto.
La DR ha usato i termini «partecipare» e «votare» come sinonimi e ci ha fatto credere che, nell’atto del voto, in realtà stiamo partecipando attivamente e responsabilmente al processo politico. Questo è bastato per indurre molte associazioni di cittadini ad impegnarsi in una lotta secolare, che è approdata al riconoscimento del suffragio universale, il che è stato salutato come il segno tangibile di una democrazia pienamente realizzata e come una ragione sufficiente per porre fine alle lotte. La conseguenza è che oggi “La maggior parte dei cittadini in tutti i sistemi politici compie essenzialmente un solo atto di partecipazione politica: vota, e nulla più” (PASQUINO 2007a: 11).
La cosa sorprendente è che tutto questo ci sembra normale, mentre, ad un’osservazione più attenta, certamente normale non è. Se guardiamo, infatti, oltre il velo della demagogia, non dovremmo fare alcuna fatica a scorgere che «votare» non è necessariamente la stessa cosa che «partecipare attivamente e responsabilmente», e poiché la partecipazione attiva e responsabile dei cittadini è un requisito essenziale della democrazia, ne consegue che il voto da solo non fa democrazia o, detto in altri termini, la democrazia non può essere ridotta al diritto di voto o al voto stesso. Mi spiego meglio.
È possibile distinguere due tipi di voto profondamente diversi fra loro: un voto di delega in bianco e un voto di responsabilità o deliberativo.
Quando il signor Rossi appone il segno di una croce sul simbolo di un partito stampato su una scheda, egli sta semplicemente trasferendo la sua sovranità a qualcun altro che lo dovrà rappresentare, che oggi è designato dal partito stesso, ma che potrebbe essere designato dallo stesso interessato, senza con ciò cambiare radicalmente la natura della rappresentanza. Nel caso specifico, il voto è dunque una classica operazione di abdicazione ai propri diritti, in virtù della quale il cittadino Rossi cede la sua libertà responsabile ad un rappresentante (chiunque egli sia e da chiunque sia stato designato) e rinuncia a partecipare attivamente nelle decisioni in merito a questioni di interesse generale. Questo tipo di voto è da ritenere antidemocratico perché nega un fattore essenziale della democrazia, che è quello della partecipazione diretta del cittadino, sia pur nel rispetto del principio della sussidiarietà.
Il secondo tipo di voto è quello che lo stesso signor Rossi è chiamato ad esprimere all’interno della propria comunità locale tutte le volte che si dovrà deliberare sulle questioni all’ordine del giorno, come la costruzione di un asilo nido o di una casa per anziani o il rifacimento della segnaletica stradale o l’assegnazione di un incarico. In questo caso il cittadino Rossi sta esercitando il suo diritto alla partecipazione e dunque il suo voto è un atto pienamente democratico.
A seconda della modalità in cui viene espresso, il voto si può anche distinguere in «segreto» e «palese». Entrambi hanno pro e contro. Il primo ha il vantaggio di preservare l’elettore dal rischio di eventuali condizionamenti esterni, ma non può essere revocato; il secondo ha il vantaggio di mettere l’elettore di fronte alle proprie responsabilità, ma al tempo stesso lo espone al rischio di essere influenzato da terzi e, per di più, si presta a operazioni di compravendita.
A causa di queste differenze, i due tipi di voto trovano applicazioni diverse. La segretezza è preferibile nel voto di abdicazione, almeno sotto il profilo della democraticità, perché lascia il cittadino apparentemente libero di scegliere, senza condizionamenti di terzi, anche se si tratta di una pseudo libertà, dal momento che è limitata dalle opzioni previste dai partiti. Il palesamento del voto invece è più indicato nei processi deliberativi, dove ciascun cittadino è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e sarebbe illogico che lo faccia in modo segreto.
Rimane da chiarire la questione del cosiddetto diritto di revoca, il quale presenta un aspetto ideologico e uno procedurale. Secondo Bobbio, “un sistema democratico caratterizzato da rappresentanti revocabili è, in quanto prevede rappresentanti, una forma di democrazia rappresentativa, ma in quanto questi rappresentanti sono revocabili si avvicina alla democrazia diretta” (1991: 47). Va notato il fatto che Bobbio non dice che il diritto di revoca trasforma una DR in una DD, dice semplicemente che avvicina la DR alla DD, senza modificare la natura della DR stessa. E, infatti, il diritto di revoca non cambia la natura del voto, che rimane un voto di abdicazione dei propri diritti e, come tale, non ha nulla a che vedere con la DD. Insomma, sotto il profilo dei contenuti, una DR che dovesse riconoscere il diritto di revoca, rimarrebbe pur sempre una DR.
Per quel che attiene l’aspetto procedurale, va detto che solo il cittadino che abbia votato in modo palese può revocare in modo personale il proprio voto, mentre, per chi abbia votato in modo segreto, l’unica procedura di revoca possibile è quella di ritornare al voto collettivo. Ma come può concretamente un cittadino revocare il suo voto segreto? Per quanto ne so, di norma, si procede in due fasi: prima si raccolgono le firme dei cittadini che intendono revocare il mandato ad un rappresentante, poi, se si raggiunge il quorum prefissato, si passa alla consultazione di massa. Questa procedura ricorda quella del referendum e può essere fatta oggetto di tutte le considerazioni che riguardano questo istituto, sulle quali mi limito a dire che ne ho parlato in un apposito post.
In conclusione, non è il voto che fa la democrazia, ma la partecipazione libera, competente e responsabile di tutti i cittadini.

Didì

pietromuni
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Iscritto: 03/04/2008
Sul voto

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Tutto questo per spiegarti perché, a mio giudizio, la questione del voto è l'ultimo dei problemi in una democrazia, e così pure i partiti e la rappresentanza.
Alla democrazia interessano le persone concrete e i loro diritti effettivi.

:!: :?: :!: :?: Cavolo, eppure sei tu che hai aperto questo argomento, io ho solo continuato la discussione :!: :?: :!: :?:

Nelle decine di post che ho pubblicato nel Forum in un arco di sei mesi, il voto non vi aveva spazio alcuno.
Evidentemente lo avevo trascurato, perché non aveva per me una significativa rilevanza.
È nel Forum che mi sono posto il problema, perché ho notato la tendenza di mettere tutto ai voti e di considerare verità assoluta una tesi approvata con dieci voti favorevoli e cinque contrari.

Quote:
ma come si realizza una transizione “molto DD”, se non attraverso i meccanismi di voto oggi esistenti? Credo, o perlomeno mi sembra, che la maggioranza DD non vuole fare una rivoluzione violenta.

Il voto è ineliminabile, ma non deve interferire sui diritti fondamentali della persona.
Se i membri di questo Forum (170), a maggioranza, votassero la sospensione del tuo stipendio per sei mesi, probabilmente tu non saresti d'accordo. E, secondo me, avresti ragione tu a non essere d'accordo, più di quanto non l'abbia la maggioranza che ha votato il provvedimento.
In qualità di cittadini DD, noi dovremo batterci perché lo Stato garantisca l'effettivo esercizio dei diritti fondamentali a tutti i cittadini, nessuno escluso.
Se non si fa questo primo passo, restano solo vane parole.
E per fare questo passo non occorre un referendum, ma è sufficiente una legge dello Stato.
Il problema semmai è trovare i fondi. Ed per questo che dovremmo pretendere l'introduzione della moneta elettronica, per recuperare i fondi dall'evasione fiscale.
Noi cittadini DD non dobbiamo stancarci di chiedere ai nostri beneamati rappresentanti queste due cose: diritti per tutti e moneta elettronica.
Poi possiamo votare tutto quello che vogliamo (fatta eccezione per le questioni morali).
Io non sono contrario al voto, ma credo che non tutto possa essere deciso col voto.

Didì

Bojan
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Iscritto: 12/11/2008
Sul voto

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Tutto questo per spiegarti perché, a mio giudizio, la questione del voto è l'ultimo dei problemi in una democrazia, e così pure i partiti e la rappresentanza.
Alla democrazia interessano le persone concrete e i loro diritti effettivi.

:!: :?: :!: :?: Cavolo, eppure sei tu che hai aperto questo argomento, io ho solo continuato la discussione :!: :?: :!: :?:

Per quanto riguarda il resto della tua risposta, ho capito che il tuo interesse si concentra verso l’elaborazione di una società ideale ma un passaggio dalla DR alla DD deve pur esserci. Io ho inventato uno scenario a partire dalla tua elaborazione, e posso anche concordare che sia “troppo DR”, ma come si realizza una transizione “molto DD”, se non attraverso i meccanismi di voto oggi esistenti? Credo, o perlomeno mi sembra, che la maggioranza DD non vuole fare una rivoluzione violenta.

pietromuni
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Iscritto: 03/04/2008
Sul voto

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Questa “strategia contorta di presa del potere” allora si svolgerebbe su due binari. Il primo in alleanza con i partiti DR per un rafforzamento della partitocrazia, nel senso del controllo del partito sui deputati, e il secondo elaborando meccanismi a noi interni per il controllo di tutte le cariche, interne ed esterne da parte della base. Voglio dunque una tua critica di quest’idea che pure a me suona un po’ assurda.

Tu continui a parlare con una logica DR, che è fatta di partiti e di rappresentanza.
Io credo che la DD possa fare a meno di entrambe le cose.
In modo molto sommario, ricordo qui di seguito le principali caratteristiche che, a mio giudizio, dovrebbe avere la DD e di cui ho ampiamente trattato nei miei post.
1. La DD deve garantire condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini, a tutela dell'effettivo esercizio dei loro diritti democratici.
Uno Stato che non sia in grado di fare ciò non è democratico.
In un sistema DD questo principio dev'essere sancito dalla Costituzione e considerato imprescrittibile.
Il primo luglio prossimo, la Francia introdurrà un reddito minimo garantito. Il Italia se ne sta discutendo, ma non se farà nulla, soprattutto a causa dell'enorme evasione fiscale, che sottrae allo Stato i fondi necessari per potere imitare la Francia.
2. La DD deve ricorrere all'uso esclusivo di moneta elettronica per risolvere alla radice la piaga dell'evasione e recuperare i fondi necessari per introdurre anche da noi un reddito minimo garantito. Questo è il primo passo verso la democrazia.
3. Il secondo passo è quello di modificare l'urbanistica dei comuni in modo da favorire l'incontro e la libera discussione fra i cittadini, che devono essere chiamati a partecipare attivamente e responsabilmente a tutti i processi deliberativi ai quali si sentono interessati. È questa l'essenza della democrazia. Senza partecipazione diretta, non c'è democrazia.
Il comune modificato in modo da consentire la partecipazione diretta del cittadino prende il nome di CL.
4. Nella CL vale il principio di sussidiarietà. Il che significa che i cittadini deliberano in merito a tulle quelle questioni che sono alla loro portata.
Ciò che non possono fare da soli, lo fanno fare ad altri, ossia a dei commissionari, i quali si impegnano, in un apposito contratto, a fornire quanto richiesto, in cambio di un compenso prestabilito o di sanzioni in caso di inadempienza.
Cessato il loro compito, i commissionari decadono.
5. La CL sostituisce i partiti politici.
6. Nella CL si vota solo su ciò su cui si precedentemente dibattuto e si dibatte solo su questioni di tipo politico-amministrativo-economico.
Non si vota invece sulle questioni di principio, che sono garantite dalla Costituzione e fanno parte integrante della DD (vedi al punto 1) e nemmeno su questioni etiche, come quella di Eluana, che vengono lasciate alle coscienze delle persone.
7. Si possono aggiungere tutti i gruppi di interesse che si vogliono.
8. La DD è fondata sul lavoro.
9. La principale fonte di reddito di una persona dev'essere legata al lavoro.
10. La proprietà privata dev'essere legata alla persona che l'ha costituita col proprio lavoro.

Mi fermo qui.
Tutto questo per spiegarti perché, a mio giudizio, la questione del voto è l'ultimo dei problemi in una democrazia, e così pure i partiti e la rappresentanza.
Alla democrazia interessano le persone concrete e i loro diritti effettivi.

Didì

Bojan
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Iscritto: 12/11/2008
Sul voto

Caro Pietro,
Innanzitutto, penso che la tua premessa possa costituire la base di un metodo di lavoro e possa essere elevata, anche così com’è, al giuramento DD da sottoscrivere al momento d’iscrizione nel forum e nel partito. Dunque, e a maggior ragione, deve applicarsi a ciò che scrivo qui. Ho trovato ottima la tua analisi e penso che da essa si può ricavare una strategia per la “presa del potere”, anche se, mi rendo conto, la mia proposta ha qualcosa di sinistro nella sua essenza presupponendo un movimento dialettico molto simile a quello marxista. “I capitalisti ci venderanno la corda con la quale li impiccheremo” avrebbe detto Lenin e l’idea che mi è venuta in mente leggendo il tuo post è molto simile anche se molto più pacifica. Non so come funzionano le cose in Italia, ma in Serbia è legale, da parte di un partito, esigere le dimissioni in bianco da parte di tutti i propri rappresentanti eletti, al momento in cui entrano in carica. Questo vuol dire che ogni segretario di partito ha il potere di consegnare questa dimissione all’autorità competente in qualsiasi momento in cui ritiene che il deputato non si è comportato conformemente alla linea del partito, e il deputato salta. Chiaramente, questo sistema rappresenta l’essenza della partitocrazia perché il segretario in questione non deve essere eletto democraticamente, ma il meccanismo, applicato alla situazione che descrivi, può portare ad un controllo assoluto della rappresentanza nel momento in cui il partito, al suo interno, è retto in modo democratico diretto. Questa “strategia contorta di presa del potere” allora si svolgerebbe su due binari. Il primo in alleanza con i partiti DR per un rafforzamento della partitocrazia, nel senso del controllo del partito sui deputati, e il secondo elaborando meccanismi a noi interni per il controllo di tutte le cariche, interne ed esterne da parte della base. Voglio dunque una tua critica di quest’idea che pure a me suona un po’ assurda.

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