La democrazia diretta nella terra dei canguri.

Ritratto di pino
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Il partito "Senator on line" sta lanciando per le prossime lezioni politiche australiane un innovativo esperimento. I senatori che verranno eletti nella loro lista avranno l'obbligo di votare secondo quanto verrà deciso da tutti i cittadini australiani attraverso sondaggi su internet. Se l'iniziativa avesse successo sarebbe il primo caso di democrazia diretta praticato su vasta scala. L'idea è per certi versi simile a quella della Lista Partecipata che il movimento dei Democratici Diretti sostiene e stimola. L'idea cioè, che non deve contare la volontà di chi è eletto, nè tanto meno del partito o dell'organizzazione che li presenta e implementa gli strumenti necessari, ma che gli eletti sono un puro strumento di espressione della volontà dei cittadini. In questo modo la sovranità del popolo, che normalmente viene conculcata con le elezioni rappresentative, tornerebbe nelle sue mani. Perchè il tutto non si traduca però in una ennesima operazione strumentale e demagogica, occorre capire i dettagli e verificarne poi la loro reale pratica. Nello statuto di "senator on line", noi vediamo alcuni rischi. Il comitato esecutivo (l'organismo direttivo di senator on line) determina il punto di vista del partito sulla base del sondaggio on line. Quando il sondaggio indica una chiara maggioranza (cioè oltre il 70%) allora quello sarà il punto di vista del partito, se il sondaggio indica una stretta maggioranza (tra 50 e 70%] sarà il comitato esecutivo a decidere (a sua maggioranza) se votare secondo il sondaggio o astenersi. Nel caso in cui i votanti siano meno di 100.000 sarà il comitato a decidere il punto di vista del partito. Questo sistema che fa votare tutti i senatori del partito secondo la volontà della maggioranza trascurando la volontà della minoranza non ci piace molto. Avremmo preferito un sistema che facesse votare i senatori in maniera proporzionale alle volontà espresse. Nel caso del 70% a favore e 30% contrari, allora il 70% dei senatori dovrebbe votare a favore e il 30% contro. Che è quello che invece è il metodo che la Lista Partecipata invece seguirà. Non ci piace qundi che nel caso di una maggioranza non "chiara" (inferiore al 70%) la decisione venga lasciata al comitato (anche se la decisione è solo di conformarsi o astenersi). Inoltre non è previsto un modo per consentire ai cittadini di fare proposte, e essi devono quindi "limitarsi" a dire si o no. La Lista Partecipata prevede invece questo importante potere. Ma ancora meno ci piace che candidati vengano scelti solo dal comitato e non ci siano primarie di nessun tipo. Cosa ampiamente prevista dalla Lista Partecipata. Nè ci piace che la gestione interna del partito sia assolutamente centralizzata e tradizionalmente di tipo "rappresentativo". Nè che non esista alcun tipo di revoca dei mandati. Nè dei senatori, nè delle cariche interne. Manco a dirlo queste cose sono implementate e attive nella Lista Partecipata. Nonostante i suddetti limiti e rischi, vediamo in questo tentativo australiano, un segnale positivo, o almeno un segno dei tempi. Il concetto che i cittadini non sono sudditi, da tenere sotto la tutela (pelosa e interessata) dei loro rappresentanti eletti, si sta facendo largo in tutto il mondo. E' interessante che anche loro, come nella Lista Partecipata, facciano firmare ai candidati un documento che attesta che essi hanno compreso bene quale sarà il loro compito, e che non viene accettato il cosiddetto "voto di coscienza". Nel caso il canidato proprio non se la senta, egli dovrà dimettersi. Speriamo che questo tentativo sia praticato nella maniera più coerente possibile e non si traduca nell'ennesima cavalcata di tigre, che farebbe più male che bene alla diffusione dell'idea democratica diretta. Share this

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Fondiamo un partito: PII (Partito Internet Italiano)